Carissimi lettori, eccoci arrivati alla felice conclusione di un anno cinematografico particolarmente ricco e interessante. Tempo, quindi, di tornare con lo sguardo indietro per ripercorrere insieme le tappe più salienti dei festival cinematografici, ritrovare i titoli usciti in sala, che ci hanno accompagnato nel 2025, o che ci accompagneranno nel 2026. Tempo, per la redazione di Close-up, di stilare la classica lista dei Top Ten, le migliori preferenze secondo i nostri autori tra film, documentari e serie TV.
Si tratta soprattutto – al di là dei voti – di una occasione, magari seguendo i link alle recensioni fatte, per riflettere ancora una volta sulle potenzialità del meccanismo cinematografico che, in tutte le sue variazioni, chi più e chi meno, chi da casa, chi da una sala di cinema, a volte (così sia!) anche solo dal piccolo schermo di un cellulare, ci accompagna nelle nostre vite, e tende ad invadere molto del nostro spazio e tempo liberi.
Infine, tantissimi auguri di buon 2026 a tutti che ci hanno seguito, accompagnandoci, anche discutendo, inviando commenti, aiutandoci a crescere di popolarità e di visibilità in questi tempi non sempre facili per chi come la nostra rivista porta avanti un discorso di critica indipendente e d’autore.
Giovanni Spagnoletti
Senza ordine in graduatoria così come mi sono venuti in mente (e ho un po’ strabordato):
- Giovani madri/Jeunes Mères di Jean-Pierre e Luc Dardenne che sono una garanzia inveterata ma ricorderei anche in area francofona: Sotto le foglie/Quand vient l’automne di François Ozon, Vita privata/ Vie privée di Rebecca Zlotowski e uscito per il 28 dicembre (che noi tutti sappiamo cosa significa) il cinefilissimo Filmlovers! di Arnaud Desplechin.
- Sirât di Óliver Laxe, veramente sorprendente. Non può non venire in mente Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni.
- Una battaglia dopo l’altra/One Battle After Another di Paul Thomas Anderson, superlativo soprattutto nella seconda parte. Non mi pare di aver visto altre opere americane che mi abbiano esaltato o veramente lasciato il segno. Ma probabilmente mi sbaglio o ricordo male.
- Black Dog di Gou Zhen (emozionante, aveva vinto il Premio di “Un Certain Regard”, 2024, uscito in Italia quasi di straforo).
- In die Sonne schauen/Sound of Falling di Mascha Schilinski, in assoluto uno dei film tedeschi più interessanti e sperimentali da decenni + a pari merito Leibniz – Chronik eines verschollenen Bildes di Edgar Reitz (non solo per amicizia personale con l’autore ma soprattutto perché è un gran bel film, realizzato alla bellezza di 92 anni) purtroppo non uscirà mai in Italia.
- O Agente Secreto/L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho, come Sirât una bella sorpresa e come quello premiato giustamente a Cannes.
- Adolescence vedo pochissime serie per ragioni di tempo, questa mi ha stregato: virtuosismo tecnico e recitazione straordinaria. Un vero top d’annata.
- Generazione romantica/Caught By the Tides di Jia Zhangke (semplicemente grandioso)
- Happy Holidays del palestinese Scandar Copti. Per restare nel mondo mediorientale: molto contestato da alcuni, ma a me è piaciuto l’iraniano Zan o bačče/Woman and Child di Saeed Roustayi, un film bello tosto. Mentre mi ha lasciato un po’ freddo Un semplice incidente/It Was Just an Accident/Yek tasadof-e sadeh di Jafar Panahi (importante e anche riuscito ma al di sotto di quanto mi aspettavo).
- Per ultimo ho lasciato il cinema di casa nostra, dato che ci sono diversi lavori non memorabili ma di qualità e non saprei cosa scegliere: La grazia di Paolo Sorrentino, Le città di pianura di Francesco Sossai (un’opera seconda veramente ragguardevole), La città proibita di Gabriele Mainetti, Tre ciotole di Isabel Coixet e last but no least Primavera di Damiano Michieletto.
