In memoria di Cecilia Mangini

UN RICORDO DI CECILIA di Mariangela Barbanente

Cecilia sembrava dovesse vivere per sempre, sprigionava un’energia da fare invidia a chi aveva quarant’anni meno di lei. “Alla mia età se ti fermi sei finito”, mi ripeteva spesso. Così è stato, fino agli ultimi giorni. Anche quando le gambe hanno vacillato si muoveva con il pensiero, la fantasia, la caparbietà, le parole. L’ultima volta che sono andata a trovarla, quindici giorni prima che ci salutasse per sempre, mi ha chiesto di arrampicarmi su una scala e prenderle dalla libreria tutti i libri di Mark Twain. Voleva rileggerne dei passi, ritrovare delle citazioni.

Cecilia Mangini era nata il 31 Luglio 1927 e ci ha lasciato il 21 Gennaio scorso, a 93 anni. Nel suo letto, nel tepore della sua casa, accanto a suo figlio. In quest’epoca sembra quasi un lusso. Il Covid non c’entra, ma il lock-down della primavera scorsa l’aveva molto provata. L’aveva costretta a fare avanti e indietro nel corridoio per non perdere l’abitudine a camminare. Lei che di strada ne aveva percorsa tanta. Nei racconti che mi faceva era sempre in viaggio: con la Balilla con cui l’estate tornava in Puglia da Firenze negli anni ’30, insieme a suo padre, sua madre, le due sorelle minori; la 500 Fiat caricata all’inverosimile di pellicola, cavalletto e macchina da presa con cui si spostava con Lino Del Fra, uniti non solo dal matrimonio ma da un lungo sodalizio professionale; i treni e gli aerei che la portavano in giro fino a ieri per l’Europa e il mondo a presentare i suoi film; la sua mitica 600 blu con cui sfrecciava per Roma.

Solo due anni fa era in Sardegna a girare un film su Grazia Deledda che speriamo di vedere presto; l’inverno scorso al Festival di Rotterdam a presentare il suo ultimo lavoro,Due scatole dimenticate realizzato a quattro mani con Paolo Pisanelli; durante l’estate a Mola di Bari, il suo paese d’origine, per ricevere dal sindaco “le chiavi della città”; e solo quindici giorni prima della sua scomparsa, era in un webinar organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura di Amsterdam per presentare una selezione dei suoi cortometraggi e In viaggio con Cecilia, il film co-diretto con me, che segnò il suo ritorno dietro la macchina da presa a 38 anni di distanza dal suo ultimo lavoro. 38 anni che erano un abisso per come era cambiato il modo di girare e di montare, sia dal punto di vista tecnico che linguistico. Una sfida che non la scoraggiò, nonostante avesse già 85 anni, e che le fece tornare la voglia di fare documentari: “Il modo più libero di fare cinema”, diceva. Infatti, da regista, in cinema di finzione non l’aveva mai interessata. Ci si era confrontata solo una volta, con un cortometraggio, La scelta (1967).

Abbiamo camminato tanto anche insieme, per la vie della nostra Puglia. Un comune denominatore che ci univa, uno fra tanti. Ci aveva vissuto solo fino ai sei anni, quando suo padre, fratello di mia nonna, decise di trasferirsi a Firenze spinto dall’onda lunga della crisi del ’29 che aveva portato al fallimento l’attività di famiglia (una conceria affacciata sul mare di Mola, tramandata di padre in figlio). Ma ci tornava, ogni estate, le lunghe estati dell’infanzia, per tutti gli anni che precedettero la II Guerra Mondiale. Da Firenze a Mola di Bari era un viaggio di due giorni, un viaggio nel tempo oltre che nello spazio, come raccontava spesso in tante interviste. In quel Sud dove “era tutto rimasto come congelato a due, tre secoli precedenti. L’analfabetismo arrivava all’80%, c’era gente che per firmare faceva la croce. […] Non c’era attesa di nulla, c’era l’immobilità del presente che restava lo stesso dalla nascita alla morte”. Sono parole sue, estrapolate dalle nostre lunghe conversazioni in quell’estate del 2012. In auto, in treno, a piedi. Alcune di quelle chiacchierate sono entrate nel montaggio di In viaggio con Cecilia, qualcun’altra la si può leggere per intero nel numero del 2015 della rivista annuale del Centro Studi sul Cinema Italiano (I quaderni del CSCI).

