Non ho mai inseguito un progetto per un arco di tempo così lungo. Ho iniziato a lavorarci nel 1977 durante il mio primo viaggio in Australia. L’idea di partenza, dunque, è il mio incontro con questo continente avvenuto per vie del tutto insolite. Infatti non sono arrivato nelle grandi città della costa, Sidney o Melbourne, ma a Darwin, una città caldissima, situata molto a Nord, verso i Tropici. Così il continente australiano mi è apparso come uno spazio vuoto, immenso. Poi ho scoperto l’interno con la sua terra rossa. Ho provato subito il desiderio di fare un film; era come se quel paesaggio reclamasse una storia di fantascienza. Stavo cominciando a scriverla quando ho ricevuto il telegramma da San Francisco con la proposta di girare Hammett. Sette anni dopo, sono tornato sugli stessi posti insieme a Solveig Dommartin. Non era cambiato nulla: permaneva ancora la sensazione che tutto quanto avevo intorno, mi chiedesse una storia. Al materiale fantascientifico iniziale, si erano aggiunti adesso una storia d’amore e un viaggio intorno al mondo precedente l’arrivo in Australia. […] Un amico a cui ho raccontato la storia mi ha detto: “Ah lo so cosa vuoi fare. Tu hai sempre narrato la storia di Odisseo che vaga per il mondo e non riesce a tornare a casa. Adesso tu racconti la storia di Penelope che segue i viaggi di Odisseo”. (Wim Wenders, 1987)
Wim Wenders
Primissimo treatment per un film
Un film d’amore
Un film sull’amore
Benché nessuno sappia cosa sia l’amore
Quindi un film per scoprire.
E poiché i film su un argomento
Sono pensabili solo in quanto si trasformano in ciò di cui trattano
Questo film sull’amore
Diventerà anche un film nel
con
di
per
a favore e
contro l’amore
Fino alla fine del mondo è la magnificazione suprema dell’idea wendersiana di road movie: un’idea che abbina al movimento incessante (interiore quanto esteriore, fisico quanto psicologico) dei personaggi e della macchina da presa anche la pensosità metareferenziale del cinema europeo del periodo con tutti quelli ammiccamenti formali che derivano dalla prassi della tradizione della Nouvelle vague. Attraverso cinque continenti, in un percorso che si snoda negli spazi della geografia fisica e del sogno, Wenders intesse una riflessione accorata ed originale sul futuro della visione e dell’immagine.
Qui qualcosa che potrebbe essere una trama di questo film erratico e vagabondo. Anno 1999: mentre a Venezia in un palazzo sul Canal Grande si sta svolgendo un sontuoso festeggiamento, nello spazio un satellite impazzito minaccia la Terra. A Parigi, Claire (Solveig Dommartin) incontra Trevor McPhee (William Hurt) e se ne innamora, nonostante l’uomo sia impegnato in una fuga senza apparenti motivazioni. Trevor che in realtà si chiama Sam Farber è figlio di Henry (Max von Sydow), l’inventore di una speciale telecamera che permette di registrare le immagini e renderle “visibili” ai non vedenti: e la madre di Sam, Edith (Jeanne Moreau), è proprio una non vedente.
L’uomo continua la sua fuga passando per Lisbona, Mosca, Tokio, inseguito dalla donna, dagli agenti dei servizi segreti e dallo scrittore Eugene (Sam Neill). A Tokio, Sam e Claire finalmente si riuniscono e decidono di partire insieme alla volta dell’Australia dove da tempo vivono nascosti l’inventore e sua moglie. Ma l’arrivo in loco coincide con la crisi di tutte le macchine – determinata forse dalla catastrofe nucleare. I due portano la telecamera all’inventore e la madre di Sam può finalmente vedere le immagini registrate nel lungo viaggio, ma l’emozione è tale da …..