Non ancora visto Sentimental Value di Joachim Trier e neanche il doc. Put Your Soul on Your Hand and Walk di Sepideh Farsi. Devo aggiungere che mi mancano vari documentari e me ne dolgo, sono da segnalare in ogni caso: Cover-Up di Laura Poitras e Mark Obenhaus; Bobò di Pippo Delbono o anche Roberto Rossellini – Più di una vita di Ilaria De Laurentiis, Andrea Paolo Massara, Raffaele Brunetti (su cui intessere una bella lezione universitaria, molto interessante). Mi ha commosso una vera piccola perla di Sergei Loznitsa, il corto Paleontology/Lesson Paleontology e sono contento che sia riuscito in sala Fino alla fine del mondo/Bis am Ende der Welt di Wim Wenders nella Director’s cut. Ma qui siamo nella grande Storia del cinema come con Thierry Frémaux e il suo Lumière – L’avventura del cinema/Lumière, le Cinèma!
Matteo Galli (10+1)
- Una battaglia dopo l’altra (P. T. Anderson, USA)
- The Sound of Falling (M. Schlinski, D)
- Sirât (Oliver Laxe, ESP)
- Sentimental Value (J. Trier, NOR)
- Trilogia Sex, Dreams, Love (D. J. Haugerud, NOR)
- I colori del tempo (C. Klapisch, F)
- Le città di pianura (F. Sossai, I)
- Gioia mia (A. Spampinato, I)
- Breve storia di una famiglia (L. Janje CHN)
- Una donna e un bambino (S. Roustaee, IRAN)
- Giovani madri (L. e J-P. Dardenne, B)
Alessio Accardo
Premessa necessaria: la presente Top ten giunge all’esito di un anno per me particolarmente povero di visioni cinematografiche (per dirne due non ho ancora visto Sirât di Óliver Laxe né La grazia di Paolo Sorrentino) dunque inesorabilmente monco e particolarmente inattendibile. La concludo con una provocazione situazionista che mi espelle per sempre dalla rispettabilità, non solo cinefila.
- Put Your Soul on Your Hand and Walk di Sepideh Farsi. Quando verranno a chiederci dove eravamo quando si compiva sotto i nostri occhi il più abominevole degli stermini di massa dell’Occidente contemporaneo, io vorrei poter dire che stavo dalla parte di Fatma “Fatem” Hassouna e del suo buonumore disarmato e disarmante. Che la regista Farsi giri il tutto il film collo smartphone rende l’opera anche un epocale upgrade del linguaggio cinematografico.
- La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania. Per molti il vincitore morale dell’ultima Mostra di Venezia, per qualcuno un film ricattatorio sommamente anti-cinematografico. Per me la più indispensabile delle visioni di questo annus horribilis che stiamo vivaddio salutando.
- Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch. Ingiustamente ridimensionato da coloro che lo hanno ritenuto l’usurpatore di una vittoria immeritata, si tratta in realtà dell’ultimo capitolo della coerente filmografia un regista sempre fedele al suo sguardo asciutto, minimalista e pervicacemente indipendente. Un’ode ironica e feroce sull’istituzione della famiglia. Le sue meraviglie e le sue miserie.
- Bugonia di Yorgos Lanthimos. Opera definitiva sul nichilismo del nostro evo (e soprattutto dell’America e Stati vassalli) che restituisce l’esatta radiografia del pianeta terra (sul punto d’implodere) attraverso una rappresentazione beffarda e paradossale dal sapore distopico, in cui il complottismo sembra essere l’unica lingua plausibile.
- Dreams di Dag Johan Haugerud. Vincitore dell’Orso d’oro all’ultimo Festival di Berlino, Drømmer (questo il titolo originale) è la terza puntata della trilogia dello sceneggiatore e regista norvegese Dag Johan Haugerud (che include anche Sex e Love): una voce autorevole e discreta che merita tutta l’attenzione che le rivolgono i migliori Festival del mondo.
- After the Hunt – Dopo la caccia di Luca Guadagnino. Il regista palermitano ormai trapiantato a Hollywood decide di affrontare senza paura il tema dei temi della nostra epoca: la guerra dei sessi ai tempi dell’imperante politically correct e della detronizzazione del maschio\patriarca con tutto quel che ne consegue. E lo fa bene perché si libera finalmente della zavorra di certi suoi vezzi autoriali che ne appesantiscono lo stile.
- Roberto Rossellini – Più di una vita di Ilaria De Laurentiis, Andrea Paolo Massara, Raffaele Brunetti. Vincitore del premio del pubblico all’ultima Festa di Roma, è un documentario che svela una sconfinata quantità di materiale d’archivio, utile a spiegare a chi se lo fosse dimenticato che Rossellini non è solo il regista di Roma città aperta ma un artista prismatico dalle molte vite (come da titolo), di cui qui viene narrata quella meno nota (ma non meno preziosa), dopo il Neorealismo e dopo Ingrid Bergman
- Adolescence di Philip Barantini. Miniserie britannica di rara potenza emotiva e pregiata fattura linguistica. Utilizza il più cinematografico degli stilemi (il piano-sequenza) per gettare uno scandaglio insieme impietoso ed empatico dentro l’età acerba. Si presta anche ad esser letto come un saggio in immagini per nulla ideologico (dunque assai verosimile) su due temi ineludibili come la violenza di genere e lo strapotere dei social network.
- Call my agent 3 di Simone Spada / Maschi veri di Matteo Oleotto, Letizia Lamartire. Due esempi eccellenti di traduzione in italiano della meglio serialità europea, con più di qualcosa da dire – più la seconda della prima – sui tempi che viviamo.
- Buen Camino di Gennaro Nunziante. Eccoci giunti alla provocazione preannunciata nel prologo che mi farà perdere la stima del direttore della webzine che state leggendo e il rispetto dei suoi redattori. Epperò, consapevole di espormi al pubblico ludibrio e al privato disdoro, ricordo a me stesso l’altezzosa superbia con cui nel dopoguerra si svillaneggiava Totò, prima che diventasse un’icona; con cui poi si sottovalutava la commedia all’italiana, prima che la rivalutassero i francesi. Comunque prima di capitolare sotto la mannaia dell’indegnità cinefila, mi si lasci citare a mia parziale discolpa il 21° dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, laddove l’intellettuale sardo approfondisce il concetto di “nazionalpopolare” in cui l’arte si faccia espressione delle classi subalterne lontana dalla sterile autoreferenzialità degli intellettuali tradizionali e delle élite cosmopolitiche.
Alessia Brandoni
Miglior film: Giovani madri di Luc e Jean-Pierre Dardenne. E poi -senz’ordine ma solo per come sostano o ritornano:
- Generazione romantica di Jia Zhangke
- Elisa di Leonardo Di Costanzo
- L’isola di Andrea di Antonio Capuano
- Ailleurs la nuit di Marianne Méitivier(TFF)
- Le cri des gardes di Claire Denis (TFF)
- Fuori di Mario Martone;
- After The Hunt di Luca Guadagnino
- L’albero di Sara Petraglia
- La ragazza dal cappello rosso di Kohei Igarashi;
- Leibniz- Chronik eines verschollenen Bildes di Edgar Reitz
E ancora: Tempo d’attesa di Claudia Brignone, L’uomo nel bosco di Alain Guiraudie, No other land di Yuval Abraham, Basel Adra, Rachel Szor e Hamdan Ballal, Il mondo è aperto di Virginia Eleuteri Serpieri (Unarchive Found Footage Fest), I’m not everything i want to be di Klára Tasovská (Unarchive Found Footage Fest), Il figlio più bello di Stefano Rulli e Giovanni Piperno (Festa del cinema di Roma), L’eco dei fiori sommersi di Rosa Maietta.
Cinzia Cattin
- Silent Friend di Ildikó Enyedi (visto a Venezia, uscirà in Italia per la Movies Inspired ed è previsto in sala per il 26 febbraio 2026).
- Sentimental Value di Joachim Trier (visto a Cannes, uscirà nelle sale per la Lucky Red e la Teodora Film a partire dal 22 gennaio 2026).
