Black Dog di Guan Ho

Lo scenario su cui si apre Black Dog, ultima opera di Guan Hu (Premio di Un Certain Regard all’ultimo Festival di Cannes), appartenente per istanze stilistiche, poetiche e produttive al movimento della sesta generazione di cineasti cinesi cominciata dai primi anni ’90 (il suo esordio, Dirt, è del 1994), richiama l’impatto di un mondo post apocalittico dato in pasto agli ultimi predatori della terra: in realtà la macchina da presa esplora un paesaggio potentemente arcaico come il deserto dei Gobi, lungo il quale un autobus sbanda e si ribalta travolto da un branco di cani randagi. Potrebbe essere l’incipit di un nuovo capitolo della saga di Mad Max e invece, tra lo spaesamento dei passeggeri alla ricerca affannosa dei loro beni dispersi nell’incidente, si staglia la figura asciutta e silente in camicia rossa di Lang, del quale seguiremo le vicende centellinate dal suo scarno e monosillabico linguaggio e dalla graduale apertura panoramica dello sguardo su un contesto spaziale e temporale in disfacimento. Non ci sono offerte immediatamente delle coordinate,  sembra di essere stati calati in una dimensione sospesa, simbolica, allusiva di una realtà, quella cinese, assai complessa nella sua organizzazione territoriale e sociale.

C’è d’ altro canto la scelta di un punto di vista: non la rutilante e satura metropoli contaminata con gli efflussi di un occidente sempre più pressante, e sul quale la Cina fare sempre più pressione da un punto di vista politico ed economico, che ha completamente sostituito e fatto transitare usi e costumi in consumi e  tendenze (peraltro smaterializzando la fruizione nella vacuità dell’on line); l’ambientazione è infatti in una cittadina ai margini del deserto, colta e bloccata nella stasi di un passaggio epocale, visto che la Cina di cui stiamo parlando è quella del 2008, alle soglie delle Olimpiadi di Pechino, che rappresentano anche un miraggio, una discriminante, una luce intravista attraverso il limitato schermo di una tv, contro la vastezza di ciò che vi è attorno. E tutt’intorno ci sono i resti post industriali  di un progetto mancato tra urbanizzazione e ruralità , una fessura aperta nella quale la folta presenza di animali selvatici, tra i quali il cane è l’anello di maggior congiunzione tra naturalezza e cultura, libertà e addomesticamento, è il segno mordente e tangibile di una rovina, ma forse anche della possibilità di un processo di conversione, di una riversibilità verso il bisogno vitale di calore della connessione tra umano e animale. Anche Lang ha una storia piena di fessure e di ferite: in passato è stato un fenomeno locale come motociclista acrobatico, è un appassionato cultore di musica rock con una passione per i Pink Floyd (che innervano la colonna sonora con due brani tratti dal mood in immersiva crisi esistenziale di The Wall), ed  è appena uscito di prigione dove ha scontato una pena per l’omicidio colposo del nipote del macellaio locale. Il cane nero del titolo, che su di se porta la stigmate pregiudiziale di un colore associato superstiziosamente a qualche malattia contagiosa, si infiltrerà nella sua fessura più profonda e sanguinante,  trovandovi inaspettatamente un antro di accoglienza e comprensione, e leccandone, al tempo stesso e fuor di metafora, le ferite.

Gli strumenti che mettono in atto questa mutazione di sguardo e di prospettiva, tanto più che Lang, ancora visto con reticenza dai suoi concittadini, verrà reclutato dalla zio putativo ( interpretato da quello che è forse il più sorprendente tra gli autori della sopracitata  sesta generazione, Jia Zanghke) per far parte di una squadra di cattura dei cani randagi, sono proprio la musica, il suono, la fisicità. Privati della parola e anche di una più strutturata emotività che scorre sull’espressività facciale, come in un futuro medioevo sfigurato nelle certezze razionali e calato nell’eclisse prima dell’alba di un nuovo umanesimo, Lang e il suo black dog si disfanno della zavorra di recriminazioni, imputazioni e condanne a priori o post del loro passato e presente. E riescono oltretutto a svincolarsi dalle maglie di un potere centralizzato imperante, con il neanche troppo velato riferimento al totalizzante controllo socio sanitario che sarebbe venuto durante la pandemia, un evocativo e indiretto flashfoward rispetto al periodo effettivo in cui si svolge la vicenda. A fare la differenza, in possibilità e non in limitazione, è la relazione inaspettata che scaturisce da una conflitto, o comunque da una fuga e rimozione-la prima volta che Lang vede il cane scappa via e ne viene comunque inseguito, braccato e aggredito come potrebbe accadere con i fantasmi dei propri sensi di colpa, ma anche dai desideri viscerali- e si tramuta nella condivisione di uno spazio prima privato e domestico della sua casa d’origine, e poi nell’attraversamento di quello stesso deserto dell’inzio, per il quale si ritorna indietro, passando dalla stessa via. Questa speculare orizzontalità dell’andirivieni, che corregge la traiettoria circumnavigante del viaggio dell’eroe classico, ci riporta al parallelismo con la saga diretta da George Miller, in particolare Mad Max: Fury Road, nel quale tutta la compagnia di guerriere guidata da Furiosa e da Max ripercorreva il tragitto costellato di esplosioni, violenza e distruzione, per tornare a prendersi il proprio posto nel regno patriarcale della benzina.

Un taglio da ricucire e curare, che Guan Hu declina a un certo punto in una chiave, e in una luce, tra il crepuscolare e l’albeggiante, nell’ alternarsi di morte e rinascita, con il ringhiare e l’abbaiare minaccioso sfumati in un dolce e intenso guaire. Nella sua struttura di parabola e di allegoria, talvolta, in particolare nella seconda parte, troppo marcata e sottolineata ( la pacificazione con la parte istintuale rappresentata dalla tigre che esce dalla gabbia dello zoo e gira per le strade), il racconto fa venire in mente un’altra parabola ugualmente potente e lucida, contenuta in un dimenticato film dell’ultimo periodo del grande Samuel Fuller, curiosamente dal titolo opposto, Cane bianco (1982): in quel caso si trattava di un animale addestrato da dei fanatici razzisti ad aggredire ed uccidere le persone nere, sui quali veniva tentato un fallito processo di rieducazione alla mitezza e al rispetto . Il fatto che Lang riesca a portare lontano il suo cane dalla meccanica, spietata e alienante mentalità dell’oppressione umana, che sia razziale, geografica o antropologica, è un atto di apertura nei confronti della trasformazione salvifica generata dall’amore, lo spostamento della crisi dallo spazio dolente della ferita a quello esaltante dell’opportunità. Un riscatto che dal solipsistico io passa al duale richiamo, umano e non umano. Hey  You.

In sala dal 27 febbraio 2025.


Black Dog  (Gou Zhen)  – Regia: Guan Hu; sceneggiatura : Guan, Ge Rui, Wu Bing; fotografia: Weizhe Gao ; montaggio: Matthieu Laclau, He Yongyi; musica: Breton Vivian; interpreti: Eddie Peng, Tong Liya, Jia Zhangke, Hong Yuan, Jing Liang,  Zhou You, Zhang Yi; produzione: Jing Liang, Justine O., Zhonglei Wang e Wenjiu Zhu; origine: Cina, 2024; durata: 106’ ; distribuzione: Movies Inspired.

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