Fu quella la molla, il tema guida che portò alla realizzazione del nostro film: abbiamo voluto ritornare insieme nella nostra terra d’origine, così importante per la cinematografia di entrambe e allo stesso tempo così diversa. Facendo quel film abbiamo discusso a lungo, litigato fino a sbatterci il telefono in faccia. Mi sono scontrata con i suoi dogmatismi, lei si è confrontata con la mia scarsa prospettiva storica. Ne è nato un film che è un confronto tra due generazioni, due sguardi, due modi di raccontare. Che inizia attraversando un ponte ormai in disuso, sostituito dal viadotto di un’autostrada: il ponte romano sull’Ofanto, la strada che la portava in Puglia negli anni ’30 è diventato un varco temporale.

“Se non avessi vissuto quegli anni ’30, io la Puglia non l’avrei mai raccontata. Forse me ne sarei dimenticata. Forse l’avrei lasciata dietro le spalle. Perdendo, perdendo parecchio perché quello che sono diventata era già scattato negli anni ’30. Quando ogni estate lasciavo la Toscana civile, prospera, educata e arrivavo quaggiù… era come arrivare in un altro Paese: cambiavano i vestiti, cambiava la lingua… C’era una miseria spaventosa che io non capivo. Io credo che tutto questo abbia rappresentato una tale spinta a trovare una soluzione, per lo meno a cercarla, che forse – chi lo sa – forse è per questo che ho iniziato a girare documentari, a raccontare queste storie. Forse in ognuno di essi ci sono sempre io, molto molto nascosta, […] me bambina che cercava di capire perché esistessero delle differenze così flagranti”.

Nello stile, nel linguaggio, nella composizione dell’inquadratura dei suoi film ritrovo molto del punto di vista di quella bambina. Lo stupore, la curiosità. C’è nei primi piani delle donne che piangono il defunto in Stendalì come nei ragazzi che sguazzano negli stagni di periferia nella Canta delle marane; nell’amore con cui osserva Maria, l’anziana contadina vicina di casa nelle campagne di Mola in Maria e i giorni, fino alla curiosità e l’affetto con cui chiacchierava, domandava, si interessava alle vicende degli operai dell’Ilva in In viaggio con Cecilia.

È questa la grande lezione che lei mi ha lasciato in quel viaggio: la conferma di quanto sono importanti le radici nella formazione del nostro pensiero da adulti, nello sguardo che abbiamo sulle cose del mondo. E come questo sguardo debba essere sempre mosso dal desiderio di capire, di entrare in empatia con luoghi e persone, farli diventare personaggi (si spera indimenticabili). E ogni volta è un lavorare a sbrogliare matasse, per provare a guardare la trama e l’ordito di ogni storia, ogni realtà.

È questo fare documentari, fare cinema.

LA SCHEDA BIO-FILMOGRAFICA di Carlo Dutto

Cecilia Mangini: nata a Mola di Bari nel 1927, documentarista e fotografa, fin dall’inizio del suo lavoro porta uno sguardo impegnato, attento e personale sugli individui e sulla società, dedicando un’attenzione particolare ai temi della marginalità, dell’immigrazione e delle ingiustizie sociali.

Prima donna italiana a girare documentari nel dopoguerra, sceneggiatrice di alcuni lungometraggi e di più di quaranta cortometraggi, in gran parte realizzati insieme al marito Lino Del Fra, ha esplorato con la sua macchina da presa l’Italia dalla fine degli anni Cinquanta fino ai primi anni Settanta, spesso volgendo lo sguardo al Sud Italia e alla Puglia, per cercare i rituali di una cultura antica che scompariva travolta dalle veloci trasformazioni imposte dal boom economico. Nel 2009 Cecilia ha ricevuto a Firenze la Medaglia del Presidente della Repubblica, «per aver trasmesso alle generazioni future, attraverso la sua attività di cineasta documentarista, alcune delle più belle immagini dell’Italia degli anni ‘50 e ‘60».

