L’amore che non muore di Gilles Lellouche

Dei 22 film che figuravano in concorso nell’edizione 2024 del Festival di Cannes, ne sono stati distribuiti in Italia, se non vado errato, la bellezza di 19; non vorrei sbagliare, ma la cosa suona tanto come un record. D’altra parte l’edizione di Cannes dell’anno scorso ha letteralmente fatto man bassa di candidature e di premi in America e in Europa; basterà ricordare – in ordine alfabetico – film come All We Imagine As Light – Amore a Mumbai, Anora, The Apprentice, Bird, Emilia Perez, Generazione romantica, Grand Tour, Limonov, Megalopolis, Oh Canada, Parthenope, The Girl With The Needle, Il seme del fico sacro, The Substance. Non male, eh? E non li ho neanche detti tutti ma le recensioni le potete leggere su queste nostre pagine

Il diciannovesimo in ordine cronologico è L’amore che non muore che in francese s’intitola L’amour ouf (per chi non l’avesse capito anagramma straniante di “fou”), il titolo internazionale da festival era invece Beating Heartsossia “Cuori che battono”.

Ora, quando un film impiega tredici mesi ad arrivare nel nostro paese (che va benissimo, figuriamoci), ma in altri paesi importanti è arrivato da un bel po’ (IMDb ne conta almeno una dozzina), accade, prima di mettersi a scrivere una recensione, di dare un’occhiata a quel che è stato scritto in giro.

Ebbene: sia nei cosiddetti Review Aggregators tipo Rotten Tomatoes o Metacritic la media delle votazioni è a dir poco imbarazzante, da quanto sono basse; la versione in inglese di Wikipedia scrive letteralmente che “Beating Hearts was the lowest-rated film in official competition at the 2024 Cannes Film Festival”. Le stelle tributate si aggirano fra una e due. Le principali fra le innumerevoli obiezioni mosse a questo film sono: eccessiva lunghezza, auto-compiacimento estetizzante, sceneggiatura zoppicante, scarsa chimica fra gli attori, false aspettative in termini di genere (si dice a più riprese che il film era stato annunciato come un musical, ma il problema non è del film, bensì della campagna di stampa), e – a proposito di genere – , ma stavolta nel significato di  gender: anche qui un disastro, soprattutto nella caratterizzazione delle donne, anzi, in prevalenza della donna, la protagonista.

Confesso dunque, dopo questa lunga premessa, un certo imbarazzo a mettermi a scrivere di questo film che non si può nemmeno, come talvolta accade, definire divisivo, perché le stroncature sono unanimi, in una forchetta che si situa fra male e malissimo. Consapevole quindi di andare totalmente controcorrente e conscio di infilarmi in una specie di cul de sac, ovvero nell’obbligo di provare a inanellare tante, tantissime argomentazioni per giustificare il mio punto di vista, affermo che a me è sembrato un film, certamente non privo di difetti, piuttosto bello.

Prima di cominciare ad argomentare due parole in merito alla trama e alla struttura. Con una breve analessi iniziale il film è sostanzialmente, classicamente strutturato in tre atti.

Il primo atto è la conoscenza fra i due protagonisti quindicenni, Jackie e Clotaire, interpretati da due bravissimi giovani attori, rispettivamente Mallory Wanecque e Malik Frikah. Lei è una brava ragazza, rimasta precocemente orfana di madre ma accudita con cura da un padre delizioso, che ripara TV (anche qui l’ottimo Alain Chabat), in una villetta unifamiliare; lui, sul piano sociale un gradino sotto, è un ragazzo difficile che viene da una famiglia complicata, – il padre, operaio portuale, piuttosto manesco, tanti fratelli e sorelle – ha lasciato precocemente la scuola ed è un po’ il capetto di una banda di ragazzini che compie piccoli furtarelli e smargiassate. È amore a prima vista fra loro.

Il secondo atto: Clotaire sale sempre più di grado, fino a entrare a far parte, malgrado la giovane età, di una gang che alza il livello del crimine, fino a dare l’assalto a un portavalori. Nel corso di questa avventura ci scappa il morto e per imperizia e in fondo anche per bontà e per fiducia, Clotaire finisce in galera dove resterà 10 anni.  Nel frattempo, ma siamo a un passo dalla sua scarcerazione, Jackie si è rifatta una vita con uno yuppie, che non sembra renderla particolarmente felice.

