Festival di Locarno 2026 (5-15 agosto): Soudain di Ryūsuke Hamaguchi (Histoire(s) du Cinéma – Leopard Club Award a Virginie Efira)

Soudain. Voto ***(* ) Un film pieno di speranza, che ci fa riflettere sulla vita, sulla morte, l’amicizia e le molte possibilità dell’essere umano. 


Soudain: è all’improvviso che il tumore recidivo al seno e ormai in metastasi può manifestarsi nel corpo di Mari (Tao Okamoto). La filosofa-regista teatrale si trova in tour per uno spettacolo a Parigi. Il pezzo che presenta è alquanto insolito perché tratto dal pensiero e da una frase del rivoluzionario psichiatra italiano Franco Basaglia, scritto quando ancora esistevano gli inferni dei manicomi. «Visto da vicino nessuno di noi è normale» recita l’attore Gorô (Kyōzō Nagatsuka) sul palcoscenico minimalista, con solo qualche sedia, mentre il nipote autistico Tomoki (Kodai Kurosaki) ogni tanto fa capolino fra il pubblico. Proprio grazie a Tomoki, Mari viene a conoscere l’antropologa medica Marie-Lou (Virginie Efira), direttrice di una clinica privata per anziani con demenza, chiamata ‘Garten of Freedom’, e la invita con grande spontaneità allo spettacolo. Fra Mari e Marie-Lou nasce da subito una forte amicizia, accompagnata da lente notturne passeggiate per le strade di una Parigi poco conosciuta (una lontana reminiscenza di Before Sunrise/Prima dell’alba di Richard Linklater), lunghe discussioni e lezioni di filosofia (torna in mente la lezione marxista-leninista di Jean-Luc Godard in La chinoise) e speranze sul futuro con la ferrea volontà di entrambe di rendere possibile l’impossibile: smantellare il sistema per riportarlo ad un livello più umano.

Soudain

Girato fra Parigi e KyotoSoudain non è un film facile, sia per il tema trattato sia per la lunghezza che supera le tre ore. Basato sulla libera interpretazione di un libro omonimo che raccoglie il carteggio fra la filosofa Makiko Miyano e l’antropologa medica Maho Isono, è un progetto al quale Ryūsuke Hamaguchi ha lavorato per due anni visitando spesso Parigi e la clinica dove si svolgono gran parte delle scene. E forse per dare il tempo a Virginie Efira di imparare a parlare il giapponese, impresa non facile, ma a quanto pare felicemente riuscita. Dopo Drive My Car (2022) e Il male non esiste (2023) il regista giapponese dal cuore umanista ci offre così un lungo momento di riflessione filosofica sulla società occidentale e con potente coerenza prosegue la sua esplorazione filmica legata alla dialettica e al rapporto con il teatro, che da sempre sono stati elementi indispensabili alla sua ricerca cinematografica.
Ritroviamo, così, il cinema gentile e delicato di Drive My Car specie quando si discute con grande rispetto di temi quali la dignità umana, la morte e la malattia, portando in campo teorie tutt’oggi innovative come quelle di Basaglia, ma in Soudain, a differenza di altri film, Hamaguchi rischia, a tratti, di cadere nel prolisso e nel didattico. Per esempio quando la protagonista Marie-Lou espone nel dettaglio il trattamento sanitario chiamato Humanitude, nato in Francia e sviluppato in Giappone, il quale, se non fosse per la mancanza di finanziamenti, le permetterebbe di assistere ai suoi ospiti con maggior rispetto e dignità umana. Ed anche i lunghi dialoghi-monologhi sul collasso della società capitalistica acquistano volutamente la forma di insegnamenti morali, non a caso a telecamera fissa davanti ad una bianca lavagna per presentazioni.

Eppure, nonostante Hamaguchi si prenda molto, forse troppo tempo, per spiegarci le sue visioni, sebbene le situazioni si ripetano con appena lievi variazioni e i ciclici massaggi ai piedi si trasformino in happening collettivi improvvisati- e il regista non manchi di farci sorridere – la quieta narrazione arriva a toccare corde profonde, ci smuove dentro con delicatezza e con sottile ironia. Troviamo molta dell’esperienza teatrale del regista in Soudain. Un teatro già in partenza sperimentale ed incline alla riflessione sull’esistenza che, in questo caso e lungo il corso del film, si stacca dalla chiusa ed ascetica sala-palcoscenico per spostarsi nel prato della clinica, così da arrivare a fondersi con la quotidiana esistenza dei suoi ospiti, malati e infermieri senza distinzione, portando la scena del teatro a calarsi e fondersi in un tutt’uno con la vita reale.

Soudain

Se anche il risultato si ferma un gradino sotto l’eccellenza degli ultimi due film, Soudain rimane comunque un’opera piena di speranza, che ci fa riflettere sulla vita, sulla morte, l’amicizia, le molte possibilità dell’essere umano, quando decide di comportarsi secondo le migliori teorie antropocentriche. Inoltre, da non dimenticare, la magistrale interpretazione delle due attrici protagoniste Virginie Efira e Tao Okamoto per la quale hanno ricevuto ex aequo il Premio per la miglior interpretazione femminile allo scorso Festival di Cannes.

In occasione della sua presentazione a Locarno all’attrice francese Virginie Efira verrà consegnato il Leopard Club Award.
Uscirà in Italia all’inizio del 2027 con il titolo All’improvviso.


Kyū ni guai ga waruku naru (Soudain) Regia: Ryūsuke Hamaguchi; sceneggiatura: Ryūsuke Hamaguchi, Léa Le Dimna (basata sul libro di Makiko Miyano e Maho Isono); fotografia: Alan Guichaoua; montaggio: Yamazaki Azusa, Akimoto Minori; musica: Samuel Andreeff; interpreti: Virginie Efira, Tao Okamoto, Kyōzō Nagatsuka, Kodai Kurosaki; produzione: Cinefrance Studios, Office Shirous, Bitters End, Heimatfilm, Tarantula; origine: Giappone/ Francia/ Germania / Belgio, 2026; durata: 197 minuti; distribuzione: Teodora e Tucker Film.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *