In anteprima internazionale al RIDF dopo il recente Festival del Cairo, One More Show è un film che sorprende per la sua capacità di trasformare la realtà più dura in un tessuto narrativo poetico, dove parole, silenzi e immagini respirano con lo stesso ritmo di un verso ben calibrato. Fin dall’inizio è chiaro che non ci troviamo davanti a un semplice documentario o a un racconto di sopravvivenza: l’opera cerca un tempo diverso, un tempo interiore, fatto di pause, sospensioni, sguardi che durano un attimo più del necessario. Ogni dialogo è essenziale, asciutto, mai gratuito; ogni pausa ha il peso di un’intuizione; ogni immagine sembra depositarsi nello spettatore come una traccia poetica.
Questa qualità formale non è un abbellimento, ma il cuore pulsante del film. Il ritmo, infatti, diventa un mezzo di immersione: la lentezza non è stasi, ma ascolto; il silenzio non è vuoto, ma significato che cresce gradualmente. Il risultato è un linguaggio cinematografico che somiglia più a una partitura che a una sceneggiatura, capace di suggestioni sottili e di una delicatezza che resta impressa.
Dentro questo involucro poetico si muove la vicenda del gruppo di artisti che, in mezzo alla precarietà, alla distruzione e alla paura, scelgono di continuare a creare. Le loro performance, piccoli frammenti di circo, giocoleria, improvvisazione, sorrisi strappati tra la polvere, non sono spettacoli in senso stretto: diventano gesti vitali, atti di resistenza che prendono la forma della leggerezza. Non si tratta di evasione, ma di un tentativo ostinato di restituire umanità a chi li circonda e a sé stessi.
Il film segue questi artisti con un tatto raro: non li idealizza, non li santifica. Ne mostra la stanchezza, la paura, le incertezze materiali, ma anche quella forza sotterranea che li spinge a salire “ancora una volta” su un palcoscenico improvvisato, tra un’esplosione lontana e un momento di riposo rubato. Proprio in questa alternanza tra gesti quotidiani e slanci artistici si costruisce la tensione emotiva del film.
Il contrasto è radicale: da una parte la brutalità del contesto, dall’altra la sorprendente tenacia dell’arte che resiste, insiste, cerca spazio anche solo per un istante. Il film non tenta di attenuare questo paradosso, anzi ne fa il suo motore narrativo. La devastazione non è lo sfondo, ma una presenza costante; la bellezza non è ornamento, ma possibilità di sopravvivenza. Senza retorica, senza spettacolarizzare il dolore, l’opera lascia emergere la complessità del vivere in un luogo dove tutto sembra minacciare la continuità della vita stessa.
In questo equilibrio delicatissimo, One More Show trova la sua forza: è allo stesso tempo testimonianza, poesia e resistenza. Mostra come l’arte possa farsi un varco anche nei luoghi più bui, diventando gesto politico, emotivo e quasi spirituale. È un film che commuove senza manipolare, che osserva senza giudicare e che lascia allo spettatore la libertà di assorbire, interpretare, respirare.
Alla fine, ciò che rimane è un senso di gratitudine: per la sincerità dello sguardo, per la potenza del contrasto, per la dolcezza che sopravvive anche nella paura. One More Show è un’opera che resta dentro, perché sa trasformare la ferita in ritmo, la fragilità in poesia, e la sopravvivenza in un atto di coraggio collettivo.
One More Show – Regia: Ahmed Al Danaf, Mai Saad; sceneggiatura: Alice Foulcher, Gregory Erdstein; fotografia: Ahmed Eldanaf, Yousef Mashharawi, Mahmoud Mashharawi; montaggio: Sara Abdallah; interpreti: Youssef Khedr, Mohamed Ayman, Mohamed Abed, Ahmed Zeyara , Ismail Farahat, Mohamed El Akhras , Ashraf Khedr, Adam Anwar, Mohamed Hawleh, Mohamed El Sheikh , Ahmed El Agha, Mahmoud Al Zawaida, Malak Saad El Deen, Ahmed Shaaban; produzione: Baho Bakhsh, Safei Eldin Mahmoud per Red Star; origine: Egitto/ Palestina, 2025; durata: 72 minuti.
