Il Male dei ricci – Ragazzi di vita e altre visioni di Fabrizio Gifuni

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Tempo fa un teorico della letteratura si pose il dubbio se Madame Bovary avesse l’ombelico. Era un dubbio di per sé superfluo, in realtà nascondeva la possibilità che la Madame avesse una vita al di fuori delle pagine letterarie, insomma, che la si potesse incontrare per strada. Perché alla fine, diciamocelo, un personaggio letterario non lo puoi incontrare così, per caso, all’angolo come a volte vedi personaggi famosi solitamente guardati attraverso il filtro dello schermo, piccolo o grande che sia. Vi è però uno spazio limbo. Quale? Il teatro. Lì, a volte capitano, e se abbiano o meno l’ombelico, be’, lo puoi appurare. Fabrizio Gifuni, attore unico e regista porta in scena un personaggio difficile perché difficile ne è l’autore, e lo fa in uno spettacolo solitario, Il Male dei ricci – Ragazzi di vita e altre visioni, a 100 anni dalla nascita di Pier Paolo Pasolini

Il Riccetto e PPP rappresentati da una sola persona, Gifuni. Un racconto di sopravvivenza scisso nelle parole di due vite, quella narrativa (personaggio) e quella reale (autore), sopravvivenza contro chi mal sopporta coloro che l’esistenza vivono ai margini, non solo della strada principale, ma così pure del pensiero comune. Ai due spetta un giudizio duro, che non fa sconti: al personaggio quello dell’autore che lo ha creato, all’autore invece quello più cruento di una società che lo ha cresciuto e poi contrastato. Il bello è che quel giudizio, duro e crudo, è ciò che i due cercano, perché a limare gli angoli si rischia di falsificare e dopotutto il conflitto, e il dissenso, è cosa fertile. Soprattutto per chi ne è affetto, per chi ha appunto un male, quello dei Ricci.

Ci sono fantasmi sulla scena e i fantasmi sono corpi strappati alla vita, agli spettri spetta di diritto di rimpiangere qualcosa. È qualcosa che a loro appartiene, qualcosa che gli si deve scontare. Il rimpianto di cosa? Dell’Italietta? Quell’Italietta fascista? O di una presunta età dell’oro, o forse dell’età del pane? Quell’età in cui l’uomo viveva secondo stagione, radici e umanità, prima che il cemento invadesse le periferie e la cultura contadina sparisse sotto i colpi di un mondo che non solo cambiava ma voleva che tutto il mondo, e non solo una parte, cambiasse con esso. Ma sono appunto rimpianti queste, racconti o visioni, racconti come il gioco delle tre carte a cui un giovane di borgata assiste o il corpo di Nadia che si piega su di lui mentre la mano scivola alle spalle per rubare quelle cinque carte che tiene nella saccoccia. Perché il Riccetto è così, rude generoso sguaiato genuino egoista furbo eppure soprattutto sprovveduto, sprovveduto come lo può solo essere chi è ragazzo e si vuole spacciare per adulto in un tempo che soltanto di adulti sembra necessitare perché ciò che richiede è sopravvivere, non il semplice e quieto vivere. E Pier Paolo Pasolini?

PPP è invece colui che sprovveduto non è, eppure vorrebbe concedersi di essere. La guardia verrebbe così abbassata. Eppure non si può, perché le visioni lo travolgono e quello che assiste tra il ’61 e il ’75 è un genocidio culturale di una società, quella italiana, che la guerra l’ha vinta e per vincerla ha dovuto farsi invadere da altre società, quella nazista prima e quella americana poi. Infine, quella dei consumi. Perché se il fascismo aveva l’imbarazzo della divisa nera, la società dei consumi l’imbarazzo se lo risparmia e dittatura culturale è quella che impone. C’è diritto di opposizione. C’è diritto di contrasto. C’è tutto e al contempo l’annullamento di tutto, non il contrasto, bensì l’annacquamento. Se non vuoi combatterla la roccia, sommergila con il falso progressismo e la falsa tolleranza: quel puoi tutto che vuol dire che non puoi nulla perché l’eterodirezione è a monte. Arma? Magari il soft, il pop, l’ironia, quella imperante che mette tutto in scherzo e nello scherzo rende tutto spuntato, inoffensivo: per la mente, quella collettiva, come per i sentimenti, le emozioni, la morale tanto si allarga quanto si restringe. Quanto tutto è permesso, forse nulla è permesso.

E tornando a noi, Gifuni compie ciò portando magistralmente Riccetto, anima corpo e ombelico su quel palcoscenico, donandogli movimenti, tic, espressioni, voce, accento e facendo in modo che sia il personaggio a dare la voce all’autore e viceversa poi l’autore a restituire voce al proprio personaggio. Come se non vi fosse soluzione di continuità tra l’uno e l’altro, come se tra quel modo di raccontare Roma pasoliniano che gonfia inasprisce imbruttisce corruga (il bello è il brutto, perché il brutto è reale) e quel modo di raccontare qualcosa di più grande, l’Italia, non ci fosse poi tanta differenza. La materia è la stessa, il pugno delle parole è inversamente proporzionale all’attutimento della società dei consumi.

Insomma, Pasolini e Gifuni e Riccetto non vogliono essere tiepidi, vogliono essere bollenti perché se annacquarti cercano, almeno quell’acqua, se non puoi fermarla, scaldala. Crea pressione. Sii scomodo. Questo è il destino degli emarginati in pianta stabile, questo è ciò che causa il male dei ricci e de Il Male dei ricci non si può guarire. Nemmeno quando diventi spettro e sono cent’anni che vaghi. È ormai un tuo dovere.


Spettacolo andato in scena il 10 settembre al Teatro Argentina – Roma.  Da un’idea di Fabrizio Gifuni; da Ragazzi di vita, Poesia in forma di rosa, Lettere luterane, Seconda forma de La meglio gioventù di Pier Paolo Pasolini

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