Henry Faber modifica allora i meccanismi della macchina per far emergere le pulsioni più riposte dell’animo umano e materializzare i sogni. Claire e Sam si offrono a far da cavia al nuovo esperimento: il risultato è quello di cadere in una specie di “teledipendenza” che li spinge a vivere soltanto per dar forma ai loro sogni.
Per compiere questo ennesimo “falso movimento” Wim Wenders non si tira indietro di fronte a nulla, impaginando un film sotto molti aspetti eccessivo, tutto giocato all’insegna dell’ibridazione di stilemi e forme apparentemente incompatibili. Nell’inventarsi tantissime cose quasi inimmaginabili all’inizio degli anni Novanta – salvo solo lo sviluppo di internet -, il regista tedesco costruisce una narrazione da B-movie fantascientifico che si sposa, attraverso una serie di fratture stilistiche molto feconde, alla concezione del cinema d’autore mentre le inaspettate parentesi umoristiche vanno a braccetto, da buon cinefile, con i continui riferimenti “filologici” e citazionali ai classici del passato.
Quello che deriva da queste contaminazioni originali, è una sorta di grande film giocattolo, un meccanismo audiovisivo che sfonda tutte le barriere della messa in scena tradizionale, facendo il verso ironico ai blockbuster americani di grande durata e densi di effetti speciali, ed obbligando l’immagine in “orizzonti visuali” sempre più lontani e futuribili. Così la sperimentazioni pionieristica sull’immagine elettronica, così l’uso ardito della musica con un colonna sonora a dir poco memorabile. Che comprende i brani di: U2, Talking Heads, Elvis Presley, Lou Reed, T-Bone Burnett, Peter Gabriel, Laurent Petigand, Can, Elvis Costello, REM, Julee Cruise, Crime & The City Solution, Chubby Checker, Boulevard of Broken Dreams Orchestra, Robbie Robertson & Blue Nile, Depeche Mode, Patti & Fred Smith, Neneh Cherry, Daniel Lanois, Nick Cave & The Bad Seeds, Jane Siberry con kd lang, Gondwanaland, David Darling, Mildred Hill e Patti Hill.
Per tutti questi motivi Fino alla fine del mondo, svolgendo la sua trama in un inseguimento planetario terminato in Australia, assume vere e proprio dimensioni profetiche come dimostra al meglio la Director’s Cut che restituisce alla sua lunghezza e concezione originale, “mostre”, un progetto lungamente covato e altrettanto fortemente voluto.
In sala dal 9 dicembre 2025
Fino alla fine del mondo (Bis am Ende der Welt) – Regia: Wim Wenders; sceneggiatura: Peter Carey Wim Wenders da un’idea di Wim Wenders e Solveig Dommartin; fotografia: Robby Müller (35 mm, analogico); montaggio: Peter Przygodda; musica: vedi sopra; interpreti: William Hurt (Trevor Mcfee/Sam Farber), Solveig Dommartin (Claire Tourneur), Sam Neill (Eugene Fitzpatrick), Max von Sydow (Henry Farber), Jeanne Moreau (Edith Farber), Rüdigler Vogler (Philip Winter), Eddy Mitchell (Raymond), Chick Ortega (Chico), Chishu Ryu (Mr. Mori), Ernie Dingo (Burt), Elena Smirnowa (Krasikowa), Allen Garfield (Bernie), Lois Ehiles (Elsa), David Gulpilil (David), Charlie MacMahon (Buzzer), Justine Saunders (Maisie), Jimmy Little (Peter), Kylie Belling (Lydia), Rhoda Robert (Ronda), Paul Levingston (Karl), Bart Willoughby; produzione: Anatole Dauman/Jonathan Taplin, Wim Wenders per Road Movie Filmproduktion (Berlino)/ Argos Film (Parigi)/Village Roadshow (Sydney); origine: Germania/Francia/Australia, 1991-1994; durata: 287 (179’ versione commerciale internazionale) minuti; distribuzione: CG Entertainment.
