Alida

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Dopo In arte Lilia Silvi (2011), Protagonisti per sempre (2016) e Sciuscià 70 (2016), il già pluripremiato regista Mimmo Verdesca ritorna dietro le quinte del cinema italiano, questa volta scandagliandone le luci e le ombre attraverso l’immortale seppur materna Alida Valli: e, in effetti, quale fantasma migliore per descrivere l’enigmatico fascino che la settima arte, ieri come oggi come domani, esercita sul suo pubblico?

Alida è un film delicato come la sua protagonista, pungente e ironico verso il mezzo da cui si genera, senza però mai rinunciare a quella piacevolissima malinconia che accompagna l’immagine in movimento – un’immagine, per sua stessa definizione, tanto spettrale quanto reale, concreta e tangibile. Ed era stato selezionato per la sezione Cannes Classics dell’anno scorso che, come è noto, non si è tenuta e poi per la Festa del Cinema di Roma 2020. Adesso è nelle nostre sale (qui l’elenco: https://kublaifilm.it/film-detail/alida/).

Alida Maria Altenburger (la persona, l’attrice, così come il bel volto solidificatosi all’interno di un immaginario comune) incarnava proprio il mistero su cui danza la cinepresa: e difatti, il sipario si alza sulla lontana Pola del 1921, sull’universo aristocratico e leggermente esotico che la futura Valli di Alfred Hitchcock e di Carol Reed porterà sempre con sé, come una sorta di aura indistinta ma palpabile. Ripercorrere la storia di Alida significa tuffarsi in un passato collettivo in fondo mai rimosso, e così Verdesca dischiude davanti agli occhi dello spettatore i capitoli di un Novecento che ancora oggi aleggia sul grande come sul piccolo schermo. Ad accompagnarci in questo viaggio, oltre ad Alida stessa, sono i suoi figli Carlo e Larry De Mejo insieme al nipote Pierpaolo, qui intenti a sfogliare le innumerevoli lettere che la madre-nonna conservava con cura maniacale e amorevole.

Dopo una breve tappa a Como, il regista ci trasporta a Roma, e più precisamente fra i corridoi dell’allora neonato (corre l’anno 1935!) Centro sperimentale di cinematografia, luogo in cui una giovanissima Alida muove i primi, incespicanti passi davanti all’obiettivo. Vediamo la ragazza scivolare da un provino all’altro, ma la gavetta dura poco e il successo arriva subito: l’aggraziato ritratto collegiale di Mario Mattoli (Ore 9: lezione di chimica, 1941) conquista il grande pubblico e l’attrice si trasforma nell’innocente sogno a cui ogni spettatore si aggrappa per dimenticare il presente – specialmente se il presente in questione si sviluppa sulla scia travagliata del ventennio fascista e del secondo conflitto mondiale. Ironia (burbera) della sorte, insieme alla commedia giunge anche la tragedia, in sala come nella vita: se, sul palcoscenico immaginario di Cinecittà, Mario Soldati e il suo Piccolo mondo antico (1941) donano alla Valli un volto più cupo e fosco rispetto a quello della collegiale Anna Campolmi, nella turbolenta Italia degli anni ’40 una patina altrettanto scura sembra gravare sulle esistenze di tutti. La guerra fa conoscere ad Alida il senso della perdita – quella del fidanzato pilota – ma anche un dolore amaro che la donna inscrive nel suo volto e che ritroveremo in ogni suo personaggio.

Si riparte da zero, come sempre succederà nel percorso umano e cinematografico della diva: la seconda metà del secolo è segnata dall’esodo in America, nella solenne e lussureggiante Hollywood di Irving Pichel e Orson Welles, patria effimera e in seguito ripudiata con quella risoluta irrequietezza tanto tipica della nostra protagonista. Liquidata la colossale parentesi statunitense, nel 1950 si apre il capitolo tutto europeo forgiato da Luchino Visconti (Senso, 1954), Gillo Pontecorvo (La grande strada azzurra, 1957) e da Michelangelo Antonioni (Il grido, 1957), forse il primo a dare di Alida un’immagine matura anzi tempo, segnata non tanto dagli anni quanto da una storia emotiva ch’ella rendeva visibile a chiunque – ed è forse questo rendersi visibile, questo donarsi senza riserva alcuna a distinguere, secondo la collega Charlotte Rampling, chi recita davanti alla cinepresa da chi recita dietro alla cinepresa. L’indecifrabile e al contempo familiarissimo sguardo della Valli s’imporrà nelle generazioni a venire, attraversando il film nelle varie età che lo compongono: così il libro si chiude e si apre su Henri Colpi (Une ausse longue absence, 1961), Pierpaolo Pasolini (Edipo Re, 1967), Bernardo Bertolucci (Strategia del ragno, 1970). L’inquieta curiosità di Alida finisce per trascinarla anche sul palcoscenico teatrale, sotto i riflettori di Giancarlo Zagni, Antonio Calenda, Aldo Trionfo, insieme ai quali ella dona nuova vita a Ibsen, Moravia, D’Annunzio.

A mano a mano che Alida corre da un set all’altro, così come da un capo all’altro del mondo, le voci si affastellano e cominciano a comparire volti sempre nuovi, come quello di Roberto Benigni, di Margarethe Von Trotta, di Giuseppe Berolucci o di Dario Argento. La bobina gira vorticosamente e si ha l’impressione che, nel 2021, a cent’anni dalla sua nascita, la piccola e ribelle Maria Altenburger ancora rifiuti di fermarsi: in fondo, come concordano tutti i personaggi di questa commedia umana che ancora non è finita, il cinema è fatto per essere guardato e gli attori esistono perché lo spettatore, volente o nolente, continui a guardare. Un compito che la Valli svolgeva con naturale maestria e che, in fondo, non ha mai smesso di svolgere.


Alida  – Regia: Mimmo Verdesca; sceneggiatura: Mimmo Verdesca, Pierpaolo De Mejo; fotografia: Federico Annicchiarico; montaggio: Mimmo Verdesca; interpreti: Giovanna Mezzogiorno, Piero Tosi, Vanessa Redgrave, Charlotte Rampling, Bernardo Bertolucci, Margarethe Von Trotta, Thierry Frémaux, Dario Argento, Roberto Benigni, Marco Tullio Giordana, Maurizio Ponzi, Antonio Calenda, Felice Laudadio, Carla Gravina, Mariù Pascoli, Lilia Silvi, Tatiana Farnese, Pierpaolo De Mejo, Larry De Mejo; produzione: Venicefilm, Kublai Film, in associazione con Istituto Luce Cinecittà e in collaborazione con Rai Cinema, con il contributo del MiBACT; origine: Italia, 2020; durata: 105’.

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