48° Cinéma du Reél (Parigi, 21-28 marzo 2026): Los niños sin tierra (I figli senza terra) di René Ballesteros (Concorso)

Los niños sin tierraIn Los niños sin tierra, Juan e Daniel sono di origine mapuche, una delle popolazioni autoctone dell’America del Sud. La loro terra si estendeva tra il Chile e l’Argentina quando i conquistatori occidentali arrivarono e occuparono i loro territori, facendoli precipitare nella più grande precarietà. Una precarietà che dura ancora oggi. Non è un caso che la maggior parte dei bambini cileni dati in adozione internazionale tra gli anni 70 e la fine degli anni 80 venissero da quel popolo. Come Juan e Daniel. Uno in Francia e l’altro in Svezia. Loro sono due di quei 20.000 bambini: una cifra che fa paura se si scopre, come succede nel film, che la maggior parte di loro sono stati rapiti e venduti. O semplicemente venduti per povertà o per cancellare l’onta di essere nati fuori da un matrimonio, ragioni che vanno spesso di pari passo. In alcuni casi dichiarati morti senza che si permettesse alla madre di vedere il loro corpo, come è successo a Daniel. Sua madre è ancora viva, ma non vuole vederlo, e i fratelli e le sorelle del secondo matrimonio – dopo una prima accoglienza apparentemente calorosa – hanno preso le distanza da lui, come lo stesso Daniel racconta con infinita sofferenza: “La chiamava mia madre, non nostra, ma lui e i suoi fratelli non sarebbero esistiti, non sarebbero nati, se mia madre mi avesse tenuto con sé perché nella cultura mapuche una donna non sposata con un figlio è una puttana e non la vuole nessuno”. Una sofferenza che fa vagare Daniel come un’anima in pena, senza sentirsi a casa ovunque vada, che sia il Cile o la Svezia.

Juan invece sembra aver trovato un maggiore equilibrio, dopo un’infanzia terribile, con un padre adottivo violento, che oltre lui aveva adottato altri cinque figli (e nessuno di loro – racconta – parla più con i genitori adottivi). Sul perché, quando Daniel lo spiega in risposta a una zia che glielo chiede, il regista, René Ballesteros, spegne l’audio perché è qualcosa di indicibile che col suo film non c’entra niente.

Il lavoro di Ballesteros – cileno ma da anni in Francia dove ha studiato Cinema – cerca di restituire la complessità del percorso compiuto dai suoi protagonisti mettendosi al loro livello, affiancandoli nell’esperienza di questo viaggio iniziatico dove si interroga inevitabilmente sulla natura del legame familiare quando non si condivide più la stessa terra, la stessa cultura e, talvolta, nemmeno più la lingua.

Los niños sin tierra
         Daniel

“Esiste una distanza enorme tra quello che immaginiamo dell’adozione e quello che è nella realtà. Quello che Juan e Daniel trovano non è una risposta né una verità; scivolano in un labirinto di racconti spesso contradditori”, spiega il regista. Hanno iniziato entrambi cercando la madre, una madre perduta e fantasticata, e si sono ritrovati a confrontarsi con la realtà; spesso dura da accettare, un peso prim’ancora che una rivelazione.

Quello che René Ballesteros fa – con grande intuito ma anche consapevolezza del meccanismo narrativo (è anche sceneggiatore, ha firmato Los versos del olvido di Alireza Khatami, Premio Orizzonti per la migliore sceneggiatura al Festival di Venezia nel 2017) – è lasciar trapelare parti di questa verità attraverso il non detto, i sottotesti. Come quando a un certo punto Juan interrompe le parole del secondo marito della madre (che è morta qualche anno prima e lui non è riuscito a incontrare) e delle sorelle, per dire “sarò io a scegliere qual è la verità”, e il giorno dopo lo vediamo andare a incontrare un altro membro della famiglia, la sorella della madre, una zia, che è tornata a vivere in territorio mapuche, in campagna, ristabilendo quel legame con la terra che tanti secoli prima era stato interrotto, e forse – grazie a questo – riesce a placare per un momento la sua ansia, a sentirsi a casa.

Mapuche, in lingua mapudungun, vuol dire “gente della terra”, è un popolo, una cultura, che dalla notte dei tempi si definiva in rapporto all’appartenenza alla terra. Questi bambini, adulti ormai, con una vita segnata da innumerevoli cicatrici, sono stati strappati non solo fisicamente alla loro terra, ma alla loro identità. Che adesso faticano a ritrovare, ma non smettono mai di tentarci.


Los niños sin tierra (I figli senza terra)  Regia: René Ballesteros; sceneggiatura: René Ballesteros, Johanne Schatz; fotografia: David Belmar, Joakim Chardonnens, René Ballesteros; montaggio: Romina del Rosario suono: Andre Millan, René Ballesteros; produzione: Les Films d’Ici, La Madre, La Ballesta Films; origine: Francia/ Chile, 2026; durata: 97 minuti.

One thought on “48° Cinéma du Reél (Parigi, 21-28 marzo 2026): Los niños sin tierra (I figli senza terra) di René Ballesteros (Concorso)

  1. Un film che parla bi bambini strappati alla loro terra… un espianto che lascia cicatrici per tutta la vita. Bambini soggiogati per sempre dall’incubo dello spettro del passato.
    Lo vedrò senz’altro. Molto interessante

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *