A dispetto degli annunzi dell’epoca, ci sono voluti la bellezza di tre anni perché la seconda parte di Avatar – a questo punto il terzo capitolo del franchise che dovrebbe diventare una pentalogia – e cioè Avatar: Fuoco e cenere, ha potuto finalmente vedere la luce schermica. Qualcuno aveva avanzato il sospetto che sarebbe stato meglio se fosse stato un solo film insieme a Avatar 2 – Le vie dell’acqua(2022), ma così non è, dato poi che l’ipertrofia narrativa insieme ad un perfezionismo kubrickiano fanno parte delle caratteristiche e degli strumenti di lavoro di James Camerun, un grande regista-mago da sempre innamorato dei record astrali e delle sfide tecnologiche. Basti vedere la qualità della sua ricerca sul visivo e il numero dei formati con cui il nuovo film esce anche nel nostro paese (cercare di scegliere se possibile il migliore): 2D, 3D, IMAX 3D, ISENSE 3D, SCREENX, per offrire allo spettatore un’esperienza immersiva il più possibile completa – perché è ciò che a lui, al di là della trama, interessa sopra ogni cosa. E, infine, primo e ultimo interrogativo: chissà se anche questa volta Cameron farà bingo al botteghino, al pari di quanto avvenuto, sempre o quasi, nella sua gloriosa carriera – la competizione a Natale con Buen camino di Checco Zalone è aperta.
Come a Monopoli, si deve partire dal via che in questo caso è costituito dalla fine del film precedente conclusosi con il funerale di Neteyam, il figlio maggiore della coppia Jake Sully e Neytiri, e la decisione della famiglia di restare con il clan acquatico dei Metkayina. È passato del tempo ma i genitori e i tre figli Lo’ak, Tuk e Kiri devono cercare di superare il dolore della perdita di Neteyam che pesa in particolare su Lo’ak e sulla madre Neytiri. La donna manifesta rabbia e un risentimento sempre crescente verso la razza umana, incluso il figlio adottivo Spider, l’unico, come sappiamo, che ha bisogno d’ossigeno e di una maschera per poter vivere sul pianeta e che la donna fatica ad accettare come parte integrante della famiglia a causa della sua origine.

Ovviamente continua a incombere la minaccia umana imperialista della RDA (Amministrazione per lo Sviluppo delle Risorse), determinata a colonizzare Pandora, e subito ricompare anche il nostro obbligatorio e ben noto villain, e cioè il colonnello Miles Quaritch (un formidabile Stephen Lang) sempre in versione avatar Na’vi e sempre intenzionato a uccidere Jake. I venti di una guerra imminente sono tutti nell’aria: a seguito di un incidente a Spider che non può respirare l’aria del pianeta, Jake lo vuole rimandare alla base degli altri umani alleati. Placate le proteste degli altri figli, inizia allora il viaggio di tutta la famiglia insieme ai Cavalieri del Vento, un clan di commercianti Na’vi che si sposta a bordo di grandi e spettacolari strutture volanti.
È passata una mezzoretta di film (sui 197 minuti totali), una sorta di prologo, e fin qui sembrerebbe esserci poco di nuovo. La prima grande novità la abbiamo quando la carovana viene attaccata da un nuovo nemico, questa volta interno: i Mangkwan, il popolo della Cenere, una tribù che vive in un ambiente vulcanico e che ha sviluppato un legame consustanziale con il fuoco. A differenza degli altri clan (in terra e in mare), pacifici ed ecologisti di Pandora che venerano, la “Grande Madre”, Eywa la coscienza globale e spirituale la quale connette tutte le forme di vita del pianeta con la natura lussureggiante, i Mangkwan – guidati dalla loro spietata leader, Varang (Oona Chaplin), una violenta sciamana del fuoco, un bel personaggino trai migliori inventati da Cameron & Co. – seguono una filosofia di vita bellicista. Sembrano infatti come dei nazisti che vogliono conquistare il loro Lebensraum basandosi sul dominio e la distruzione degli altri popoli del pianeta. E Quaritch che è particolarmente abile e spregiudicato nell’inventarsi strategie di guerra, non ci mette molto ad allearsi con Varang (oltre a sedurla) e ad armare la sua stirpe di micidiali armi da fuoco. Infine, a complicare gli eventi troviamo una corposa sottotrama riguardante i tulkun – gli animali simili a balene già presenti nel precedente capitolo – che hanno decretato il bando a uno di loro, il povero Payakan promotore della difesa dallo sterminio degli umani. Ma basta con la trama anche se mi sembra abbastanza importante per poter entrare nello spirito di questo infinito kolossal che si segue, malgrado la sua lunghezza kingsize, con poche cadute d’interesse o di ritmo.
