Il Bacio della Donna Ragno **(*) Nella decisione di trasporre su grande schermo non già il romanzo di Manuel Puig, quanto piuttosto l’adattamento in musical ad opera di John Kander e Fred Ebb, Bill Condon, statunitense, effettua una scelta di campo, che è sia un segno dei tempi, sia la messa in evidenza di una (non?) coscienza politica e culturale, prima ancora che cinematografica.
Quando nel 1976 venne dato alle stampe Il bacio della donna Ragno, romanzo scritto dall’argentino Manuel Puig, non mancò di destare scandalo, ostracizzato non solo dal neonato regime instaurato da Jorge Rafael Videla e dalla sua giunta militare, ma anche dagli stessi oppositori politici della dittatura e persino dall’opposizione di stampo marxista. Una sorte travagliata che venne riservata a questa opera letteraria non solo in patria, ma anche all’estero, dove le sue traduzioni furono in larga parte rimaneggiate se non addirittura mutilate.
Dal romanzo, come noto, vennero tratti un adattamento cinematografico diretto da Héctor Babenco nel 1984 (e interpretato da William Hurt premiato sia agli Oscar sia a Cannes) e un musical di Broadway dal grande successo, su musiche di John Kander e testi di Fred Ebb. Ed è proprio a quest’ultimo adattamento che si rifà l’attuale pellicola diretta da Bill Condon.
Nel mese di maggio del 1983, in quelli che saranno gli ultimi sanguinosi mesi della dittatura argentina, nel carcere dove è detenuto Valentin Arregui Paz (Diego Luna), dissidente politico marxista, fa il suo ingresso Luis Molina (Tonatiuh Elizarraraz), omosessuale condannato a otto anni di reclusione per atti osceni consumati con una persona dello stesso sesso. Molina, di professione vetrinista, è appassionato di vecchie pellicole della Hollywood classica e nutre una vera e propria forma di venerazione per l’attrice Ingrid Luna (Jennifer Lopez) e per la pellicola immaginaria intitolata Il bacio della donna ragno (nel romanzo di Puig si fa riferimento al Bacio della pantera, diretto, nel 1942, da Jacques Tourneur) , da lei interpretato.
Costretti giocoforza a convivere all’interno della stessa cella, inizialmente Valentin respinge ogni tentativo di Molina di intessere una qualsiasi forma di rapporto, perché disgustato in egual misura dalla sua omosessualità e dalla sua totale mancanza di interesse politico. Col passar del tempo, tuttavia, Molina riesce a far breccia nel muro di raziocinio e impegno marxista che Valentin ha eretto attorno a sé, grazie soprattutto alla sua sconfinata passione cinefila. Il bacio della donna ragno, allora, che Molina racconta ogni sera, nonostante l’iniziale indifferenza del compagno di cella, diviene l’unica via di fuga a un presente umiliante e doloroso. Più i giorni passano, più Valentin trova conforto e rifugio nella presenza e nelle cure del suo nuovo compagno, ma anche nell’ascolto delle avventure di Aurora, la protagonista femminile della pellicola immaginaria, donna forte e indipendente che pare rifuggire l’amore, almeno fino a quando non riconosce in Armando (che nel racconto di Molina assume le sembianze dello stesso Valentin/Diego Luna) la propria anima gemella.
Al grigio mondo fatto di torture e umiliazioni subite da quest’ultimo, si alterna quello caratterizzato dai colori saturi, dai costumi, dalle scenografie, dalle musiche e dalle maestose coreografie che le grandi capacità affabulatorie di Molina sono capaci di rievocare con vivida forza all’interno di quelle anguste mura. Le due vicende, quella fantastica e quella reale, sembrano così evolvere in parallelo, tanto che, quando a un certo punto, nel meta-film fa la propria comparsa la Dark Lady conosciuta come Donna Ragno (sempre interpretata da una generosa Jennifer Lopez), anche nel ben più squallido mondo reale le cose sembrano volgere al peggio, con Molina che si scopre non essere capitato a caso in quella particolare cella. La lotta per la sopravvivenza attuata, facendo carne di porco dei diritti civili, da un regime arrivato ormai agli sgoccioli passa anche attraverso l’estorsione di informazioni dai dissidenti politici rinchiusi in carcere.

