La classe

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Il «docupuppets» La classe scritto e diretto da Fabiana Iacozzilli, con cui il Teatro “India” di Roma ha riaperto i battenti il 4 maggio e che aveva vinto il premio UBU 2019 per il miglior progetto sonoro, rappresenta un vero e proprio pugno allo stomaco, diretto e implacabile.

La costruzione della storia è ben congegnata e strutturata grazie all’utilizzo di marionette, guidate e rese parlanti attraverso la manipolazione degli attori (Michela Aiello, Andrei Balan, Antonia D’Amore, Francesco Meloni, Marta Meneghetti) della compagnia Lafabbrica della talentuosa regista e autrice romana che si è imposta all’attenzione nazionale attraverso un teatro sorretto da un fortissimo impianto visivo e scenotecnico

Piccoli esseri imperfetti ma commoventi nelle loro fattezze caratterizzate e minuscole. Occhi enormi a voler rappresentare gli sguardi della purezza per antonomasia, quella dei bambini.

Tutto avviene in una classe in cui si concentrano tanti inizi di vite a confronto con quella piuttosto contorta e contraddittoria della loro insegnante di una scuola elementare, una orribile “suora”, emblema della paura e causa del sentimento di inadeguatezza di molti piccoli, che vengono iniziati tramite questa esperienza scolastica alla crudeltà della vita.

Non è un caso, infatti, che qui si possa intercettare  qualcosa del genio di Antonin Artaud, nel flusso dei movimenti che viene imposto alle marionette, come se la poesia del teatro della Crudeltà fosse stato impresso attraverso una vicenda personale nell’animo di tutti gli interpreti animati e attori, fino ad arrivare al pubblico e poterlo “disturbare”, proprio come intendeva il grande artista francese.

Emerge una sublimazione della sofferenza intesa come una sorta di viatico per l’ispirazione e l’acquisizione della consapevolezza di chi sa chi è e cosa si intende fare dell’arte, come unica motivazione per poter vivere o sopravvivere.

La storia autobiografica della vera classe di Fabiana Iacozzilli testimonia, con le voci dei compagni di classe, che possiamo ascoltare in voice over, le terribili vicende caratterizzate da botte e umiliazione.

Suor Lidia verrà poi allontanata dalla scuola, grazie a una denuncia proveniente da una classe successiva, elemento questo che ci porta a pensare comunque al legame che intercorre con quella classe in particolare che non l’aveva segnalata per la sua violenza ingiustificata.

Una delle bambine l’andrà addirittura a trovare nell’isolamento di un isola del sud, testimoniando così un legame masochistico di alcuni bambini con la strana donna.

Fabiana Iacozzilli dice molto di più: per lei la suora rappresenta l’iniziazione all’arte, quel destino dolcemente amaro di chi già da bambino è destinato o segnato da una luce particolare, infatti è proprio l’emblema della “Crudeltà” a suggerirle di portare in scena un suo spettacolo di “Bambole” interpretate dalle compagne di classe.

Si tratta di una regia incredibilmente trasgressiva, se si pensa che l’idea di incarnare la materia più superficiale e animata sia partorita da una donna di “Dio”, un pensiero molto toccante nell’estrema linearità e anche nel finale personale ma universale per chi crede nel valore assoluto dell’identità artistica.

L’infanzia si trasforma così in una catarsi e la leggerezza  bambinesca nell’ingombrante pesantezza di colei che sin da piccola è investita di un ruolo crudelmente meraviglioso.

(Photo Tiziana Tomasulo)

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