In fondo al VAR

Summary

Tornare indietro nel tempo e cambiare il corso degli eventi per un presente diverso. Il cinema e il Video Assistant Referee.

Quante storie abbiamo letto e visto che raccontano di prodigiosi viaggi nel tempo, dell’assurda pretesa dell’umanità di poter cambiare le proprie sorti andando avanti o indietro, tra passato e futuro. Dall’uomo che leggeva il quotidiano del giorno dopo (Avvenne domani, René Clair) alle migliaia che hanno cercato disperatamente di modificare il passato per evitare la fine del mondo ( per esempio L’esercito delle 12 scimmie, Terry Gilliam, Interstellar, Christopher Nolan, trai tanti). E poi quelli che dovevano limitarsi a capire cosa fosse accaduto e invece sono riusciti a intervenire, a cambiare gli eventi (Source Code, Duncan Jones). I più cinici potranno dire che tanto vincono e perdono sempre gli stessi, come se fossimo tutti incastrati nel giorno della marmotta (Ricomincio da capo, Harold Ramis).

«Ora o mai, è l’attimo del guado. Ma non ci sarà un’altra riva, c’è solo il guado finché stiamo dentro il fiume. Avanti, nel guado del tempo, il guado della morte. Noi che non siamo ancora nati, scendiamo dalla torretta. Guardare non è guardare dall’alto, ma ad altezza d’occhi. Prima farò un bagno. Poi mi farò rasare, possibilmente da un barbiere turco. Lui mi massaggerà fino alla punta delle dita. Poi comprerò un giornale e lo leggerò fino all’ultima pagina, dai titoli all’oroscopo. Il primo giorno mi farò solo servire. Chi vuole qualcosa da me, lo mando dal vicino. Chi inciampa sulle mie gambe stese, si scuserà con me, gentilmente. Mi farò urtare e urtare ancora. Nel locale affollato l’oste mi troverà subito un tavolo libero. Un’automobile si fermerà davanti a me e il sindaco mi accompagnerà. Sarò familiare a tutti, sospetto a nessuno. Non dirò niente, ascolterò. Capirò ogni lingua. Così sarà il mio primo giorno».

(Bruno Ganz nel “Cielo su Berlino)

L’angelo che vegliava su Berlino, raccontato a suo tempo da Wim Wenders, a un certo punto ha preferito vivere, calarsi nel mondo, essere parte tra le parti.

Eccoli dunque comparire all’orizzonte i nostri nuovi amici del VAR che, in un prima senza tempo, guardavano con distaccata compassione lo scorrere degli eventi, sfiorando appena il reale senza essere percepiti. Eccoli che decidono di cedere l’armatura e partecipare al caos ovunque, da Benevento a Torino, tra la fine della serie A e l’inizio della B, tra una posizione Champions e quell’enigma che tutti appellano Europa League, tra un tocco di mano e quell’immaginario confine che delimita il gioco dall’oblio dell’esser fuori.

Da una cabina di regia, una voce richiama l’attenzione di un uomo dotato di auricolare. In quei secondi la storia si può riscrivere, è possibile tornare indietro nel tempo e dare un nuovo corso alla linea che conduce al presente che, intanto, si è trasformato in futuro, in pura imprevedibilità. Un giocatore è caduto perché un altro lo ha colpito. Attenzione, si riavvolge il nastro e…no, contrordine, il fallo è avvenuto in un luogo diverso, nel mondo della punizione, non in quello del rigore. Un’altra vita è possibile e da quella si riparte, senza il duello tra chi calcia e chi para, senza l’esultanza di chi ha tirato o di chi si è tuffato dalla parte giusta. Si forma una barriera, uomini compressi a proteggere una porta e una palla che mestamente colpisce un cartellone pubblicitario. A chi si sente tradito da quest’intervento tra il divino e l’umano, non si può fare altre che cantargli un simpatico ritornello per fargli tornare il sorriso:

Se poi ti guardassi intorno
Vedresti che il nostro VAR
È pieno di meraviglie
che altro tu vuoi di più
In fondo al VAR
In fondo al VAR

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