La veduta luminosa

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Dopo la presentazione alla Berlinale nei giorni scorsi, La veduta luminosa viene trasmesso in prima italiana su Rai Tre-Fuori orario , Cose (mai) viste alle ore 00.15 di stanotte, sabato 6 marzo. La trasmissione dedica un’intera notte a Fabrizio Ferraro: oltre a questo suo ultimo lavoro verranno trasmessi una conversazione con il regista e, a seguire, altri due suoi film (Gli Indesiderati d’Europa Checkpoint Berlin).

Nato a Roma, laureato in Filosofia, Fabrizio Ferraro ha realizzato dal 2006 ad oggi una dozzina tra documentari e lungometraggi, presentati ai principali festival del cinema in Europa (gli ultimi titoli sono Gli Indesiderati d’Europa del 2018 e Checkpoint Berlin del 2020, una peregrinazione tra est e ovest della capitale tedesca intorno alla memoria del muro). Alla 71esima edizione della Berlinale, sezione “Forum”, è stato presentato questo ultimo, La veduta luminosa di cui ha curato personalmente oltre alla regia, anche la sceneggiatura e il montaggio. È un film complesso, crepuscolare, pieno di ombre e di silenzi, che fa poco per venire incontro allo spettatore e nulla concede all’ironia. È anche un film “filosofico”, ammesso che esista un genere siffatto: non solo un omaggio esplicito al grande poeta e filosofo tedesco Friedrich Hölderlin, ma un tentativo di dare concretezza iconografica alle profondità del pensiero di Hölderlin, i cui versi sono citati di continuo come titoli dei capitoli in cui è suddivisa la pellicola e come citazioni in bocca al protagonista. Vi si parla di natura, di senso della condizione umana, della necessità della poesia, in dialoghi che in realtà sono frammenti di monologo, pronunciati sullo sfondo di un’atmosfera rarefatta e un paesaggio notturno che alla fine sembra prendere il sopravvento su tutto.

La trama in sé è estremamente semplice. Al centro c’è un misterioso regista di nome Emmer (Alessandro Carlini), palesemente in crisi esistenziale e professionale, dal carattere introverso e cupo, fumatore incallito. Da tempo non riesce a concentrarsi nel lavoro, assorto com’è nella meditazione filosofica. Nella sua placida e autodistruttiva quotidianità irrompe Catarina (Catarina Wallenstein), assistente di un fantomatico produttore di nome Fred, che si palesa di tanto in tanto al telefono, ma di cui non sapremo nulla fino alla conclusione del film. Quello che sappiamo è che Catarina è venuta a spronare Emmer perché riprenda a lavorare e realizzi finalmente quell’opera su Hölderlin che aveva progettato anni prima. I due personaggi sono affatto differenti e la comunicazione tra loro non decolla mai. Dopo una visita allo zoo, che offre lo spunto per varie considerazioni sul rapporto animale/uomo/ambiente, si mettono in viaggio verso il Nord Europa. La metà è Tubinga, la cittadina della Svevia sul fiume Neckar dove Hölderlin ha studiato e vissuto la gran parte della sua vita, costellata da problemi di salute psichica.

Durante il viaggio in macchina verso la Germania, Caterina racconta episodi della propria vita, mentre Emmer erige il solito muro di silenzio, interrotto a tratti da massime filosofiche pronunciate con tono oracolare. Arrivati nei pressi di Tubinga, Emmer decide di proseguire il viaggio a piedi e si inoltra nei boschi della Foresta Nera costringendo la mite e paziente Caterina, che solo di rado si lascia andare a reazioni stizzite, a seguirlo in una faticosa marcia immersiva nella profondità della natura. Emmer crede, forse, di ritrovare sé stesso in quei luoghi, di poter “sentire” l’affinità elettiva con il poeta-filosofo da lui tanto amato e di cui vuole afferrare il senso e ripercorrere la follia. «E noi siamo così piccoli ad aspettare un istante di bagliore», esclama a un certo punto, come fosse preda di una illuminazione. Fatto sta che l’incontro tra i due personaggi non riesce per niente, essendo due figure agli antipodi, «due ombre di umanità “opposte”, perché portatrici delle due istanze (immagini e parole) del senso linguistico audiovisivo che mai potranno risuonare all’unisono, benché talvolta molto vicine», come ha spiegato il regista.

Il film di Ferraro ha parecchie qualità formali e una notevole dimensione lirico-meditativa: è un film difficile, molto intellettualistico, in cui ogni sequenza è tutta da meditare. Un film solo parzialmente riuscito, a dire il vero, come non poteva non essere un’opera concepita per tradurre in immagini cinematografiche le concezioni di un poeta schizofrenico. Lo stesso titolo allude all’ultima lirica composta da Hölderlin (intitolata, appunto, La veduta) nel 1843, poco prima di morire e sotto lo pseudonimo di Scardanelli: è un inno alla natura che condensa tutta l’inquietudine romantica vissuta in maniera autodistruttiva.


La veduta luminosa – Regia: Fabrizio Ferraro; sceneggiatura: Fabrizio Ferraro; fotografia: Fabrizio Ferraro; montaggio: Fabrizio Ferraro; interpreti: Alessandro Carlini, Catarina Wallenstein, Freddy Paul Grunert; produzione: Boudu-Passepartout, Eddie Saeta, Rai Cinema; origine: Italia, Spagna; durata: 88’

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