I suoi documentari, realizzati negli anni del boom economico al centro e al nord Italia, rivelano i ritardi e le arretratezze che la politica democristiana aveva contribuito a mantenere tali. Il suo esordio nel documentario ha i titoli di Ignoti alla città (1958) e de La canta delle marane (1962), realizzati nelle borgate romane, veri e propri lager in cui Mussolini aveva esiliato operai e artigiani. Cecilia Mangini ne chiederà il testo a Pier Paolo Pasolini e sempre Pasolini scriverà il commento di Stendalì – nato dall’incontro con il grande etnologo Ernesto De Martino che aveva posto al centro dei suoi studi la cultura delle classi contadine meridionali. Stendalì– Suonano ancora (1960) girato a Martano, un piccolo paese di lingua grika del Salento, è l’unica testimonianza filmata del pianto funebre, un rito antico praticato da tre millenni, ma destinato a scomparire nel volgere di pochi anni.

Nel 1960 Cecilia accompagna Lino Del Fra, suo marito, durante le riprese di altri due documentari ispirati dalle ricerche di De Martino, L’inceppata La passione del grano . L’influenza di De Martino resterà sempre un’impronta a sostegno della sua capacità narrativa e partecipativa alle vicende del Mezzogiorno e alle sue lotte di emancipazione. Nel 1962 realizza come regista assieme a Lino Micciché e Lino Del Fra il film All’armi, siam fascisti ! Con il testo di Franco Fortini e le musiche di Egisto Macchi. Scrive le sceneggiature dei film La torta in cielo Antonio Gramsci i giorni dal carcere , per la regia di Lino Del Fra e La villeggiatura regia di Marco Leto. Sarà questo il leit-motif dei suoi documentari. Dal 1960 smette di lavorare come fotografa e si dedica interamente al cinema e agli impegni familiari. La fotografia diviene ora uno strumento di indagine e di attività al servizio del suo lavoro cinematografico. Indimenticabili i suoi ritratti ai volti i più grandi del XX secolo: Elsa Morante, Curzio Malaparte, Federico Fellini, Charlie Chaplin, John Huston, Vasco Pratolini e molti altri.

Nell’ultimo decennio le sono state dedicate numerose mostre fotografiche: nel 2008 a Trieste; nel 2010 in Francia, a Créteil nel corso della retrospettiva che le ha dedicato il 33° Festival de Films des Femmes; nel 2011 a Barcellona nel corso della sua retrospettiva al Festival de Dones; nel 2015 a Lipari, nel 2016 a Bari, nell’ambito del BIF&ST e nei Cineporti di Puglia (Lecce e Foggia), nel 2017 al Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari a Roma, nel 2017 la mostra CECILIA MANGINI – visioni e passioni, a cura di Claudio Domini e Paolo Pisanelli, realizzata da Big Sur, Erratacorrige, Cinema del reale, OfficinaVisioni.

Dal 2013 è tornata alla regia grazie al coinvolgimento della regista Mariangela Barbanente con la quale ha realizzato il documentario In viaggio con Cecilia . Recentemente Cecilia Mangini ha inoltre stretto un sodalizio artistico con il regista Paolo Pisanelli, con il quale ha realizzato i film: Le Vietnam sera libre (2018), Due scatole dimenticate – un viaggio in Vietnam (2020), Grazia Deledda la rivoluzionaria (2021), e in post produzione il film dal titolo Il mondo a scatti , una riflessione sulla tempesta di immagini del contemporaneo.

Filmografia principale

Ignoti alla città (1958), Firenze di Pratolini (1959), Maria e i giorni (1960), Stendalì (Suonano ancora) (1960), Divino amore (1961), All’armi siam fascisti! (1962) co-regia con Lino Del Fra e Lino Miccichè, La canta delle marane (1962), Processo a Stalin (1963) co-regia con Lino Del Fra, censurato e non firmato dagli autori, Felice Natale (1964),Essere donne (1964), O Trieste del mio cuore (1964), Brindisi ’65 (1965), Tommaso (1965), La scelta (1967), Domani vincerò (1969), Mi chiamo Claudio Rossi (1972), L’altra faccia del pallone (1972), Dalla ciliegia al lambrusco (1973), La briglia sul collo (1974), Uomini e voci del congresso socialista di Livorno (2004), In viaggio con Cecilia (2013) co-regia con Mariangela Barbanente, Le Vietnam sera libre (2018) co-regia con Paolo Pisanelli, Due scatole dimenticate – un viaggio in Vietnam (2020) co-regia con Paolo Pisanelli, Grazia Deledda la rivoluzionaria (2021) co-regia con Paolo Pisanelli, Il mondo a scatti (in post-produzione) co-regia con Paolo Pisanelli.

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