Intervista ad Alexander Sokurov (Premio Tonino Guerra 2025)

Fa un effetto bizzarro vedere il grande regista russo Alexander Sokurov gustare un piatto di tagliatelle al ragù in un ristorante di Santarcangelo di Romagna. L’autore della celebre tetralogia del potere (Moloch, 1999, Taurus, 2001, il Sole, 2005, e Faust, 2011) e di Arca Russa (2002), Faust (2011),  Francofonia (2015) – colui che nel suo cinema ha avuto l’ardire di far dialogare Hitler, Mussolini, Churchill e Stalin, (Fairytale, 2022) chissà che cosa pensa del nostro ragù e del nostro carpaccio al tartufo.

Sokurov è giunto in Romagna per ricevere un anello. Non un anello qualsiasi, bensì un anello araldico in oro, simbolo del Premio Tonino Guerra, riconoscimento internazionale istituito da Andrea Guerra – musicista, compositore, nonché figlio del poeta e sceneggiatore romagnolo – insieme al Direttivo del Museo Centro Studi Tonino Guerra, e presieduto da Laura Delli Colli. Il premio, negli anni, ha reso omaggio a figure come Werner Herzog, (che, racconta Andrea, venne addirittura in macchina, guidando personalmente, quando ha saputo che si trattava di omaggiare Tonino); Marco Tullio Giordana e la poetessa cilena Carmen Yáñez.

Dal 15 al 17 novembre quindi, il regista è stato ospite nei luoghi cari a Guerra – Santarcangelo di Romagna, Pennabilli e Rimini – per tre giornate di proiezioni, masterclass e dialoghi con il pubblico. Sokurov è un interlocutore piuttosto delicato da intervistare: la sua generosità nell’articolare risposte fa sì che le domande debbano per forza di cose ridursi, noi abbiamo potuto farne solo un paio, l’intervista che segue raccoglie in forma unitaria le risposte che Alexander Sokurov ha dato nel corso dell’incontro con la stampa organizzato in occasione del suo arrivo.

Domanda. Che cosa significa per lei ricevere questo premio dedicato a Tonino Guerra, qui in Italia?
Alexander Sokurov: Non ero mai stato né a Pennabilli né a Santarcangelo, è la prima volta che vengo in queste zone. Per me è un’esperienza nuova e molto calorosa. Mi trovo in un luogo che sento profondamente legato a Tonino, un luogo che ha respirato Tonino. Questo, naturalmente, mi fa sentire in una posizione particolare.
Vorrei ricordare che Tonino è stato amatissimo in Russia, molto amato e molto stimato: non era solo un grandissimo poeta, ma anche un grandissimo drammaturgo e scrittore. E poi, nel cinema, lui ha portato qualcosa che io definirei “cinema lirico”: una poetica tutta particolare, che appartiene solo a lui. Se guardo al nostro cinema, forse mi viene in mente solo qualche grande regista del passato; nel cinema di oggi, invece, questa dimensione lirica ci manca, ne sentiamo chiaramente la mancanza. Tonino ha contribuito a rendere il cinema un’arte, a costruirne le fondamenta come arte.

Come lo ricordate e che cosa ha rappresentato per voi? Ha qualche ricordo personale di Tonino?
Alexander Sokurov:  Di ricordi ne ho tantissimi. Tonino amava molto la nostra patria, e noi amavamo – e amiamo tuttora – tantissimo la sua. Era, e rimane, una persona molto importante per noi. Non potete nemmeno immaginare quanto noi amiamo l’Italia e quanto ne abbiamo bisogno. Per questo il mio è anche un grande ringraziamento a voi, all’Italia, alla vostra arte, alla vostra umanità.
In Russia lo abbiamo venerato e lo veneriamo tuttora. Il suo modo di poetare, se mi permettete l’espressione, non ha analoghi: non lo troviamo nella nostra tradizione poetica russa, e poteva insegnarci moltissime cose. Lui capiva questo amore che nutrivamo per lui. Aveva tantissimi amici, e moltissime persone volevano essergli amiche, volevano parlargli, vederlo. Questo era dettato non solo dal fascino personale di Tonino, ma anche dal fascino dell’Italia, dell’italianità. Ogni volta che incontravo Tonino provavo una sorta di imbarazzo, perché ero molto consapevole dell’importanza che lui aveva per il cinema.
Avevo molte domande da fargli, ma non ho mai osato porle fino in fondo. Non ho osato avvicinarmi una volta in più, stringergli la mano una volta in più. Non me ne rammarico: le risposte a tante domande ho dovuto trovarle da solo. In fondo erano domande che dovevo porre a me stesso. Davanti a una persona di quella portata, con quella maturità artistica, ci si potrebbe fare milioni di domande. E sono certo che Tonino avrebbe risposto comunque, anche se non avesse saputo davvero la risposta: avrebbe iniziato a improvvisare con le poesie, con la sua arte, con la fantasia. Tonino era troppo buono per abbandonare qualcuno a se stesso, senza una risposta.

Lei ha spesso raccontato grandi personaggi storici mettendone in luce la fragilità umana. Perché ha scelto questa prospettiva e che cosa ci dice sul presente?
Alexander Sokurov: Mi sono rivolto a studiare i problemi della personalità nella storia perché volevo capire meglio una cosa molto semplice e molto inquietante: il nostro destino, il destino di noi gente comune, dipende in modo enorme dal potere che è concentrato nelle mani di un unico essere umano. Purtroppo il sistema politico e la vita di oggi ci portano a dipendere da personalità di individui specifici. È questo che io ho cercato di indagare nei miei film. Forse mi sarebbe piaciuto fare protagonisti gente semplice, persone comuni e non figure così ingombranti. Ma in questo momento storico noi dipendiamo troppo da queste persone, da queste personalità, e questo mi mette molta ansia.