- La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania
- Il sentiero azzurro di Gabriel Mascaro
- Balentes di Giovanni Columbu
- Alpha di Julia Ducournau
- Sirât di Óliver Laxe
- Un anno di scuola di Laura Samani (visto a Venezia, esce al cinema il 9 aprile 2026)
- Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson
- The Life of Chuck di Mike Flanagan
Francesco Ceccoli
- Silent Friend – Ildikó Enyedi
- No Other Choice – Park Chan-wook
- On Becoming a Guinea Fowl – Rungano Nyoni
- Hard Truths – Mike Leigh
- Presence – Steven Soderbergh
- Bugonia – Yorgos Lanthimos
- The Ugly Stepsister – Emilie Blichfeldt
- Un film fatto per Bene – Franco Maresco
- Superboys of Malegaon – Reema Kagti
- Friendship – Andrew DeYoung
- Dead Talents Society – John Hsu (Menzione speciale)
- Weapons– Zach Cregger (Menzione speciale)
- Un semplice incidente – Jafar Panahi (Menzione speciale)
- Una battaglia dopo l’altra – Paul Thomas Anderson (Menzione speciale)
Documentario: The Father The Son and the Holy Spirit di Christian Sønderby Jepsen
Interpretazione: Marianne Jean-Baptiste in Hard Truths
Fabrizio Croce
Ho avuto la necessità di trovare dei possibili “perché” a questi dieci film compiuti in sé e aperti all’alterità dello sguardo altrui, in un anno attraversato, a mio avviso, da una particolare perdita di senso.
- Generazione romantica di Jia Zhangke: perché è stata la più meravigliosa restituzione del tempo che abbiamo perduto e del tempo che abbiamo ritrovato, dopo averlo atteso, inseguito, immaginato nei ritagli di un amore interrotto, di una pandemia subita, di un futuro anteriore.
- Pomeriggi di solitudine di Albert Serra: perché ha estraniato la maschera feroce e grottesca dell’umano e amplificato la pietas per il volto straziante dell’animale.
- Giovani madri di Luc e Jean-Pierre Dardenne: perché ha ribadito quanto sia necessaria la verità contenuta in ogni dettaglio e in ogni raccordo.
- Magellan di Lav Diaz: perché ha affondato l’ego dell’ossessione e della brama colonialiste nel colore crepuscolare dei paesaggi e nel pianto luttuoso delle popolazioni dei tristi tropici.
- Queer di Luca Guadagnino: perché si può dormire abbracciati in quella maniera e in quella quiete solo dopo aver attraversato il dolore e la frenesia di ingoiare il cuore l’uno dell’altro.
- Leibniz- Chronik eines verschollenen Bildes di Edgar Reitz: perché ha messo in scena con l’altezza di una cristallina semplicità il processo che collega e che manda in corto circuito l’ispirazione, il pensiero, la luce, la materia e l’immagine nell’atto di creare, tra i lumi della ragione e la vampate del sentimento, il linguaggio della filosofia e la forma dell’ (opera d’) arte.
- Sirât di Olivier Laxe: perché ha sintetizzato l’abisso dell’apocalisse in cui stiamo precipitando nel fuori campo di una caduta nel vuoto e nel campo lungo di un’esplosione a catena).
- The Life of Chuck di Mike Flanagan : perché mi ha ricordato che durante la fine del mondo vale la pena correre a perdifiato per godersi l’ultimo spettacolo al fianco di qualcuno che si è amato o che si ama.
- L’isola di Andrea di Antonio Capuano: perché ha raccontato con straziante lucidità e tensione visionaria la tragedia di un’infanzia precocemente stritolata, alienata, de- soggettivata dalle psicosi e dalla nevrosi degli adulti.
- Fuori di Mario Martone: perché ha sbloccato l’istinto, le pulsioni, il desiderio di corpi femminili incarcerati nel perimetro fisico e mentale di un’istituzione, trasformando la ricerca di una forma espressiva nell’esperienza di un jazzato viaggio all’inizio e al termine della notte, nel ritmo ballato sulle note di quella sola estate.
Giammario Di Risio
- Bugonia – Yorgos Lanthimos
- Nosferatu – Robert Eggers
- Train Dreams – Clint Bentley
- Cinque secondi – Paolo Virzi
- Lilo & Stitch – Dean Fleischer Camp
- Muori di Lei – Stefano Sardo
- U.S. Palmese – Marco Manetti/Antonio Manetti
- Io sono la fine del mondo – Gennaro Nunziante
- Fallout seconda stagione (serie tv) – Geneva Robertson-Dworet
- Breve storia d’amore – Ludovica Rampoldi
Alessandro Mastandrea
Di seguito l’elenco, del tutto personale, dei dieci migliori film proiettati in sala durante l’anno appena trascorso. I primi sette direi che sono pellicole da vedere assolutamente: ciascuna di esse, a proprio modo, può essere vista sia come una riflessione teorica sul cinema, sia come una riflessione politica sull’oggi. Garland, Anderson, Bigelov, Cameron, Soderbergh, in particolare, per l’industria cinematografica americana, sono i nomi che mi pare segnalino, in mezzo alle mille contraddizioni di un sistema in crisi, che il cinema è ancora vivo.
- Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson
- Warfare di Alex Garland
- La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania
- A house of Dynamite di Kathryn Bigelow
- Avatar – Fuoco e Cenere di James Cameron
- After The Hunt di Luca Guadagnino
- Presence di Steven Soderbergh
- Ammazzare stanca – Autobiografia di un assassino di Daniele Vicari
- The Life of Chuck di Mike Flanagan
- Wake Up Dead Man: Knives Out di Rian Johnson
Mazzino Montinari
- Generazione romantica di Zhangke Jia
- Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson
- Mastermind di Kelly Reichardt
- After The Hunt di Luca Guadagnino
- Testa o croce di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis
- La ragazza del coro di Urška Djukić
- Primavera di Damiano Michieletto
- Clevatess (Anime)
- Attack on Titan – The Last Attack (Anime)
- Gachiakuta (Anime)
Ivan Orlandi
Ecco la mia top dell’annata, solo film del 2025:
- Leibniz- Chronik eines verschollenen Bildes di Edgar Reitz
- Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch
- O riso e a faca di Pedro Pinho
- Miroirs No. 3 di Christian Petzold
- Kontinental 25 diRadu Jude
- Un semplice incidente di Jafar Panahi
- Le città di pianura di Francesco Sossai
- The Ground Beneath Our Feet di Yrsa Roca Fannberg
- Blue Moon di Richard Linklater
- Put Your Soul on Your Hand and Walk di Sepideh Farsi
Antonio Pezzuto
- Duse, Pietro Marcello
- Fuori, Mario Martone
- L’Étranger, François Ozon
- Monólogo Colectivo, Jessica Sarah Rinland
- Newport & the Great Folk Dream, Robert Gordon
- Tardes de soledad, Albert Serra
- Testa o croce?, Matteo Zoppis e Alessio Rigo de Righi
- The Mastermind, Kelly Reichardt
- The Testament of Ann Lee, Mona Fastvold
- Vie privée, Rebecca Zlotowski
Non ho ancora visto e molto probabilmente mi piaceranno: Dva prokurora, Serghij Loznycja; L’agente segreto (O agente secreto), Kleber Mendonça Filho; Mektoub, My Love: Canto Due, Abdellatif Kechiche; Nouvelle Vague, Richard Linklater; Una Battaglia dopo l’altra, Paul Thomas Anderson; Sirât , Óliver Laxe; Un semplice incidente, Jafar Panahi; Filmlovers!, Arnaud Desplechin.
Fabiana Sargentini
- Adolescence: conturbante per genitori di adolescenti, conturbante per chi l’adolescenza non l’ha mai abbandonata. Importante nella materia di base, perfetto nella forma.
- Dieci capodanni: come l’amore può durare, come può sfinire, come può prendere strade accidentate, come si dipana quando il caso è stato disarmato. Da vedere tutta d’un fiato.
- La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania: la potenza di una tragedia in atto trasformata in un grande film che parla una lingua universale.
- Dreams (Dag Johan Haugerud): percorsi amorosi si intrecciano tra generazioni. Sottile, sofisticato, profondo.
- Dreams (Michel Franco): il potere del denaro nella società contemporanea si riflette in un rapporto di coppia tossico. Scritto e recitato magnificamente.
- Nino: i drammi della vita sparsi in un arco di tempo limitato. Un’opera prima insolita e sapiente, delicata ed emozionante nel descrivere le sottili pieghe del passare delle ore, i cambiamenti di umore, gli slittamenti veloci dei sensi.
- Familiar Touch: si può giocare con la memoria, con la vecchiaia, col tempo che stringe le maglie dell’esistenza umana. Un tocco talmente familiare da sentirsi dentro ogni fotogramma.
- Giovani madri di Luc e Jean-Pierre Dardenne: i parossismi della relazione primaria originaria, quella con la figura della madre. Vincolate, problematiche, fragilissime fanciulle cercano la loro strada ognuna a suo modo. Vite raccontate con lievità e rispetto.
