Forse il punto di vista che è stato meno raccontato rispetto alla guerra tra Russia e Ucraina, è quello degli oppositori interni al conflitto, in particolare i rappresentanti russi di un’informazione non governativa e ancora più in particolare le generazioni di giovani e giovanissimi giornalisti, reporter, operatori che hanno provato a documentare il prima e il dopo di un paese controllato fin nei suoi più ramificati canali di comunicazione massmediatica dalla feroce propaganda putiniana: I miei amici indesiderati: Parte I- Ultima trasmissione a Mosca è il fluviale documentario, più di cinque 5 ore, diretto da Julia Loktev, una cineasta di origine russa da anni emigrata negli Stati Uniti, comincia nell’autunno del 2021, quattro mesi prima dello scoppio della guerra, e si apre su uno scenario che la stessa regista, con una voce off e post, già definisce non più esistente rispetto al presente da cui sta parlando. Come assistere alla rappresentazione di un’altra epoca, già in parte segnata dal trauma della Pandemia in quel momento ancora in pieno corso, Loktev segue una sua amica, la giornalista e conduttrice Anna Nemzer (accredita anche come co-regista, in quanto all’interno del lungo montaggio vi sono immagini di reportage realizzati da lei) del canale televisivo Dožd, in un viaggio dentro la Mosca di quei protomi bellici, con la morsa delle forze militari già inviate a sedare qualsiasi, accennata forma di protesta o dissenso, e con la diffusione capillare di un alert, un annuncio sibilante e minaccioso che marchia ogni fonte di reperimento o di diffusione di notizie non approvata o riconosciuta dallo Stato come fake news messe in circolazione da “agenti stranieri”. Questa definizione si allarga ben presto, con i nomi e i cognomi delle persone fermate, arrestate e stipate in liste di proscrizione, dagli agenti della FSB, la polizia interna russa che si occupa di gestire l’ordine pubblico e le azioni di controspionaggio con sistemi smaccatamente e brutalmente antidemocratici e contro qualsiasi rispetto dei diritti civili.
Dato questo assunto, il racconto non si snoda nel riportare, citare e analizzare esclusivamente documenti, fatti, avvenimenti a carico di una situazione sempre più insostenibile e destinata ad esplodere e travolgere lo spazio fuori dai propri confini, e non solo quelli assai limitrofi dell’Ucraina; uno stato di sistematica e strutturale violazione della regole fondamentali di convivenza democratica, situato nell’estrema, interna parte di un occidente incapace di prendere in considerazione le proprie responsabilità di fronte a una tale, annunciata deflagrazione, se non di fronte alla strumentale polarità della guerra già in atto.
A Julia Loktev inI miei amici indesiderati non interessano però tanto le traiettorie geopolitiche o le cause che hanno portato alla diaspora di centinaia di uomini e di donne russe, e non solo giornalisti o intellettuali, ma le ripercussioni che precipitano addosso nello specifico al gruppo redazionale di Dožd, alle ragazze e ai ragazzi che si muovono con la rapidità, l’entusiasmo, il coraggio di un’età che vuole far sopravvivere, sotto le più impossibili circostanze, una voce e uno sguardo alternativi al potere verticale. Paradossalmente questa alterità è espressa però con l’esclusione di tutto il resto, a cominciare da una visione maggiormente complessa quanto meno della crescente crisi che ha portato lo stesso popolo russo a subire un giogo internazionale di embarghi, chiusure, isolamento. Gli occhi di Anna, sull’orlo di una continua e talvolta enfatica, ma narrativamente efficace, commozione e indignazione, sono ripresi sempre più da vicino dalla leggera e mobile videocamera a mano, che sta non solo in mezzo a quello che accade, come lo sgombero repentino e forzato degli uffici redazionali e degli studi televisivi prima delle amarissime partenze obbligate di ciascun redattore verso destinazioni più sicure, ma epidermicamente vicina ai volti e ai corpi impazienti e tesi di quegli stessi collaboratori dislocati per la città. C’è la scelta di una sorta di vibrante intimità, di atmosfera progressivamente ritirata, ripiegata, paranoica eppure capace di mantenere un residuale piacere di comunità clandestina nel riunirsi intorno al festeggiamento di un compleanno, di un pasto consumato insieme nella frugalità di una fuga immanente; Lo sguardo di Loktev non è solo dalla loro parte, ma diventa uno dei loro sguardi, espandendosi dall’iniziale, simbiotica prospettiva condivisa con Anna, sulla cui ferita e dolente espressione per una vacanza temporanea che dovrà convertirsi in esilio, si chiude una delle parti ambientate il giorno dell’annuncio dell’ “operazione militare speciale”. L’altro elemento visivo rilevante sono allora gli schermi dei cellulari di tutti i personaggi, che a un certo punto diventano l’unico contatto con la realtà esterna, per quanto anch’esso intercettabile e localizzabile a ricordarci che ci troviamo ad un livello successivo di queste neo guerre tecnologiche ( e sappiamo quanto l’hackeraggio dei sistemi informatici in entrata e in uscita sia stato un ulteriore campo di battaglia in questo caso). La sparizione del segnale audiovisivo e dei collegamenti on-line, addirittura dei supporti materici con la chiusura degli store, comporta per tanto la necessità di una resistenza fisica e psicologica che si tramuta in durata filmica.

