Le monde après nous

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Labidi (Aurélien Gabrielli) è un ragazzo come tanti altri: parigino d’adozione (i suoi gestiscono un caffè a Lione), ex studente di lettere, né ricco né povero, realista quanto basta, sognatore part-time, scrittore più per passione ed esigenza che non per vera e propria ambizione. Come ogni poeta che si rispetti, egli condivide un buco di stanza con l’amico e compagno di sventure Alekseï (Léon Cunha Da Costa). Nel tempo libero, consegna pizze per Deliveroo e vaga da un Arrondissement all’altro cercando di sbarcare il lunario.

Le monde après nous , lungometraggio d’esordio del giovane regista francese Louda Ben Salah-Cazanas, ci illustra la parabola moderna di un passeggiatore solitario dal carattere più prosaico di quanto non ci si possa immaginare. La trama lascia un po’ a desiderare, perché vorrebbe immortalare un breve stralcio di vita – senza però dipanarne i fili. Quando il protagonista incontra la bella studentessa Elisa (Louise Chevillotte), siamo quasi sicuri di trovarci davanti alla solita storia d’amore. E invece no: lei scompare e ricompare con la stessa facilità con cui si accende e si spegne un fiammifero, lui si spreca in dichiarazioni destinate a rimanere abbozzate. Il fatto che Labidi abbia origini tunisine non sembra interessare molto l’autore, né tantomeno il suo pubblico – eccezion fatta per l’epilogo, nel quale la tematica della mancata integrazione viene tirata fuori da un cilindro magico tanto per far quadrare i conti. In realtà, sarebbe giusto sottolineare il contrario (almeno se decidiamo di seguire il percorso mentale che le immagini ci propongono): i personaggi sono interscambiabili, il loro continuo peregrinare fra diverse città e professioni prende le sembianze di una peculiarità generazionale.

Nel tentativo di articolare una biografia forse parallela alla propria, Salah-Cazanas si disperde in mille rivoli indirizzati verso realtà narrative opposte: c’è un po’ di commedia e c’è un po’ di melodramma, c’è l’indifferenza tipica di chi sta ai margini senza volerlo ammettere e l’apatica frustrazione di un’età abituata al fallimento – quella che ruota attorno ai trent’anni nel nostro piatto ventunesimo secolo. Sarebbe stato interessante approfondire almeno uno di questi motivi, ma il regista si limita ad accennarne la fisionomia, cercando di dare un colpo al cerchio e uno alla botte ma finendo per ammaccarli entrambi. Eppure, non tutto appare vago: la Parigi visibile soltanto di straforo, l’insicurezza repressa di Labidi, l’accondiscendenza genitoriale, le sfuriate dell’editore nevrotico sono ottimi ingredienti per qualsiasi racconto e, nonostante la sceneggiatura tenda talvolta a servirceli sul piatto ancora crudi, non possiamo che gustarne il sapore. È un po’ come mangiare la nostra pietanza preferita: sappiamo come andrebbe preparata, siamo in grado di determinare con esattezza il valore di ogni dose, eppure solo pochi sono in grado di cucinarla a dovere. Ma non importa: in ogni caso, finiamo per alzarci da tavola con una certa soddisfazione. La colonna sonora, poi, è davvero saporita e rende più piacevole il nostro pasto quotidiano.

Il sale del film, tuttavia, si nasconde proprio nel personaggio più improbabile – quello del cinico agente letterario Vincent (Mikaël Chirinian), pronto a glossare il contenuto delle nostre scodelle con una sagacia in gran parte inaspettata (soprattutto se pensiamo al resto finora esibito dalla pellicola). Dopo la morte dell’amato padre, Labidi cambia improvvisamente lunghezza d’onda e sopprime l’originario progetto di un romanzo a sfondo storico (che sarebbe risultato, con ogni probabilità, insipido quanto la sua routine). Sperando di rimescolare le carte, il giovane scrittore si presenta a casa del suo manager con uno strano pamphlet ricco di rabbia e autocommiserazione: una formula che Vincent accoglie a denti stretti e non senza qualche insulto, enumerando ad uno ad uno tutti i cliché su cui il film si muove. A questo punto ci sentiamo in trappola, come se il regista non avesse fatto altro che giocare con la nostra arroganza da ingenui buongustai. Si tratta di un mea culpa o di un “vi ho fregati”? A giudicare dal lieto fine, nessuna delle due ipotesi è quella corretta: dopo un breve exploit, la locomotiva favolistica ritorna sulle sue rassicuranti rotaie. Eppure, il dubbio rimane: chissà che al prossimo lungometraggio, Salah-Cazanas non abbia il coraggio di far deragliare il suo bel treno.


(Le monde après nous); Regia: Louda Ben Salah-Cazanas; sceneggiatura: Louda Ben Salah-Cazanas; fotografia: Amine Berrada; montaggio: Vincent Tricon; interpreti: Aurélien Gabrielli (Labidi), Louise Chevillotte (Elisa), Saadia Bentaïeb (Fatma), Jacques Nolot (Jacques), Léon Cunha Da Costa (Alekseï), Mikaël Chirinian (Vincent), Hyacinthe Blanc (Hyacinthe), Noémie Schmidt (Suzanne), Isabelle Prim (Isabelle), Grégoire Lagrange (Nicolas); produzione: Les idiots; origine: Francia 2021; durata: 85’.

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