Arca Russa

In questi giorni vengono proiettati anche Arca russa e Francofonia, che mettono al centro il rapporto tra cinema e museo. Che rapporto vede tra questi due mondi?
Alexander Sokurov:  Arca russa è stato girato nel grande museo di San Pietroburgo. Il direttore di quel museo (Mikhail Piotrovsky, nda) aveva compreso le possibilità del cinema, aveva capito quanto il cinema potesse servire al museo e ha reso possibile quel film. Più tardi, lavorando al Louvre, (per Francofonia, nda) mi sono reso conto di quanto sia importante l’aiuto di una personalità del genere alla guida di un museo. La direttrice del Louvre era molto più gelosa del “suo” museo, abbiamo avuto più difficoltà. Personalità come quella di Mikhail Piotrovsky, non si trovano purtroppo attualmente né alla direzione del Prado, né nei grandi musei di New York.
Ma in fondo non è solo il cinema ad aver bisogno del museo: anche il museo ha bisogno del cinema. Il cinema è uno degli strumenti di difesa dei valori fondamentali che i musei ci trasmettono. I musei hanno bisogno di essere difesi. Un numero enorme di persone, oggi, sta perdendo i criteri stessi della civiltà, e di conseguenza si perdono i valori della cultura e dell’arte che i musei custodiscono. Quando un cineasta lavora in un museo, è come se entrasse nelle sfere alte dell’arte. I musei ci insegnano, prima di tutto, a rinunciare alla superbia, che è una qualità tipica di ogni cineasta. Entrando in una galleria d’arte, in un museo, vedendo i dipinti, all’improvviso capisci che tutto è già stato fatto prima di te. Allora non ti resta che lavorare, lavorare tanto, cercando di restare umano.
Il cinema deve ricordarsi che una delle sue funzioni è difendere i valori umanistici; ogni nuova generazione porta con sé una forza distruttrice: si ribella, cerca di rinunciare ai valori della generazione precedente per trovarne di propri. Ma questi valori propri, spesso, si trovano proprio lì, voltandosi indietro: nei musei, che propongono valori validi per tutte le generazioni. Per questo il compito del cinema e della televisione oggi non è tanto mostrare la propria “alterità”, la propria diversità, ma cercare di difendere la cultura. Oltre a proporsi come autori, bisogna proporsi come difensori.

Tonino Guerra

Tonino Guerra diceva che la poesia è gelosa e non può essere davvero tradotta in altre lingue. In Elegia Moscovita, tu riprendi un frammento di Nostalghia ove Tarkovskj estendeva il concetto dell’intraducibilità all’arte in generale. Eppure, in una scena di Tempo di Viaggio, Tonino recita le sue poesie in dialetto romagnolo ad Andrej, che non ne comprende il senso, ma ne ascolta la musicalità, il ritmo, il suono delle parole. Secondo lei è possibile che proprio attraverso questa dimensione musicale del linguaggio, il tono, il timbro, la cadenza, si apra una chiave comunicativa capace, di superare i limiti imposti dalla lingua e dalla traducibilità, che permetta di cogliere, almeno in parte, lo spirito di un popolo?
Alexander Sokurov: La barriera della traducibilità e dell’intraducibilità non è qualcosa che si supera facilmente. Il solo fatto di parlare di traduzione presuppone l’esistenza di due culture nazionali diverse. La cultura nazionale, per me, è un evento, una sostanza quasi divina. Ogni cultura nazionale contiene un mistero intimo, profondo, radicato. Non dobbiamo cercare di svelarlo: è proibito, è un mistero. Ed è proprio questo mistero non svelato che rende le persone di nazionalità diverse così rispettose e delicate le une verso le altre, capaci di aiutarsi.
Se uno straniero ama la cultura italiana e ama gli italiani, capirà la poesia di Tonino Guerra in dialetto romagnolo. Basta fidarsi degli italiani, che hanno alle spalle un’enorme esperienza d’arte, un’anima, un’emozione. Una volta che vi siete fidati, capirete la poesia di Tonino.
Ci saranno persone di talento, capaci di rendere in un’altra lingua la sua poesia. Ma non ci sarà mai nessuno in grado di tradurla davvero fino in fondo, in ogni dettaglio. Rimarrà sempre una piccola parte di non comprensione; ed è forse proprio questo che ci fa amare ancora di più la sua poesia.

In questi giorni in Romagna, con una visita anche al Museo Fellini di Rimini, il nome di Federico Fellini torna spesso nelle conversazioni. In che cosa si sente vicino a lui e al suo modo di intendere il cinema?
Alexander Sokurov: Nel cinema credo che la personalità dell’attore debba prevalere sulle capacità tecniche. In questo mi sento molto affine all’approccio di Federico Fellini: lui lavorava con l’attore lasciando emergere chi era davvero, proponendo invece che imponendo.
La mia attrice preferita era Anna Magnani: non la considero tanto un’“attrice”, quanto una donna di grande personalità. Guardate quanto ha dato con pochi film: la sua forza umana sopperiva a qualsiasi tecnica.
Io lavoro così: lascio libertà, non indico in modo rigido, propongo all’attore ciò che può dare con le sue potenzialità, non con le mie ambizioni. A differenza di Visconti, che sfruttava le doti professionali specifiche degli interpreti, io seguo la strada di Fellini. E tra Antonioni e Tarkovskij, pur amando entrambi, mi sento più vicino al primo.

Dopo il “Premio Tonino Guerra”, Sokurov riceverà il premio “Stella della Mole” al Festival di Torino 2025.

Foto ©: Francesca Contei 

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