In una delle sequenze meglio riuscite, tre delle redattrici del programma aspettano davanti alla caserma militare nel quale è stato rinchiuso un loro amico e collega, chiedendo insistentemente delle informazioni al citofono da cui risponde evasivamente la voce meccanica dell’ anonima guardia di turno. Provate dal notturno gelo del febbraio moscovita, chiamano un taxi per porter trascorrere quell’attesa potenzialmente interminabile dentro il tepore dell’abitacolo dell’auto. C’è una tensione che viene stemperata perfino dall’ironia, dettata da un malcelato nervosismo, e questa stratificazione di sentimenti è resa possibile proprio dalla percezione che ci viene restituita grazie alla presenza empatica e tattile di Loktev, la cui necessità di cercare lo spessore spaziale e temporale nel farsi di quell’esperienza scavalca il piglio della testimonianza e della denuncia. Se, come faceva Michael Moore, non getta direttamente anche il proprio corpo davanti alla mdp, evitando il rischio corso ogni volta dal cineasta americano di fagocitare egocentricamente e istrionicamente il senso rivelatore e dissimulatore dell’immagine documentaria, l’attitudine è completamente partecipativa, aderente alla posizione dei soggetti che filma, alla rivendicazione di accogliere e di dare forma alla spazio privato delle relazioni e degli affetti che non può più essere scisso dalla spazio pubblico della contestazione; una sovrapposizione che avviene nel momento in cui la protesta politica viene ricacciata a suon di manganellate e di proclami nel sottosuolo di un febbricitante attivismo segnalato e perseguitato come fuori legge, con molti riferimenti alle ONG e alle altre associazioni non governative bandite e criminalizzate , nonché allo stesso utilizzo del linguaggio della narrazione ufficiale: il divieto che è maggiormente circolato tra i giornalisti russi è stato quello di usare la parola guerra, e un tale, macroscopico corto circuito è il bug, il taglio, la ferita da cui passa la versione anti propagandistica di questa storia tenuta insieme dagli oppositori e delle oppositrici al regime, gli amici e le amiche indesiderate di Loktev.
La negazione di un fatto avviene nel momento in cui non è più possibile nominarlo; ciò che resta, allora, è farne vedere la sua emanazione distruttiva lungo il tessuto sociale che in prima linea ne ha subito lo sfaldamento e la disintegrazione. Quasi con il desiderio di celebrare più l’elegia di una meglio gioventù oramai dispersa nella frammentazione cosmopolita di un non luogo, che voler far comprendere le ragioni sempre parziali dell’una o dell’altra parte.
Su Mubi dal 1 aprile 2026.
I miei amici indesiderati: Parte I- Ultima trasmissione a Mosca (My Undesirable Friends: Part I – Last Air in Moscow) – regia: Julia Loktev con la collaborazione di Anna Nemzer; montaggio: Julia Loktev, Michael Taylor; musica: Sami Buccella; produzione: Julia Loktev, Riva Marker, Michael Taylor; origine: Stati Uniti/ Russia, 2026; durata: 324 minuti; distribuzione: MUBI.