Il terzo atto: Clotaire viene scarcerato e, come vuole la tradizione, va in cerca di coloro che senza pietà l’hanno lasciato in galera, sbarazzandosene al più presto; e poi va a cercare Jackie. Non rivelerò quel che succede dopo, ma diciamo che il titolo continua ad avere un certo significato, un discreto peso.

Perché mi è piaciuto il film, dunque? Il film presenta in primo luogo attori molto molto bravi, che non è poco. Non condivido affatto che fra i due attori che interpretano i protagonisti da grandi la chimica non funzioni, brava l’attrice che interpreta Jackie, ossia l’ottima e varia Adèle Exarchoupolos, (fra le decine di film che ha fatto la ricordo bravissima in Passages di Ira Sachs) e François Civil (attore feticcio di Cédric Klapisch), certamente in un ruolo meno complesso, ma comunque bravo. Degli attori che interpretano i due personaggi da giovani ho già detto.

Il film è capace di produrre, nel giro di pochissimi minuti, mood totalmente diversi: film romantico, film d’azione, film violento, film che prova (anche) a raccontare un disagio sociale (ad esempio lo sciopero dei portuali, siamo nel Nord della Francia, zona di Lille).

Il film vanta una regia, certamente invadente, ma ben vengano regie invadenti, a fronte di tanti film che si vedono, con una regia molto molto piatta. con un uso, a mio avviso, molto convincente del colore, con un uso straordinario delle dissolvenze incrociate (un espediente tecnico non più così diffuso come un tempo) che non sono un mero esercizio di stile, ma producono significato per analogia o per contrappunto, una ricerca molto artistica nel posizionamento della macchina da presa e dei movimenti (molte panoramiche a schiaffo).

Altro valore aggiunto del film, ambientato fra gli anni ’80 e gli anni’90, una colonna sonora sensazionale: dai Cure a Prince, dai Deep Purple a Billy Idol, oltre a una serie di brani appositamente composti da Jon Brion, che non è esattamente uno qualunque: da Magnolia a Se mi lasci ti cancello, da The Future a Lady Bird – e persino con cover di musica francese in cui si diletta il capo della gang, interpretato dall’eccellente Benoît Poelvoorde.

Ovviamente si poteva tagliare, ridurre il film di almeno una ventina di minuti, ovviamente certe sequenze violente potevano essere più brevi (anche se il regista non si compiace mai della violenza, non inquadra quasi mai da vicino i volti e i corpi insanguinati, si ha spesso anzi la sensazione che delle scene violente a Gilles Lellouche, – cavoli è la prima volta che lo nomino! piaccia soprattutto la coreografia. E secondo me anche quella funziona.

In sala dal 5 giugno 2025.


L’amore che non muore (L’Amour ouf ) – Regia: Gilles Lellouche; sceneggiatura: Audrey Diwan, Ahmed Hamidi, Julien Lambroschini; fotografia: Laurent Tangy;  montaggio: Simon Jacquet; musica: Jon Brion; scenografia: Jean-Philippe Moreaux; interpreti: Adèle Exarchopoulos (Jackie a 25 anni), François Civil (Clotaire a 28 anni), Mallory Wanecque (Jackie a 15 anni), Malik Frikah (Clotaire a 17 anni), Alain Chabat (padre di Jackie), Benoît Poelvoorde (Le Brosse), Vincent Lacoste (Jeffrey), Jean-Pascal Zadi (Lionel a 28 anni), Élodie Bouchez (madre di Clotaire), Karim Leklou (padre di Clotaire), Raphaël Quenard (Kiki a 20 anni), Anthony Bajon (Tony); produzione: Alain Attal, Hugo Sélignac per Chi-Fou-Mi Productions, Trésor Films, StudioCanal, France 2 Cinéma; origine: Francia/ Belgio, 2024; durata: 166 minuti; distribuzione: Lucky Red.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *