Ci sono voluti vent’anni. È dal 2005 che l’inarrestabile documentarista statunitense Laura Poitras voleva intervistare il giornalista investigativo Seymour Hersch. La perseveranza della regista è stata premiata e Hersch, classe 1937, per gli amici Sy, nonché penna storica del New York Times e del New Yorker, ha finalmente accettato l’invito.
Con Cover-Up, che tradotto vuol dire “insabbiamento”, Laura Poitras torna dunque in Laguna dopo il Leone d’Oro per All the Beauty and the Bloodshed (2022), il premiatissimo documentario sulla fotografa Nan Goldin, in cui il racconto della sua turbolenta e drammatica storia personale e artistica si intrecciava con la battaglia politica contro la ricchissima famiglia Sackler, fondatrice della Purdue Pharma e imputata d’eccezione nella devastante crisi degli oppiacei negli Stati Uniti.
La parola chiave nel mondo del documentario, soprattutto quello d’inchiesta, è: accesso. Senza uno strumento, sia per entrare nei luoghi che si sceglie di esplorare che per mettere in luce le storie che si vogliono denunciare, non si va da nessuna parte. Poitras, insieme al regista e produttore Mark Obenhaus, è riuscita a ottenere l’accesso ai file, nello specifico molti dossier e tantissimi fogli di carta, di un pezzo grosso del loro stesso mestiere.
Gli archivi di Hersch strutturano questo film-viaggio che denuncia i soprusi delle forze armate e dell’intelligence statunitensi – e i loro insabbiamenti – a partire dalla guerra in Vietnam fino ai nostri giorni. Durante il massacro di My Lai (1968) i soldati americani fecero strage di civili e annientarono un intero villaggio, neonati inclusi. All’opinione pubblica venne raccontato che si trattava di Viet Cong. Non è semplice convivere con un peso come questo e, più di un anno più tardi, Hersch ricevette la prima “soffiata” sul fatto che le cose a My Lai erano andate diversamente. Seguì un’inchiesta e la verità venne a galla. Il suo primo articolo su questo orribile capitolo della guerra gli portò il Pulitzer. “La tecnica del governo è di portare la guerra fra i civili. Quella guerra l’abbiamo persa.”, afferma Hersch in conferenza stampa davanti ad una sparuta manciata di colleghi.
Da giornalista a giornalista, nel film, la prima domanda di Poitras seduta di fronte al veterano riguarda il suo utilizzo delle fonti. Evidentemente la regista non vuole nomi e cognomi di nessuno, ma è interessata al metodo di Hersch, famoso per essersi spesso affidato a fonti anonime. Questo argomento lo innervosisce subito. Il film rischia addirittura di andare a monte. Abile nel ricucire i conflitti la regista non demorde. Il dialogo prosegue.
Parlando delle fotografie delle torture all’interno carcere di Abu Ghraib agli inizi della guerra in Irak, che Hersch ha pubblicato nel 2004 in un suo articolo per il New Yorker e che fecero il giro del mondo alla velocità della luce, Poitras vuole sapere se l’effetto dirompente sarebbe stato lo stesso senza le foto. La risposta è chiara: “Senza immagini, niente storia.”
È anche per questo che, a vent’anni di distanza, ha accettato di fare questo film: scrivere non basta, l’immagine è necessaria. Il lavoro di documentazione che è stato fatto per questo film è impressionante. In conferenza stampa Olivia Streisand, responsabile della ricerca d’archivio durata due anni, ha paragonato il suo lavoro – a ragione – a quello per una tesi di laurea.
“Ha trovato delle cose che non pensavamo nemmeno esistessero!”, ha aggiunto il co-regista Mark Obenhaus. Eppure, nonostante la meticolosità, l’abilità nell’intersecare i materiali d’archivio, i diversi formati e nonostante il carisma di un personaggio come Hersch, la domanda che si pone è: come farà un film come questo a raggiungere un pubblico al di fuori dalla cerchia dei simpatizzanti?
A una domanda sul suo rapporto con l’attivismo dalla platea di giornalisti a Venezia Poitras, quasi un po’ seccata, ribatte: “Non sono d’accordo con questa affermazione. Faccio arte, che è politica. Non è attivismo.” L’augurio, sincero e affatto cinico, è che il film trovi per prima cosa una distribuzione.
Cover-Up – Regia: Laura Poitras e Mark Obenhaus; fotografia: Mia Cioffi Henry; montaggio: Amy Foote, Peter Bowman, Laura Poitras; suono: Brian Buckley; musica: Maya Shenfeld; ricerca d’archivio: Olivia Streisand; interpreti: Seymour M. Hersh; produzione: Praxis Films, Project Mockinbird, Yoni Golijov, Laura Poitras, Mark Obenhaus, Olivia Streisand; origine: USA, 2025; durata: 117 minuti.