- Le donne al balcone: declinazione di un femminismo libero, folle, disturbante come una visita ginecologica femminile agli occhi impreparati di un uomo. Produttivamente coraggioso, ardito nella scrittura, audace nella recitazione e nella regia.
- Un semplice incidente di Jafar Panahi: la sconcertante umanità di un piccolo gruppo di persone davanti alla potenzialità della vendetta. Un racconto di estrema violenza senza la necessità di mostrarla: una denuncia mascherata da commedia.
Domenico Spinosa
In ordine di preferenza:
- Je n’avais que le néant – “Shoah” par Lanzmann di Guillaume Ribot
- To an Unknown Land di Mahdi Fleifel
- Un semplice incidente di Jafar Panahi
- Life beyond the Pine Curtain – L’America degli invisibili di Giovanni Troilo
- Leibniz – Chronik eines verschollenen Bildes di Edgar Reitz
- Father, Mother, Sister, Brother di Jim Jarmusch
- Broken Rage di Takeshi Kitano
- The Teacher di Farah Nabuls
- RIP di Alessandro D’Ambrosi e Santa De Santis
- Bugonia di Yorgos Lanthimos
Edoardo Zaccagnini
Alla fine ho messo solo serie Tv. Perché in quell’ambito ho visto tutto o quasi durante l’anno, sui film qualcosa ho perso, e la mia selezione rischierebbe di essere monca. Poi per decimo un documentario.
- Adolescence, la violenza non si vede, ma si sente, preme ad ogni frame. Serie di personalità, di contenuti,. Di temi attuali e di sempre, espressi con forza. Serie che incolla, turba rimanendo aperta. (Netflix)
- The PITT. Entri ed esci esausto come il protagonista dopo 15 ore di turno. Ci passa l’America in quel pronto soccorso. Ci passa una serie costruita come si deve. Medical, e molto di più (Sky).
- Quale noi? Fantascienza interrogativa, virus drama pieno di spunti per muovere la mente. Che parola preziosa, il pronome noi. Quando è insieme sinergico, fertile, di io vivi, realizzati, liberi, altrimenti, dice Pluribus, che noi è? (Apple TV+)
- M. Il figlio del secolo. Stile, contenuti, forza espressiva in ogni centimetro di narrazione. La serie dell’anno. Come Adolescence. Forse anche di più. Storia italiana, apologo sul potere, sull’ambizione, sulla paura. Capolavoro? Perchè no? (Sky)
- Scissione stagione 2. In tempi di AI che avanza come onda minacciosa, la storia di un cervello diviso tra lavoro e vita privata diventa, se non realistico, quantomeno credible, capace di far sospendere l’incredulità. Il resto lo fa la qualitá della scrittura e della regia. Pieno stile Apple TV+.
- The Studio. Hollywood senza sentire l’odore del già narrato sul tema. Personaggi, regia, scrittura. Tante cose che funzionano in un racconto che è anche del presente. Commedia, di qualità. (Apple TV+).
- Scorsese. Capire Martin. Interrogarsi sul suo cinema. Ripercorrerlo con la sua generosa testimonianza. Brava Rebecca Miller. Gioiello per studiosi, interessante per tutti. Docuserie degna di questo nome. (Apple TV+)
- Noi del rione Sanità. In un tempo dominato dal racconto del male, dalla sua spettacolarizzazione, questa storia vera, quella di Don Antonio Loffredo a cui la serie si ispira, è ossigeno e nutrimento. Un uomo capace di farne tali molti altri, valorizzandoli, dando loro una via per assaporare la vita come merita di essere vissuta. Racconto esemplare. (Rai1).
- Il conte di Montecristo. La storia la conosci eppure quando cominci a vedere questa versione Rai, panta rei che è una bellezza. Fotografia, recitazione, arredi vari, scrittura. Tutto scorre. Arrivi in fondo senza inciampi, e quando leggi che la serie ottiene riconoscimenti di un certo rilievo non ti stupisci più di tanto. (Rai1)
- L’ottavo giorno. Documentario di Sabrina Varani. (Tv2000) sui senza fissa dimora intorno a San Pietro. Dolore e speranza, cadute e umanità. Visione preziosa. Delicata e potente.
Addio al 2025 con affetto filmico da tutti noi

