District Terminal

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Nel suo primo lungometraggio, la coppia di registi e sceneggiatori iraniani formata da Bardia Yadegari ed Ehsan Mirhosseini ci trasporta in una Teheran sfigurata dalla guerra e dall’epidemia, forgiando un universo parallelo non poi così distante dal nostro – indipendentemente dal luogo in cui ora ci troviamo. District Terminal alza il sipario sul futuro distopico che tutti stiamo vivendo; le coordinate sbilenche su cui si muovono i personaggi sono quelle dell’attualità più immediata. La cinepresa vaga con allucinata precisione da un edificio all’altro, fotografando la decadenza emotiva e sociale di una realtà ormai fatiscente. Quasi si divertisse a redigere, correggere e riscrivere una sorta di ultimo lascito testamentario, Yadegari dona il suo volto al protagonista: Peyman è un poeta eroinomane scampato chissà come al disastro, un outsider in un cosmo di outsider, un randagio dall’indole sedentaria. Sua moglie, difatti, è da tempo partita per l’America, ma egli si rifiuta di raggiungerla. Intrappolato con la madre in un loculo buio, l’uomo si abbandona ai fantasmi del passato e del presente più recenti – dal padre disperso alla figliastra tossicodipendente fino agli amici di sempre Ramin (Ali Hemmati) e Mozhgan (Gandom Taghavi), uniche Colonne d’Ercole in quest’oceano privo di punti cardinali. La capitale assume la forma e il grigiore di un antico scheletro riportato alla luce per motivi ignoti, mentre la natura intorno s’incurva e appassisce. Fra gli alberi secolari delle poche foreste rimaste in piedi, spurgano liquami tossici e mortiferi. Nei rari momenti di lucidità, Peyman compone, scompone e ricompone i suoi versi. La lettera è il vessillo finale di una resistenza ormai ridotta ad ombra di sé stessa, la parola non può salvare il mondo ma è sicuramente in grado di redimerlo. Ecco perché, nonostante la droga, i silenzi interminabili, l’aria soffocante, l’oscurità opprimente, il giovane continua a scrivere. La poesia gli consente di rimanere fermo nel bel mezzo della tempesta, la lirica permette all’essere umano di continuare ad esistere anche quando la sua esistenza non è più contemplata: per questo l’opera non deve finire.

Quando Ramin, martire idealista per antonomasia, consiglia all’amico di portare il manoscritto da un editore, parte della magia svanisce: mani estranee si impossessano del testo, svilendone il contenuto, fingendo indifferenza e, infine, mostrando un’indulgenza a tratti untuosa. Sopra alla scrivania, appese alla parete, ghignano le nuove icone nell’oggi. Nel tentativo di autocensurarsi, Peyman entra ed esce dal tunnel della droga con lucido rigore. Ad uno ad uno, ogni personaggio – eccezion fatta per il protagonista – abbandona il palcoscenico, lasciando il poeta in balia di un monologo destinato a non vedere mai la luce del sole. Nel frattempo, la routine giornaliera procede con spietata coerenza – una coerenza in grado di rodere tutto ciò ch’essa incontra sul suo percorso. Dall’esterno non giungono aiuti, Peyman e sua madre vagano rassegnati tentando di combattere il parassita del mutismo con i pochi mezzi rimasti loro a disposizione. L’eroina fa il resto, da una parte cancellando il quotidiano squallore, dall’altra riaprendo continuamente le vecchie ferite – l’importante, per gli abitanti di questo sottobosco post-apocalittico, è combattere l’inedia con l’inedia. “Non pubblicare affatto” afferma Ramin “è una forma di protesta”: per Yadegari, c’è silenzio e silenzio.

La sequenza più impressionante si trova in prossimità dell’epilogo (ovviamente infelice): perduti gli amici e schiacciato da una colpa invisibile, lo scrittore si lascia cadere nel vuoto una volta per tutte. Consumata l’ultima dose, egli parte per il suo viaggio finale, riavvolgendo il nastro della sua vita e prendendo congedo da un’umanità ormai percepita come estranea e distante anni luce. La cinepresa accumula fotogrammi su fotogrammi, confondendo Storia e sfera privata, ridendo sguaiatamente di fronte a quelle tragedie universali che l’individuo, scappando, ha condannato all’oblio. Non siamo in grado di capire cosa sia vero e cosa, invece, sia frutto della fantasia allucinata (eppure mai così lucida) del protagonista. Una volta riavutosi, Peyman si reca dal suo editore e con uno zippo dà fuoco alla sua stessa creatura, distruggendo i suoi carnefici prima che essi lo distruggano. Dopo aver concluso il suo itinerario verso la ribellione e la morte (che forse sono due facce della stessa medaglia), il ragazzo si lascia definitivamente rimuovere dalla faccia della terra, immergendosi nell’ombra da cui egli, tempo prima, emerse.


District Terminal – Regia: Bardia Yadegari, Ehsan Mirhosseini; sceneggiatura: Ehsan Mirhosseini; fotografia: Navid Moheimanian; montaggio: Hossein Tavakoli; interpreti: Bardia Yadegari (Peyman), Farideh Azadi (Mother), Ali Hemmati (Ramin), Gandom Taghavi (Mozhgan), Sara Ajorloo (Sara), Reza Bahrami (Khorramshad), Ali Kamali (Father), Amin Mirhosseini (Shahrad), Bahar Jahanara (Khatereh), Maryam Moradi (Pari); produzione: Filminiran, PakFilm; origine: Iran, Germania 2021; durata: 117’.

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