Certo Avatar: Fuoco e cenere è soprattutto un film d’azione con battaglie e battaglie continue dove, nel finale, Jack torna a diventare Toruk Makto e a guidare la vittoria dei suoi, una sorta di western d’antan in chiave di fantascienza con tanto di una potente vena mistica e religiosa ad accompagnarlo. Che è incarnata nella enigmatica figura di Liri, l’adolescente dalle origini misteriose adottata dai Sullys (della quale, però, apprenderemo qualcosa nel corso della narrazione), che svolge un ruolo quasi messianico all’interno dell’universo di Avatar.

Detto ciò, tra terra, mare e fuoco (meno di quanto si potrebbe prevedere dal titolo), l’ultima impresa filmica di Cameron non ci pare così banale o ripetitiva (come ad alcuni è sembrata) perché sono diversi i temi che va esplorando nel corso dei suoi eventi spettacolari e delle sorprese visive, così il tema del lutto, del dolore, del trauma sino al ruolo (decisivo) della famiglia e della sua unione (e ciò come scrivevamo già a suo tempo per il capitolo precedente, in dosi persino eccessive a nostro gusto). Tra gli aspetti più interessanti della sceneggiatura e delle figure narrate, vorremmo segnalare soprattutto, il dilemma edipico che segna il personaggio di Spider, spesso, in bilico tra il padre naturale Quaritch a cui aveva salvato la vita nel finale de Le vie dell’acqua, e quello della famiglia acquisita di Sully e dei figli. Altrettanto sfumato, volutamente ambiguo – ma sarà ogni spettatore a dire la sua – è ad esempio il rapporto tra il ragazzo e Kiri, a limite (estremo?) del flirt adolescenziale.
Insomma, per concludere James Cameron non sarà Paul Thomas Anderson, un altro virtuoso dello sguardo, del cinema-cinema e della macchina da presa, ma non manca neanche lui, seppure solo in filigrana e dietro le fantasmagorie dello spettacolo più sfarzoso dell’anno, di raccontarci da Pandora qualcosa su quanto accade oggi sulla nostra disgraziata terra. Ci riferiamo alla violenza della guerra e/o all’odio tra gli umani e trai popoli. Perché come recita, in nodo lapidario, una, anzi la frase chiave del film: «Il fuoco dell’odio lascia solo la cenere del dolore».
In sala dal 17 dicembre 2025.
Avatar: Fuoco e cenere (Avatar: Fire and Ash) – Regia: James Cameron; sceneggiatura: James Cameron, Rick Jaffa, Amanda Silver; fotografia: Russell Carpenter; montaggio: Stephen E. Rivkin, David Brenner, Nicolas de Toth, John Refoua, Jason Gaudio, James Cameron; musica: Simon Franglen; effetti speciali: Joe Letteri, Richard Baneham, Eric Saindon, Daniel Barrett; scenografia: Ben Procter, Dylan Cole, Vanessa Cole costumi: Deborah Lynn Scott, Bob Buck; interpreti: Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver, Stephen Lang, Kate Winslet, Joel David Moore, Matt Gerald, Giovanni Ribisi, Edie Falco, Michelle Yeoh, Jemaine Clement, David Thewlis, Cliff Curtis, Oona Chaplin, Keston John, Bailey Bass, Jack Champion, Jamie Flatters, Britain Dalton, Trinity Jo-Li Bliss; produzione: James Cameron, Jon Landau per Twentieth Century Fox, TSG Entertainment, Lightstorm Entertainment; origine: Usa, 2025; durata: 197 minuti; distribuzione: The Walt Disney Company Italia.
