A 86 anni se ne va il 6 agosto 2026 anche Francesco Guccini, stava male da tempo, era quasi diventato cieco, ma quando poi accade ti senti come privato di un pezzo della tua giovinezza scapigliata: le sue canzoni, alcune delle quali bellissime, hanno descritto un mondo, accompagnato varie generazioni. Tra politica e ribellione, malinconia e furore, storie proletarie e vite piccolo borghesi. Con in più un pizzico di alcolico scetticismo bohémien che fece pure moda o almeno tendenza.Cominciai a suonare la chitarra, dopo aver ascoltato l’amico Francesco Marcheselli, proprio per cantare il dittico Il sociale e L’antisociale e magari rimorchiare qualche fanciulla. Ho ancora quel vinile: Folk beat n.1.
Il due non arrivò mai. E il Francesco senza cognome e senza barba della copertina diventò finalmente Francesco Guccini.
Dirò la verità anche se qualcuno si arrabbierà: talvolta non mi piacevano gli arrangiamenti delle sue canzoni. Troppo opulenti, pieno di sassofoni e tastiere inutili, come se Guccini si facesse prendere la mano dai suoi musicisti di studio. In compenso era un grande inventore di testi, al pari di Fabrizio De André e Fausto Amodei; non a caso aveva confessato di ricorrere, spesso, al rimario, per arricchire la varietà appunto di rime e assonanze. z
Basterebbe, tra i tanti, questo passo di un brano forse considerato minore: Il pensionato. Recita:
Mi dice cento volte fra la rete dei giardini
di una sua gatta morta, di una lite coi vicini
e mi racconta piano, col suo tono un po’ sommesso,
di quando lui e Bologna eran più giovani di adesso…
