Borgo. Voto *** – Dall’autore del notevole Lo sconosciuto del grande arco (2025), un’opera intrisa di cinismo e prospettive di vita all’interno dell’universo-limbo di un’isola, simbolo della potenziale estraneità dal mondo delle regole, quelle imposte, quelle che ti cambiano in una giornata qualunque.
Nel 2023 il regista Stéphane Demoustier dopo essersi ritrovato di fronte ad una notizia di cronaca legata alla Corsica, in cui all’aeroporto di Bastia Poretta, l’agente penitenziario Cathy Sénéchal era stata probabilmente coinvolta nell’omicidio di un detenuto e della persona giunta per riportarlo nella sede stabilita, decide di mettere in scena un thriller. Un film, Borgo, che ammicca al genere psicologico e che cercando di raggiungere una distanza fisica anche dai sentimenti, ci restituisce la potenza delle non definizioni, in un mondo che trova proprio nel definire, la forza del suo non agire, gettandosi in prospettive vuote e ciniche.
L’attrice Hafsia Herzi, di origini tunisine-algerine e naturalizzata francese, interpreta in Borgo il ruolo di Mélissa Dahleb, madre, secondina, trasferita dalla terra ferma ad una isola, la Corsica precisamente, insieme al suo compagno e sua figlia. Sin da subito, la scelta fotografica di David Chambille, restituisce un senso di svuotamento, di lucida follia nell’universo ombra che attornia i protagonisti e che compaiono a più riprese sulla scena. La prospettiva costante è quella di una scatola, una matrioska che a più stacchi diventa sempre più evidente attraverso la dimensione di episodi affrontati dalla protagonista. Dalla casa, dalla dimensione familiare, giungiamo inesorabili nel campo d’azione di un carcere e della sua realtà interna. Detenuti appartenenti a gruppi criminali terroristi pronti a tutto pur di ottenere favori e semplificazioni. L’astuzia li domina oltre alla caparbietà di dominare il sistema gerarchico e di regole che intervengono nella armonia sociale interna.

Sin da principio nel sistema relazionale tra Mélissa e i detenuti è presente una empatia ed unione di intenti tale da non creare un giusto e uno sbagliato, evitando un appiattimento del discorso tra il male e il bene, all’interno di una cornice spettrale sì, ma umana nell’intento dell’ascolto e dell’attenzione. Ciò permette a Borgo di spogliarci di una prima veste morale ed etica e ragionare con i sensi, lasciando terreno alle sensazioni, capaci di attivare l’umano e istinti estranei dai vincoli. Inevitabilmente percepiamo di ritrovarci all’interno di un’isola esteriore, dettata dai confini spaziali del territorio e poi (isola) interiore configurata nell’universo strutturale ed emotivo della protagonista; intenta al lavoro di gestione di un carcere e di un gruppo di detenuti pericolosi e scaltri nel raggiungere i propri intenti. Vittima di inganni, di stress familiari e crisi sul presente e futuro prossimo. Gli abiti del lavoro penitenziario svolgono come un effetto-maschera, una forma di catarsi in cui diviene protagonista della propria vita, assumendo un ruolo dal grande impegno che le dona altrettante soddisfazioni, sì, lavorative ma anche umane grazie al rapporto che la lega con alcuni detenuti che rivedono in lei una persona di cui ci si può fidare oltre al confidarsi e stringere un legame. La dimensione temporale è ormai alterata così come il rapporto che lei vive con alcuni di loro, in particolare con Saveriou, giovane uscito da poco dal carcere. Si entra con lei in una spirale di sensi ed emozioni in un’atmosfera che lentamente ma con la forza inesorabile della condizione egoistica e ottusa, si trasforma ed evolve in clientelismo ed affanno dove ci si sente lentamente soffocati dalla esasperazione di soggetti che cercano favori sfruttando la sua intimità.
In Borgo l’atmosfera di isola e confino è individuabile anche dalla ferocia con cui i vicini di casa di Mélissa a dimostrano con la forza accecante di razzismo e chiusura mentale, strutturali e formali, tutto il loro disprezzo per la figlia e il marito della protagonista, essenzialmente per il loro colore della pelle oltre che per il cane, accusato di abbaiare continuamente. Una tensione che cresce, un isolamento che cerca la via di fuga perfetta che però non esiste se non nella capacità di credere nella forza immaginativa e creatrice dell’umano.
