The Brutalist di Brady Corbet

«Il brutalismo è una corrente architettonica, nata negli anni Cinquanta del Novecento in Inghilterra, vista come il superamento del “Movimento Moderno” in architettura. La corrente brutalista può essere inoltre ricondotta a diversi altri campi artistici, quali l’architettura d’interni e il design industriale» (Voce Wikipedia). Il termine, sintetizziamo, deriva dal materiale povero e grezzo usato, dalla rudezza del cemento a vista, il cosiddetto “béton brut”.

Ed ecco finalmente in arrivo in sala un film, The Brutalist, per cui la parola straordinario non è sprecata  – “impossibile”, come lo ha definito il suo autore, l’americano Brady Corbet che alla scorsa Mostra di Venezia si è portato a casa il Premio speciale della Regia ma che secondo noi avrebbe potuto benissimo vincere il Leone d’oro. Ma andiamo per ordine, perché “impossibile”? Già vincitore, sempre al Lido, nel 2015 del Premio Orizzonti per la migliore regia con il suo lm di debutto, Childhood of a Leader– L’infanzia di un capo, il regista ci ha messo dieci anni a mettere in piedi questo The Brutalist: una lavorazione durata quasi tre anni, girato in pellicola 70 mm VistaVision con una durata king size di 215 minuti (attenzione non è una serie televisiva!) e una struttura narrativa divisa in quattro capitoli. A un breve prologo segue una prima parte, poi si passa alla seconda conclusa da un epilogo a Venezia, sì esatto proprio a Venezia: nel 1980 alla prima Biennale architettura sulla Laguna. Già da questi brevi cenni di premessa si capisce che non si tratta di un’opera usuale, anzi è vero tutto il contrario, a tratti si sfiora il capolavoro ed è recitata in inglese, ungherese, ebraico, yiddish e italiano.

Il “Brutalista” del titolo, il protagonista del film, è un architetto ebreo di origine ungherese, László Tóth (Adrien Brody) che, dopo aver studiato al Bauhaus, aveva iniziato una brillante carriera a partire dagli anni Venti, stroncata, però, dall’avvento del Nazismo sino all’internamento nel campo di concentramento di Buchenwald (il prologo narra appunto, come in un delirio, quella terrificante esperienza).

Diciamo subito prima di proseguire, però, che non si tratta di una vera figura storica, l’opera è nata dalla fantasia del regista insieme alla sua compagna e co-sceneggiatrice, la norvegese Mona Fastvold, creando una sorta di sintesi, inventata di sana pianta, una somma del Pantheon dei grandi numi dell’architettura modernista e/o brutalista. Il nome di László Tóth, però, appartiene ad una persona autentica, deriva da quello di un geologo australiano di origine ungherese che cercò di distruggere la Pietà di Michelangelo con un martello durante le celebrazioni di Pentecoste nel maggio 1972.

Adrien Brody e Felicity Jones

Ma torniamo al film: scampato all’Olocausto il nostro architetto riesce con grande fortuna ad emigrare negli Stati Uniti  nel 1947 per realizzare il suo “sogno americano”. Dopo l’approdo a New York, raggiunge a Philadelphia il cugino Attila (Alessandro Nivola), che lì gestisce un proprio negozio di mobili e che gli dà un primo sostegno e un giaciglio. Inizialmente László deve imparare meglio l’inglese, subire molte umiliazioni, lottare contro tutte le avversità e i pregiudizi di chi è malvisto come uno straniero (e un ebreo). La svolta in una vita estremamente difficile avviene quando Harry Lee (Joe Alwyn), lo stupidotto ma scaltro figlio del magnate locale Harrison Lee Van Buren (un fantastico Guy Pearce) incarica Attila ma in pratica László che soprintende i lavori, di trasformare la vecchia e malandata sala di lettura del padre in una biblioteca ultramoderna. Il magnate che sembra uscito, paro paro, da Il petroliere (There Will Be Blood, 2007) di Paul Thomas Anderson, dopo una iniziale sfuriata, intuisce il genio dell’uomo. E gli commissiona la progettazione di un grande edificio polifunzionale in stile modernista che dovrà sorgere sulla collina di un suo possedimento nella cittadina della Pennsylvania in cui vive. Diventerà, allora, questo edificio che è insieme un luogo di ritrovo, palestra, biblioteca e chiesa, il progetto più difficile ed ambizioso della carriera di László con lo scopo anche di cercare di plasmare il volto di un Paese che ormai considera il suo. Nel frattempo, (e qui entriamo nella seconda parte del film), ormai allontanatosi quasi definitivamente dal cugino Attila, riesce a far venire in America l’amata moglie Erzsébet (Felicity Jones) che a causa della malnutrizione in un campo di concentramento soffre di osteoporosi e si presenta su una sedia a rotelle insieme alla figlioletta adottiva, la schiva ed impaurita Zsofia (Raffey Cassidy).

La difficile costruzione del complesso sino agli inizi degli anni Sessanta costituisce l’asse portante di una storia, fatta di altezze monumentali ma anche di devastanti profondità, in cui si verranno a mettere in gioco i rapporti personali e sentimentali dei vari protagonisti con una serie di colpi di scena estremamente potenti. Epilogo, infine, a Venezia nel 1980, come si accennava, con riprese falsotelevisive che documentano il conferimento del Leone per meriti architettonici al protagonista ormai vecchio e anche lui su una sedia a rotelle.

The Brutalist è per larghi tratti un capolavoro, una epopea straordinaria sulle contraddizioni del capitalismo, sulle follie del genio, i compromessi e le bassezze della vita che resterà a lungo nella memoria e su cui sarà magari opportuno ritornare anche con un ulteriore approfondimento ad una seconda visione. C’è veramente poco da eccepire contro un’opera magnifica come questa – per altro splendidamente interpretata dai tre principali protagonisti Adrien Brody, Felicity Jones e Guy Pearce – nella quale, certamente, a volerlo si possono trovare dei piccoli “nei” di bellezza. Si potrebbe forse eccepire su qualche piccolo sbilanciamento stilistico al centro del film, per esempio nella breve parte italiana a Carrara dove però si svolge una delle scene più belle e drammatiche del film; o in qualche lungaggine di troppo nelle pieghe di un’opera che non è mai noiosa, anzi, al contrario, per larghissima parte, risulta esaltante. Insomma, a nostro ricordo veneziano da non perdere assolutamente – cominciamo a scaldare i motori.

 

In anteprima in 70 millimetri dal 23 gennaio al “Quattro Fontane” di Roma, al “Lumière” di Bologna e all'”Arcadia” di Melzo
In sala dal 6 febbraio 2025
 


The Brutalist – Regia: Brady Corbet; sceneggiatura: Brady Corbet, Mona Fastvold; fotografia: Lol Crawley; montaggio: David Jancso; musica: Daniel Blumberg; scenografia: Judy Becker; interpreti: Adrien Brody, Felicity Jones, Guy Pearce, Joe Alwyn, Raffey Cassidy, Stacy Martin, Emma Laird, Isaach De Bankolé, Alessandro Nivola; produzione: Brookstreet Pictures (Trevor Matthews, Nick Gordon), Brian Young, Kaplan Morrison (Andrew Morrison), Andrew Lauren Productions (Andrew Lauren, D.J. Gugenheim); origine: USA/Gb/Ungheria, 2024; durata: 215 minuti; distribuzione: Universal.

 

 

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