Nella decisione di trasporre su grande schermo non già il romanzo di Puig, quanto piuttosto l’adattamento in musical ad opera di John Kander e Fred Ebb, il rodato regista americano Bill Condon, effettua una scelta di campo, che è sia un segno dei tempi, sia la messa in evidenza di una (non?) coscienza politica e culturale, prima ancora che cinematografica. La metanarrazione costituita dal film interpretato dalla diva Ingrid Luna, come si trattasse di uno specchio, trasla sul piano della finzione scenica il percorso di reciproca scoperta dei due protagonisti, spesso anticipandone le svolte psicologiche più significative. Un viaggio che porta entrambi in direzione di una maggiore presa di coscienza che è sì politica ma anche e soprattutto individuale.
Quindi, a dispetto delle apparenze, è proprio l’omosessuale Molina a dimostrare di possederle maggiormente entrambe: la sua presa di coscienza, la sua consapevolezza, va al di là degli stereotipi e dalla forza omologante di una cultura eterodiretta, anche in quelle frange di società che vedono se stesse come maggiormente illuminate in ragione di una maggiore istruzione. La sua autocoscienza diviene allora anche un vero e proprio atto politico, che, non a caso, inizialmente non è colto da Valentin. La prigione in cui quest’ultimo è costretto, infatti, non è solo quella in cui è stato rinchiuso dal regime dittatoriale, quanto piuttosto quella costituita dalla propria mente e dai propri pregiudizi: “le persone ti guardano e vedono un mostro, ma tu non sei un mostro, sei un uomo” affermerà il dissidente a un certo punto, rivolgendosi all’indirizzo di Molina.
Se dunque il discorso che Condon propone in merito all’identità di genere e alla queerness appare sin troppo chiaro e ben sviluppato, l’elemento storico e politico di una visione terzomondista e americanocentrica dell’America del sud è ridotto a mero sfondo storico nel quale ambientare la vicenda: con il riaccendersi in chiave MAGA della dottrina Monroe, la profondità del discorso avrebbe potuto essere ben altra.
Non appare sufficiente, in questo senso, ricollocare interamente la storia dei protagonisti sul finire della dittatura argentina o la decisione di scegliere per i ruoli principali attori di origini latinoamericane o dichiaratamente Queer (come nel caso di Tonatiuh, che esce comunque perdente dal raffronto con William Hurt nella versione di Héctor Babenco), per quanto bravi o ben diretti.
In definitiva, perciò, proprio come la resa formale e la messa in scena dicotomica dei due mondi portati sullo schermo (carcerario e meta-filmico), anche Il Bacio della Donna Ragno tutto si configura come una sorte di Giano Bifronte. Tanto è convincente nella sua precisione formale e nella sua spettacolarità (e non solo per quel che attiene alle sequenze musicali), quanto innocuo risulta il racconto della vicenda carceraria dei protagonisti, dove le torture, le umiliazioni e la disumanità che l’uomo è capace di praticare verso i suoi simili (anche, come sappiamo, in tempi tristemente attuali) vengono relegate, nel migliore dei casi, a suoni fuori campo. Un film formalmente ineccepibile e bello ma, in ultima analisi, inoffensivo e incapace di destare scandalo, nonostante un finale che tenta di risollevarne le sorti.
In anteprima italiana, Fuori Concorso, al 43° Torino Film Festival (21-29 novembre 2025).
In sala dal 18 giugno 2026.
Il Bacio della Donna Ragno (Kiss Of The Spider Woman) – Regia e sceneggiatura: Bill Condon (dal musical Kiss of the Spider Woman di Terrence McNally, John Kander e Fred Ebb e dal romanzo Il bacio della donna ragno di Manuel Puig); fotografia: Tobias A. Schliessler; montaggio: Brian A. Kates; musica: John Kander; interpreti: Diego Luna, Tonatiuh, Jennifer Lopez, Tony Dovolani, Josefina Scaglione, Bruno Bichir; produzione: Barry Josephson, Tom Kirdahy, Greg Yolen; origine: USA 2025; durata: 128 minuti; distribuzione: Eagle Pictures.
