Banana Moon, Rokkoteca Brighton, Casablanca, Manila, Tenax. Gli spazi comunitari della Firenze anni Ottanta si ripopolano attraverso l’archivio. Un’intera stagione culturale rivive, una luminosa cometa che si consumò in meno di un lustro, in una città internazionalista che guardava ai Clash e a Patti Smith, e sognava di diventare una nuova capitale della controcultura. Un cumulo di energie furentemente espresse e in fretta dissipate, proprio come il montaggio serrato di Pistolini, che non concede il tempo di assaporare un ritrovamento d’archivio prima di slittare al successivo.
A questo flusso ininterrotto di immagini si uniscono le voci e i volti, ingigantiti dal montaggio, dei protagonisti di ieri (tra cui componenti di Litfiba, Diaframma, Neon), mentre ai classici musicali dell’epoca si alternano le jam session odierne di Maroccolo. Inevitabile il confronto con il documentario di Francesco Fei, Piero Pelù. Rumore dentro, suo opposto complementare. Lì tutto è proiettato verso un presente in cui il passato non basta più a recuperare le energie per rimettersi in movimento; qui, al contrario, tutto si rifugia nel mito della Firenze anni Ottanta, un paradiso perduto a cui guardare con nostalgia da un presente arido di spazi progettuali e movimenti collettivi. Comune denominatore dei due film, la marginalizzazione delle esperienze musicali giovanili odierne, se non gli Spleen presentati come eredi del movimento fiorentino all’inizio di Uscivamo molto la notte.
Stefano Pistolini sembra tutto concentrato nel mappare questa “fauna d’arte” (per riprendere la terminologia di Tondelli, a cui il regista dedicò un documentario qualche anno fa), nell’immergersi nell’abisso archivistico, recuperando quanto più possibile dal patrimonio di fotografi, critici, musicisti e appassionati. Così, però, manca forse l’occasione per un ripensamento delle proprie categorie interpretative. L’aderenza pressoché integrale all’apparato critico già ampiamente delineato da Bruno Casini, ideatore del progetto, fa sì che l’opera finisca per configurarsi, in ultima analisi, come un sontuoso corredo visivo a corollario di un discorso già storicizzato.
Eppure, in questo flusso ininterrotto, affiorano possibili aporie: si passa quasi indistintamente dai “crolli nervosi” post-punk al nomadismo notturno nelle discoteche, dalla scena artistico-poetica a quella della moda. A un certo punto, nel bel mezzo di un capitolo dedicato al fashion fiorentino, tra negozi d’abbigliamento e grandi stilisti, ecco irrompere il videoclip di Siberia dei Diaframma. Fiumani, il poeta rocker che importava le atmosfere lugubri della new wave londinese, si inserisce così in un discorso sulla spensierata e leggera vita mondana.
Più che al film su Pelù, allora, l’opera di Pistolini andrebbe accostata a quei documentari che recentemente hanno celebrato l’epoca d’oro della movida notturna, quel culto dello spreco a cui lo stesso regista non si sottrae, “sprecandosi” a sua volta in questo “montaggio insonne”. E più che una cometa di energie politiche, quella Firenze appare qui come un distruttivo Paese dei Balocchi, dove il talento è destinato a essere cannibalizzato per poi disperdersi nelle più fervide vanaglorie consumistiche dell’industria culturale.
Uscivamo molto la notte – Regia: Stefano Pistolini; sceneggiatura: Stefano Pistolini, Bruno Casini; fotografia: Giovanni Filippo Pistolini; montaggio: Mattia Levi; musiche: Antonio Aiazzi, Gianni Maroccolo; suono: Gianfranco Tortora; interpreti: Piero Pelù, Sandro Lombardi, Federico Fiumani; produzione: Antonella Liucci, Sara Azari per Darallouche Film; origine: Italia, 2025; durata: 75 minuti.
