Globe Theatre: Macbeth per la regia di Daniele Salvo

La storia è quella di un uomo debole, e ad essere deboli si è in balia di tutti i sentimenti e di tutte le persone, compresi se medesimi. O quello che si vorrebbe essere. Il Macbeth di Daniele Salvo è uno spettacolo che non risparmia una parola, anzi, ne aggiunge, e che coniuga ciò che non può mancare nel mettere in scena il Bardo: lettura/comprensione profonda dell’opera e una decisa direzione registica. Il tono che ne emerge è squisitamente horror in ogni dettaglio, vestiti scenografia musiche, e lady Macbeth sale in cattedra. Il resto è perciò storia di un uomo debole, e del patetico indomito che sta in chi forte non era e non sarai mai, soprattutto quando le tenebre addensano e gli incubi si accomodano nella realtà scozzese.

Macbeth (Graziano Piazza) è un uomo che sa usare la spada. Agli ordini di Re Duncan (Carlo Valli) macella a destra e manca finché non raggiunge gli onori massimi: un nuovo titolo nobiliare e la venuta del suo signore alla propria dimora. È però caduta la notte sulla Scozia ed è una notte demoniaca nel quale tre sorelle sussurrano un destino monco a Macbeth: sarà re, ma sarà pure re il figlio di Banquo (Marmorini Alessandro), suo amico. Lady Macbeth (Melania Giglio) non ha figli. I suoi incubi sono sconvolti da figli mancati e una corona può riempire una testa laddove è il grembo a essere vuoto. Quella corona, però, è necessario strapparla dalla testa su cui è posata, con un pugnale, con due pugnali, finché il sangue reale non zampilla tra mani e menti e pulirlo è impossibile. Il fatto è compiuto, la notte è stata scossa, il caos è sceso tra di noi. Come la corona, sulla testa di Macbeth.

Shakespeare lo puoi portare dove vuoi perché è insensatamente tragico e in quell’insensatezza vi è tutto lo spazio di manovra necessario, devi però volerlo portare e avere il coraggio e la capacità di farlo. Se Alessandro Serra, nel suo Macbettu, ci ha insegnato come trasportare il dramma scozzese in terra sarda sia splendidamente possibile, e come ridurre il testo all’osso e affidare tutto a movimenti e scenografia sia più che efficace, Daniele Salvo sceglie – MA sceglie – di mantenere tutto e forse anche più delle parole shakespeariane. Non è l’unica decisione, vi è poi quella di tono e di caratterizzazione dei personaggi. Siamo calati, lentamente, in uno splendido horror. I costumi – le tre streghe in lattex con tanto di corna ricurve e pancione – rimandano a una sensuale dark age con tanto di maschera stroboscopica sul viso del re caduto, così come le tonalità gelide animate da vampate di viola illuminano morti tramutati in contemporanei zombie come teste mozzate e sostengono così la tensione orrifica. Il lato comico, sempiterno nel Bardo, viene travolto, perde di brillantezza, ne guadagna in materialità macabra: necrofilia con pile di scheletri.

Per quanto riguarda la caratterizzazione e gerarchia dei personaggi, lady Macbeth è protagonista. Lo è moralmente nel testo shakespeariano, lo diventa pienamente nella rivisitazione di Salvo prendendosi una fetta di palcoscenico che va a rosicchiare quella tenuta dal marito. Non più donna sfumata, presente ma impalpabile, lei è

donna nevrotica, bulimica, disinvolta, pronta a tutto pur di apparire, votata al sacrificio di se stessa sull’altare del predominio politico, mantide religiosa pronta a divorare il suo maschio

Da mantide che si rispetti, la testa di Macbeth salta. Diventa uomo patetico, uomo pauroso che non osa macchiarsi le mani oltremodo e sguinzaglia i suoi cani assassini, tanto da dover diventare cane anche lui nel comunicare con loro. Era un uomo d’onore, ora è un cane al potere. E fuori dal tracciato dell’onore vi è spazio di azione per chi lo sa riempire, per chi è mancante invece lascia un vuoto che vien presto colmato, ma non dal bene

La fragilità, il rimorso, la fame, il languore, la trance, l’ansia e la paura perseguitano il cuore di vetro del protagonista e non lo lasciano mai, per tutta la durata dell’opera

Il Macbeth di Daniele Salvo è un Macbeth intrigante. Conta attori ottimi e una folta compagnia, ma soprattutto una visione registica forte e bella che fa delle scelte di visione e nel contempo capisce l’anima della tragedia shakespeariana, ne fa base del racconto che vuole fare. Vi è del buono a questo mondo e questo buono è sacro perché intangibile e fragile come il biancore della veste regale, e poi vi è il nascosto, il sogno oscuro del represso, che bolle nell’inconscio e la magia nera trasporta nella realtà. Il tutto ritratto in una novella Ultima Cena da cui un neo Giuda si distacca, Macbeth, per portare con sé i trenta denari, somma che viscosamente ogni dove ricopre.

Per farne fronte c’è bisogno che qualcosa si muova. Per esempio, un bosco intero.

Dal 2 al 25 settembre al Globe Theatre Silvano Toti – Roma.

 


Macbeth di William Shakespeareregia: Daniele Salvo; traduzione e adattamento: Daniele Salvo; scene: Fabiana Di Marco; costumi: Daniele Gelsi; musiche: Marco Podda; assistenti alla Regia: Raffaele Latagliata, Matteo Fiori; maestro d’armi, combattimenti: Antonio Bertusi; interpreti: Alessandro Bertin, Antonio Bertusi, Simone Ciampi, Martino Duane, Caterina Fontana, Giulia Galiani, Gabrio Gentilini, Melania Giglio, Massimiliano Giovanetti, Francesco Iaia, Mària Francesca, Alberto Mariotti, Marmorini Alessandro, Matteo Milani, Marta Nuti, Riccardo Parravicini, Graziano Piazza, Pietta Silvia, Carlo Valli, Gabriele Crisafulli, Lorenzo Iacuzio, Roberto Marra; produzione: Politeama Srl.

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