Festival di Locarno 2026 (5-15 agosto): Les yeux verts di Fanny Liatard e Jérémy Trouilh (Piazza Grande – Film d’apertura)

Les yeux verts. Voto: ***. Un fratello e una sorella, iracheni, che si amano e, distrutti dall’attesa, si ammalano in un film elegiaco che racconta, non senza ripetizioni, la migrazione.

Les yeux vertsSiamo nelle Landes, un Dipartimento francese di cui, personalmente, ignoravo l’esistenza. In realtà non così minuscolo, più o meno la grandezza delle Marche, si trova a sud-ovest, non distantissimo né dai Pirenei, né dal confine con la Spagna, a ovest c’è l’Oceano, all’interno il Dipartimento ospita la superficie boschiva più ampia di tutta l’Europa Occidentale.

È qui che si svolge la vicenda malinconica, elegiaca, poetica anche se, in fondo, un po’ tenue che viene raccontata ne Les yeux verts, ovvero gli occhi verdi, solo alla fine capiremo perché. Ne sono autori una coppia di registi Fanny Liatard e Jérémy Trouilh che in Italia erano già arrivati con il loro primo lungometraggio intitolato Gagarine. Proteggi ciò che ami. Possibile che anche con questo – che apre il Festival di Locarno – possa accadere la stessa cosa, perché gli elementi ci sono tutti.

Ci sono malattie che, fortunatamente, vengono dichiarate estinte tipo il vaiolo o la peste bovina, e ci sono malattie nuove, pensiamo al CoVid, ma fra le malattie nuove ce n’è un’altra di cui, lo confesso, non conoscevo l’esistenza, un malattia o per meglio dire una sindrome che si chiama sindrome della rassegnazione. Colpisce, in prevalenza, adolescenti o giovani migranti che a fronte di una situazione esistenziale incerta (arriverà il visto? arriverà il permesso di soggiorno?) precipitano in una condizione talmente catatonica da trasformarsi in quanto di più vicino a un coma.

È quanto accade in Les yeux verts  a due ragazzi, prima a Nour, forse quindicenne, e, in una fase successiva, alla sorella undicenne Chaya, ché questa nuova malattia è persino contagiosa. Come da manuale: Nour e Chaya – disperati l’uno per l’altra quando il fratello/la sorella è in coma – sono alla mercé dei giudici, chiamati a decidere se loro due e il padre possono restare in Francia oppure no, mentre la madre è morta durante una traversata non meglio identificata e comunque raccontata solo con l’acustica perché tutta al buio. In occasione di ben due istanze la risposta dei giudici: è irrimediabilmente no. Ma già dopo il primo diniego, il padre, un po’ sconsiderato direi, lascia i figli soli: andrà in Spagna a guadagnare un po’ di soldi e poi tornerà. Mah! Già non erano messi bene i ragazzini, ma lo stato di abbandono non è certo un antidoto alla sindrome di cui sopra.

Les yeux verts

Questa  è la storia principale di Les yeux verts, alla quale vengono ad aggiungersi alcuni (pochi) personaggi secondari,  fra cui un amico di Nour che, enfant sauvage, vive nel bosco, la maestra di Chaya, e pochi altri. Non vi è nessun’altra storia o sub-plot paralleli. Ci sono due Leitmotive che ritornano di continuo, fino, va pur detto, a diventare un po’ stucchevoli. Uno è quello dei sogni/incubi di Chaya che, durante il coma del fratello ma non solo, la attraversano con un liquido nero, anzi un liquame particolarmente inquietante che, probabilmente, richiama da vicino la massa d’acqua scura in cui è affogata la madre; e poi c’è un altro Leitmotiv forse un pochino banalotto, ovvero le gru di cui tutti aspettano l’arrivo, un ritardo forse colpa del climate change, chissà.

Inutile dire che l’occorrenza reiterata delle gru migranti sta a significare il cielo indiviso dove le creature possono vagare, volare liberamente, mentre gli esseri umani sono costretti a rispettare i confini, a subirli, a subire la continua ridefinizione di quali siano i paesi a rischio tali da “meritare” il visto e l’asilo politico. I due ragazzi vengono dall’Iraq, che non rientra più in tale fattispecie.

Lo stile di Les yeux verts è anch’esso non estremamente vario, tante carrellate, plongée e contro plongée sui boschi, sugli alberi, su laghi, stagni, fiumi, molti primi piani in funzione empatizzante, un’empatia che, non c’è dubbio, viene anche prodotta perché i due ragazzi sono bravi, soprattutto l’attrice che interpreta la ragazzina che risponde al nome di Douae Butarbuch M’Zaouki. A titolo informativo: fra i produttori del film ci sono anche i fratelli Dardenne, che se il film fosse stato loro, forse si sarebbero fatti prendere la mano un po’ meno da questo mood, come detto, elegiaco.


Les yeux verts – Regia: Fanny Liatard e Jérémy Trouilh; sceneggiatura: Fanny Liatard, Jérémy Trouilh, Guillaume Laurant; fotografia: Victor Seguin; montaggio: Tina Baz, Daniel Darmon; interpreti: Douae Butarbuch M’Zaouki, Sayyid El Alami, Anamaria Vartolomei, Arcadi Radeff, Omar Al Jbaai; produzione: June Films, Les Films du Fleuve, Hobab; origine: Francia/Belgio/ Svezia, 2026; durata; 82 minuti.

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