Film di finzione o d’immagini documentarie? Guardando il nuovo film di Jia Zhangke si rimane, per lo meno all’inizio, abbastanza spiazzati e ci si aspetta quasi con ansia di capire cosa, nelle quasi due ore di immagini, decida di fare il regista. Sì, perché, se la partenza del film è senza dubbio una messa in scena e troviamo il protagonista Guao Bin (Li Zhubin) con la sua motocicletta – un’autocitazione da Il tocco del peccato (premiato a Cannes nel 2013 per la miglior sceneggiatura), che non è nemmeno l’unica del film –, poi però, sembra che Zhangke cambi idea e, girando e registrando immagini, si lasci andare a documentare. E, prendendoci anche gusto, si metta a riprendere donne, probabilmente operaie, che cantano in un’improvvisata gara canora il giorno della Festa della donna; oppure si soffermi ad osservare degli operai in pausa seduti sulla scala fuori dalla loro fabbrica. Seguono sequenze di serate danzanti in discoteca, moltitudini in movimento per le strade. Insomma, la cinepresa si sofferma ad osservare quella che è la vita comunitaria e sociale della Repubblica Popolare Cinese dimenticandosi (volutamente) di portare avanti la narrazione. Eppure, seppur brevi, addirittura a volte brevissime, vi mescola, o addirittura vi sovrappone in un gioco di trasparenze, alcune sequenze in flashback della protagonista, Qiao Quiao, personaggio come sempre impersonato dalla moglie e musa di Zhangke, la brava attrice Zhao Tao, che ci aveva particolarmente convinto e commosso con la sua unica interpretazione in una produzione non cinese in Io sono Li di Andrea Segre, girato a Chioggia nell’ormai lontano 2011.

Molto lentamente, quindi, si dipana sullo schermo la storia d’amore fra i due protagonisti, Guao Bin e Qiao Quiao, che inizia nel 2000 e finisce nel 2022, con la fine della pandemia. Le sequenze girate nell’arco di tempo di circa vent’anni scorrono fluide alle altre più attuali. I salti nel tempo portano una data, come fotografie di un album di ricordi. I protagonisti si trovano e si perdono, per poi ritrovarsi ancora, perdersi, e ritrovarsi un’ultima volta. Questa in poche parole la trama, ma anche quasi la scusa, se vogliamo, che spinge il regista a portarci in un lungo viaggio attraverso la Cina, e che parte dal Nord, nella città di Datong, per spostarsi poi verso Sud. In questa attraversata seguiamo Qiao fino al fiume Yangtse, dove va alla ricerca disperata di Guao, partito in cerca di lavoro. Lo trova nel 2006 nella zona della Diga delle Tre Gole, una fra le più imponenti del mondo.

Il film passa in rassegna molti momenti storici vissuti in Cina, come la disastrosa inondazione causata dal grande fiume, la demolizione su vasta scala di zone residenziali con il conseguente sfratto coatto della popolazione, le Olimpiadi del 2008, e infine la pandemia. Si mette in risalto l’aspetto della modernizzazione incontrollata, spesso dovuta alla corruzione, e l’impatto che questa ha provocato sulle piccole comunità rurali. Questi, appunto, i temi da sempre cari al regista cinese, che riprende in quasi tutti i suoi film.
Jia Zhangke ritorna a parlarci di una Cina contemporanea che prosegue la sua storia sempre sul baratro fra industrializzazione (centrale elettrica, la scoperta di Tik Tok da parte di un vecchietto senza denti) e tradizione (nel film un grande ritratto di Mao verrà appeso con ogni onore alla parete di una sala per feste comunitarie), proprio come corresse sull’argine instabile di questa immensa diga di cui si parla. Il rischio del tracollo è alto quando le ingiustizie aumentano. E così, anche Quiao, invece di trovarsi a ballare e cantare spensierata insieme alla comunità, com’era solita fare all’inizio della storia, durante il viaggio, sulla strada intrapresa alla ricerca di Bin, ha appreso altre forme, altri modi per fare gruppo e con orgoglio si unisce ad altri, ora, in una marcia dei molti. Perché da sempre l’unità fa la forza.
Potremmo parlare di un film contemplativo, lirico e poetico, più che narrativo, vista la quantità di volti e luoghi, ma anche di suoni – la musica tradizionale cinese subentra alla musica rave e viceversa – che Zhangke passa in rassegna; la messa in scena minima, come già accennavamo, le riprese quasi tutte girate in esterno e in bassa risoluzione, servono però a mettere a fuoco il ritratto di questa donna che non sembra mai fermarsi, in una continua ricerca, sì del suo compagno, ma alla fine forse anche di sé stessa. Insomma, Generazione romantica è un altro interessantissimo viaggio che Jia Zhangke ci regala alla scoperta della Cina di oggi, della sua cultura secolare e della sua vitale ed energica popolazione.
In Concorso al Festival di Cannes 2024
In sala dal 17 aprile 2025.
Generazione romantica (Feng Liu Yi Dai) – Regia: Jia Zhangke; sceneggiatura: Wan Jiahuan, Jia Zhangke; fotografia: Yu Lik-wai, Éric Gautier; montaggio: Yang Chao, Xudong Lin, Matthieu Laclau; sonoro: Yang Zhang; musica: Lim Giong; interpreti: Zhao Tao, Li Zhubin, Pan Jianlin, Zhou Lan, Zhou You Renke; produzione: Xstream Pictures, Momo Pictures, MK2 Films; origine: Cina 2024; durata: 111 minuti; distribuzione: Tucker Film.