La potenza visiva e comportamentale e posturale della donna si impregna nello sguardo registico di Stéphane Demoustier tramite movimenti lenti e accecanti di una macchina da presa che si presenta solida nello sguardo e documentaristica nello sviluppo narrativo ed emotivo con la donna – viva nel trascorrere del tempo e di episodi che, passo dopo passo, porteranno la protagonista in una dimensione di pericolo e affarismo. Ci si chiede a certo punto: “Perché?” Episodi che lentamente porteranno Mélissa in un limbo di aiuti richiesti da Saveriu (Louis Memmi) che risultano poi trasportarla in una condizione di totale abbagliamento, in un circolo vizioso e vorace di favori che si trasformano nella sua indifferenza e divergenze comunicative, in un vicolo cieco di aspettative ed inganni subiti e vissuti.

La vita nella sua crudezza cinica e oggettivizzante. Una luce intensa che sovrasta le indicibili vicende di azioni ripiegate dall’odio, dalla gratuità di un male che prende forma attraverso gruppi di persone che si sentono partecipi di un qualcosa all’interno di clan della criminalità organizzata. Sono lo specchio di una società che manca della sua missione principale tesa all’ascolto, all’accoglienza, plasmando una realtà rapita e indotta in un circolo vizioso e vorace di favori che si trasformano in un vicolo cieco di aspettative ed inganni subiti e vissuti. Una realtà, quella del carcere in Borgo, raccontata con denuncia oggettiva, vissuta da secondini che alzano la loro bandiera morale dell’indifferenza di fronte alle problematiche di salute o di aiuto ricercate da alcuni dei detenuti all’interno di un universo ricco di degenerazioni umane, riflessi di una cultura volta al giustizialismo che invade gli animi di chi è dietro e dinanzi ad una cella. Stéphane Demoustier è alla prova con un’opera difficile, luminosa e agghiacciante in cui la forza generatrice di traiettorie indefinibili inaugurano lo spettro di inganni della mente e di coscienze mai ferme, in costante movimento verso la generosa armonia di sensi, tesa nell’aiuto compassionevole e non controllato, audace e impreciso, magnetico e distorto.
Hafsia Herzi riesce, nelle intercapedini di sguardi e pieghe del viso, a restituire la quiete prima della tempesta, la smisurata eleganza di un corpo abbandonato e alla ricerca di vita all’interno di un luogo ameno. Anche se tutto tace, domina una luce intensa e spenta che acceca di indifferenza e deserto emotivo. Lei e la sua famiglia rappresentano in Borgo quel che resta di una terraferma con radici e sguardi e passioni sentimentali. L’isola sembrerebbe un giaciglio di speranza travolta dall’incessante ambiguità e banalità del male. La condizione della guardia carceraria che vive Melissa è intrisa di lucido sguardo nei meccanismi di realtà moderne formalizzanti e invase da regole imposte che Melissa segue in modo ligio, prima di ritrovarsi catapultati nella prospettiva avversa alla struttura e comprenderne le fragilità e spietate necessità.
Presentato al Festival di Cannes del 2023; vincitrice la protagonista Hafsia Herzi del premio César come migliore attrice protagonista, da ora visibile anche nei cinema italiani.
In sala dal 6 agosto 2026.
Borgo – Regia: Stéphane Demoustier; sceneggiatura: Stéphane Demoustier, Pascal Garbarini; fotografia: David Chambille; montaggio: Damien Maestraggi; musiche: Philippe Sarde; Interpreti: Hafsia Herzi; Moussa Mansaly; Louis Memmi ;Pablo Pauly; Florence Loiret Caille; Cédric Appietto; Henri-Noël Tabary ; Anthony Morganti; Thomas Muziotti; produzione: Petit Film, France 3 Cinéma; origine: Francia, 2023; durata: 117 minuti; distribuzione: Movies Inspired.
