Le lacrime di Iličić

Uno dei tanti luoghi comuni che si dicono sul calcio è che non esistono più i calciatori-bandiera, quelli che iniziano la propria carriera in una squadra e lì la finiscono, o comunque sono mosche bianche, Franco Baresi al Milan, Francesco Totti alla Roma, Javier Zanetti all’Inter, in alcuni casi a suggellare l’unicità dell’evento, addirittura, si ritira la maglia. Tutto vero, ma a ben vedere alcuni esempi ci sono, magari imperfetti e con qualche breve e spesso infelice detour o con qualche non gloriosissima coda, che troviamo soprattutto nelle grandi squadre. Limitandoci all’Italia e restando al passato recente o anche al presente della Juventus pensiamo ai casi di Gianluigi Buffon o di Leonardo Bonucci (due non particolarmente felici detour) o al caso di Alessandro Del Piero che dopo 19 anni di Juve è andato in Australia e poi in India a chiudere in modo dimenticabile la carriera. O al caso di Giorgio Chiellini che gioca alla Juventus dal 2005. Sarebbe interessante andare a vedere squadra per squadra chi è il giocatore più longevo.

Una cosa è certa, forse dai tempi di Giancarlo Antognoni, la Fiorentina è solo squadra di passaggio, persino il grandissimo e indimenticato idolo viola Gabriel Batistuta detto Batigol restò nove stagioni in maglia viola collezionando 269 presenze e 168 goal, ma poi giocò per due stagioni e mezzo alla Roma, dando il proprio contributo a quello che resta l’ultimo scudetto della Magica. Al netto dei benefici finanziari per il giocatore e per la proprietà, il tifoso viola non ama chi usa la squadra come trampolino di lancio per più alti obiettivi, nella (errata) convinzione che proprio se quel giocatore fosse restato a Firenze la squadra avrebbe potuto ambire a quegli alti obiettivi e trofei che mancano da tempo immemorabile: ultimo (secondo) scudetto cinquantadue anni fa, qualche passaggio in Champions League, una semifinale di Europa League, l’ultima Coppa Italia esattamente venti anni fa, la Supercoppa italiana una sola volta nel 1996, con Batigol che guarda in telecamera esclamando “Irina te amo”. Anche di recente provate a chiedere a un qualunque tifoso viola che cosa ne pensa dei due Federico, Bernardeschi e Chiesa, lanciati dalla Fiorentina e passati all’odiata Juventus, e le risposte saranno unanimi. Una eccezione fu forse Roberto Baggio perché lì si avvertiva che quel passaggio fosse più voluto dal presidente che dal calciatore (memorabile la scena in cui Baggio, per la prima volta a Firenze da avversario, si china a raccogliere la sciarpa viola).

Vi è stato un giocatore che ha militato nella Fiorentina quattro stagioni, inanellando 106 presenze e 29 goal e che quando se ne è andato nessuno ha rimpianto perché sembrava un talento inespresso, a tratti irritante, talvolta geniale ma più spesso svogliato e questo giocatore risponde al nome di Josip Iličić – lo scorso 29 gennaio ha compiuto 33 anni. Eravamo allo Stadio Olimpico a Roma, il 27 maggio del 2014 (il giorno della guerriglia con il grave ferimento di Ciro Esposito e la partita che inizia in ritardo grazie all’indispensabile intervento di un autorevole capo ultrà napoletano rispondente al nome di Genny ‘a Carogna), il Napoli conduceva 2-1 e aveva un uomo in meno, quando sull’educatissimo piede sinistro di Ilicic capitò un’occasione deliziosa per il pareggio, che il giocatore bosniaco tirò a lato. Da allora il feeling dei tifosi viola nei suoi confronti si attenuò di parecchio, anche se a Firenze Ilicic rimarrà per altre tre stagioni, alternando prestazioni notevoli a momenti molto scadenti, come fosse preda di una sorta di sindrome bipolare. Talché quando nel 2017 (Ilicic aveva allora 29 anni) viene ufficializzato il trasferimento a Bergamo nessuno si era stracciato le vesti, anche se il giocatore chiude con un bilancio tutt’altro che disprezzabile, come si è visto. Ma già nel quadriennio fiorentino si era capito, forse senza saperlo valorizzare fino in fondo, il suo talento, e si era capita la sua fragile sensibilità, basti ricordare le due partite a Palermo, città dalla quale proveniva, segnate da goal, lacrime e applausi dei suoi ex-tifosi.

La straordinaria sensibilità, la fragilità – merce rara nel calcio di oggi – di Josip Iličić è emersa molte altre volte negli ultimi anni. E uno dei grandissimi meriti della dirigenza e dell’allenatore atalantini è consistito proprio nella capacità di accettarle, preservarle, proteggerle, come è successo per tutta la parte finale del 2020, quando è stato concesso al giocatore di tornarsene per mesi in Slovenia con la sua famiglia, quella Slovenia che lo aveva accolto, lui nato in Bosnia e scappato, povero e orfano dai disastri della guerra (il padre ucciso da un vicino quando Josip aveva pochi mesi). Si dice che avesse contratto il Covid, si dice che fosse caduto in depressione perché i traumi subiti nell’infanzia erano tornati ad affiorare, di fronte al tristissimo corteo di bare partito dalla città della sua squadra nella primavera del 2020. Tutto possibile. Ma poi, come sempre è successo, Josip Ilicic è tornato, poco prima di Natale è tornato, con prestazioni come al solito sontuose, passaggi pazzeschi, goal splendidi, un mancino meraviglioso. Il più splendido: il 25 gennaio, poco prima dello scoppio della pandemia, segna da centrocampo al Torino (https://video.sky.it/sport/calcio/s…). Il tifoso viola non solo l’ha perdonato, ma si rammarica che Josip non sia rimasto a Firenze visto quanto è riuscito a fare nelle ultime quattro stagioni a Bergamo: 101 presenze e 41 goal. E non è un centravanti. Il tifoso viola ricorderà sempre Atalanta-Fiorentina del 3 marzo 2019, un anno dalla scomparsa di Davide Astori. Al tredicesimo minuto (Davide indossava la maglia numero 13), la palla è fra i piedi di Ilicic che la getta in fallo laterale e scoppia a piangere.

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