Lo sconosciuto del Grande Arco di Stéphane Demoustier


Uno degli aspetti che rendono veramente affascinante e avvincente la visione de Lo sconosciuto del grande arco, è la capacità dello sceneggiatore e regista Stéphane Demoustier di innestare sulla struttura del racconto, apparentemente lineare e consequenziale, un cambio di registro dall’iniziale approccio documentaristico ed esplicativo alla successiva cronistoria in crescendo di un’ossessione mortale, l’anatomia di una caduta sancita dal punto esclamativo di un segno tombale. Cosi viene presentata la figura realmente esistita  di Johann Otto von Spreckelsen (Claes Bang, già curatore di un museo sull’orlo di una crisi di nervi e di coscienza di fronte al perimetro di una piazza vuota in The Square), lo “sconosciuto” architetto danese che vinse inaspettatamente un concorso indetto dall’allora presidente della repubblica francese Francois Mitterand per costruire un monumento da inserire tra gli edifici del centro direzionale nel parigino quartiere finanziario de La Défense. Il progetto, consistente in una rivisitazione del concetto di arco con un evidente richiamo all’Arc de Triomphe,  da realizzarsi nella forma di un cubo svuotato all’interno e con le facciate completamente di vetro, si tradusse, dopo numerose modifiche apportate all’idea di partenenza, nell’imponente opera (oltre 100 metri d’altezza) inaugurata nel 1989, per il bicentenario della rivoluzione francese. Rispetto a questa storia, c’era già stato un passaggio transmediale visto che Demoustier ha adattato il romanzo La Grande Arche di Laurence Cossé, con un processo di drammatizzazione dei fatti e dei personaggi che ha la sua efficacia anche in una versione cinematografica. E l’idea più interessante su un piano visivo sta proprio nel riprodurre con un rigore monocromatico la dimensione austera, burocratica e formale nella quale l’autartico straniero von Spreckelsen, raggiunto dalla notizia di aver conseguito il prestigioso incarico mentre è immerso  nella porzione assoluta e solitaria della sua barca sul lago, si ritrova calato e circondato, con un approccio da subito oppositivo e diffidente. Le piazze geometriche, gli edifici squadrati e grigi, i controllanti burocrati in doppio petto e i competitivi e blasonati architetti autoctoni che cercano di ridimensionare, diluire, ricollocare la radicalità della sua proposta vengono sistemati nello spazio come se fossero delle gabbie e degli ostacoli che si riflettono nella progressiva trasformazione delle caratteristiche strutturali dell’ arco stesso, a cominciare dall’eliminazione delle pareti di vetro.  Una sorta di requiem dell’autorialità dell’opera, di ontologica appartenenza a e di diretta competenza di colui che la  concepisce e la plasma ( o quantomeno del suo rapporto con la materia dalla quale è ricavata) , con la descrizione precisa e puntuale di quanto i fattori esterni, dalle ingerenze della politica a quelle del potere economico, possano alternarne e distruggerne l’integrità.

La prospettiva di Demoustier non è però troppo apertamente sbilanciata dalla parte di von Spreckelsen, e del suo idealismo prima manifestato in  modo disarmante con un atteggiamento naif  e poi con le vampate di un ego collerico. I personaggi che lo accerchiano, ben presto tutti antagonisti inclusa la fedele e amata consorte, diventano a un certo punto la persecutoria proiezione psicotica di un inganno e di una macchinazione, escludendo inesorabilmente di prendere in considerazione il conteso istituzione, labirintico e verticalizzato nel quale si muovono. Ma se con l’ansiogeno funzionario statale Jean-Louis Subilon (interpretato dalla fremente nevrosi gestuale e facciale dello Xavier Dolan attore) e lo strategico e concreto collega francese Paul Andreu (Swann Arnaud che faceva un avvocato con le stesse caratteristiche di defilata strumentalità proprio in Anatomia di una caduta)  lo scontro sarà totale fino alla dismissione di qualsiasi convergenza, von Spreckelsen scoprirà nell’altrettanto romantico e riflessivo Mitterand un sodale e elettivamente affine alleato in una prospettiva valoriale e simbolica della sua proposta. Proprio i dialoghi con il presidente sono i momenti più ariosi, circolari, orizzontali ( nel senso di visione e di costruzione di un orizzonte che apre il respiro dell’inquadratura e non lo soffoca  nella strettoia di un corridoio ) in confronto a un succedersi di colloqui e scontri dove ognuno resta vincolato e bloccato in una posizione prescritta e determinata dalla funzionalità individuale del ruolo e non dall’ispirazione di una comune visione di fraternité.

Peraltro il rapporto d’intesa  tra von Spreckelsen e Mitterand, tra l’ artista e  il committente alla stregua di quello che poteva avvenire in una corte rinascimentale, verrà poi interrotto  nell’effettiva possibilità di costruire l’arco secondo i desiderata dell’architetto, dalla sconfitta della sinistra francese alle elezioni del 1986  e dall’avvento di un governo di destra non predisposto ad investire nel rigore e nell’integrità di un’opera d’arte. E tra le varie digressioni e vie di fuga concesse a quest’uomo granitico ma non imperturbabile ce n’è una, quella della visita alla cava del marmo di carrara, che almeno figurativamente rimanda alla recente visione di The Brutalist, e alla sua esplorazione magniloquente, dissacrante, pretenziosa su un altro architetto che su quella materia marmorea  fece convogliare la propria ambizione e volontà di potenza, rimanendone poi schiacciato e paralizzato, nell’esasperazione della propria stessa hybris di affermazione sulle leggi dell’uomo e della natura. Il film di Demoustier non vuole avere una portata cosi tragica ed epica, anche se il contatto tattile e visivo con un materiale tanto visceralmente collegato alla creazione nella sua accezione più alta e classica (“questo è il marmo di Michelangelo”, gli ripetono i discendenti dei proprietari di quel luogo così fondativo) provoca un cambiamento in von Spreckelsen, nella sua tensione verso una purezza generativa  la luce sulla superficie riflettente del vetro e il tempo nelle venature opacizzanti del marmo): nulla da quel punto in poi è più trattabile o discutibile,  e proprio il tempo, paradossalmente, diviene una nemesi ben resa dalla parallela atmosfera sospesa dove il protagonista porta avanti il suo ideale di eternità e secolarità, e le circostante imponderabili del fluire degli eventi nel presente e nel futuro prossimo. Quando la moglie gli dice “ tu sei innamorato del marmo”, di fronte alla sua iraconda opposizione alla proposta di Andreu di trattarlo chimicamente con la conseguenza inaccettabile di perderne le caratteristiche naturali, von Spreckelsen le risponde “non sono innamorato del marmo, sono innamorato di te”; una dichiarazione d’amore che non è sufficiente a ricentrare lo squilibrio psicofisico in atto, quando poco dopo accusa violentemente la donna di essere connivente con il sistema che lo vuole distruggere.

Così è come se nel momento in cui l’uomo, identificatosi totalmente con la sua creazione in progress, venisse annientato quando non riconosce più la forma che per lei aveva immaginato e tentato ostinatamente di costruire. Nel finale romanzato l’architetto ormai ritiratosi nel ruolo di docente con la medesima intransigenza e schiettezza verso i suoi studenti, si reca a vedere quello che hanno fatto del suo grande arco e rimane ucciso (nella realtà von Spreckelsen  morì due anni prima dell’inaugurazione del monumento) non tanto dall’affanno a causa dei sabotaggi e delle disattese subiti dal potere e dai suoi emissari il faticoso making off che sta dietro a quel risultato opaco e non trasparente; è un colpo al cuore che affonda le ragioni nella distanza tra l’affezione a un’immagine cosi profonda da essere soggettivante e identitaria e la sua mancata corrispondenza nella realtà fisica, l’impossibilità di farne esperienza cosi com’era stata pensata. La formulazione originale tradita nel passaggio significante e significativo dalla lingua dell’ispirazione creativa  a quella del suo fattuale referente; un codice sconosciuto a cui non resta che essere amaramente decifrato per trovare almeno la direzione di una dipartita lungo un cimiteriale viale del tramonto.

In sala dal 1 gennaio 2026.


Lo sconosciuto del Grande Arco (L’Inconnu de la Grande Arche) Regia e sceneggiatura: Stéphane Demoustier dal romanzo La Grande Arche di Laurence Cossé; fotografia: David Chambille ; montaggio: Damien Maestraggi; musica: Olivier Marguerit; interpreti: Claes Bang, Sidse Babett Knudsen, Xavier Dolan, Swann Arlaud, Michel Fau; produzione: Ex Nihilo, Zentropa, France 3 Cinéma, Le Pacte; origine: Francia, 2025; durata: 106 minuti.; distribuzione: Movies Inspired.

 

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *