L’uovo dell’angelo di Mamoru Oshii

Quando uscì, nell’ormai obsoleto piccolo formato casalingo del VHS nel lontano 1985, il film d’animazione L’uovo dell’angelo non ebbe grande successo commerciale, tanto la storia fantastica della bambina che custodisce un uovo risultò oscura ed enigmatica. Solo dieci anni più tardi, e dopo altri progetti,  Ghost in the Shell (1995) aprì a Mamoru Oshii le porte alla fama internazionale di regista cult dell’animazione giapponese. Quest’anno finalmente, per il suo quarantesimo anniversario, e dopo la presentazione a Cannes, questo affascinante, quanto inusuale esperimento figurativo, nato dalla collaborazione di Oshii con l’artista Yoshitaka Amano, esce in una versione restaurata in 4K per la Lucky Red. E sicuramente non va persa la possibilità di godersi questa meravigliosa opera allegorica, e primo lavoro indipendente del regista, nell’inedito grande formato cinematografico. Tanto più che nel buio della sala è ancora più facile abbandonarsi al fluttuare sinuoso di linee e composizioni come davanti un sogno ad occhi aperti, e soprattutto lasciar perdere, almeno durante la visione, ogni tentativo di interpretare le ermetiche e simboliche immagini, e qualsivoglia implicazione filosofica o spirituale. Che non sia il caso di provarci lo si deve in primo luogo al fatto che il racconto si presta a più interpretazioni e, cosa da fare solo dopo aver visto il film, la rete ne offre delle più disparate e varie, tutte più o meno valide, o comunque ricche di spunti interessanti. A noi, basti per ora, richiamare l’idea dell’uovo come simbolo di nuovo inizio, con riferimento a diverse culture antiche, come quella persiana ed egizia, ed in seguito tramandata anche alla Pasqua cristiana, che consideravano l’uovo un simbolo della natura che si rinnova. In base a questa premessa si potrebbe vedere (nell’uovo) una corrispondenza metaforica con il feto umano, dove il sonno (della bambina) è propedeutico alla crescita e alla maturazione, ed interpretare così tutto il racconto de L’uovo dell’angelo come un viaggio, in chiave onirica e fantastica, nella maternità.

Le immagini – non per niente ricche di decorativismo figurativo – risultano fortemente influenzate dallo stile di correnti artistiche europee dei primi ‘900, come il Simbolismo e il Surrealismo, le stesse che a loro volta si erano lasciate ispirare dal sintetismo grafico giapponese. Alcune delle visioni (per esempio, le uova che, come semi, crescono dalle piante, oppure la grande costruzione a forma di occhio che si innalza nel cielo scuro, o le solitarie figure dei protagonisti che si stagliano su uno sfondo vuoto e deserto) reinterpretano in modo personale motivi iconografici che ritroviamo nelle incisioni a stampa dell’artista francese Odilon Redon (Fiore strano, Visione in fiore, Germinazione, Occhio-pallone, Angelo caduto).

I diversi scenari, disegnati fin nei minimi dettagli con tecniche pittoriche dalla mano capace di Amano, presentano chiari riferimenti alla natura organica. Da una parte il mondo vegetale, con una particolare predilezione per la figura dell’albero, l’intrecciarsi di rami e l’aggrovigliarsi di radici; dall’altra quello animale: la spirale della scala a forma di conchiglia, la simmetrica regolarità delle ali negli scheletri di uccelli, e i carri cingolati a forma di gigantesche cavallette. Stessa cosa anche per l’arma del viandante-soldato, che però ambiguamente, se in alcune immagini assomiglia ad una coriacea locusta, in altre fa più pensare al simbolo cristiano della croce. Anche le barriere fisiche fra cielo, terra e mare risultano inesistenti o tendono a scomparire, fondendosi una con l’altra. Tanto più quando le enormi ombre di pesci invadono gli spazi, pur non trovandosi né in acqua né nell’aria, e probabilmente essendo solo frutto d’immaginazione, nessun arpione lanciato può veramente darle la caccia. L’intero costrutto rimanda infine alla costruzione spazio-temporale del graphic novel. Di fatto la lettura spaziale di tavole e strisce del manga è sostituita nel film dalla lettura temporale in campi e piani tipica dell’inquadratura filmica, così da permette di fermare e dilatare il tempo a proprio piacimento con inquadrature da diverse angolazioni e distanze, fino ad usare vuoti (schermo nero) per creare un intervallo temporale che funga da cerniera fra le tavole. Così al contrario, le carrellate di movimento, sia laterale che frontale, permettono di creare dinamismo ed accelerazione variando di poco la scena. Ben articolata e in profonda sintonia con la struttura sinuosa e il lento fluttuare della linea di Amano è la musica strumentale e vocale delle composizioni scritte appositamente da Yoshihiro Kanno, che ben accompagnano l’atmosfera onirica nella quale si svolge la narrazione.

Pur con risultati stilistici e narrativi molto diversi, l’intuizione, forse anche solo l’impulso dietro l’idea narrativa di Oshii e Amano richiama inevitabilmente ai temi presenti nelle opere, di poco precedenti, di un altro grande sensei dell’animazione nipponica che è Hayao Miyazaki e, nonostante quest’ultimo abbia criticato il film di Oshii come di difficile interpretazione e l’abbia addirittura taggato come ‘noioso’, eppure, gli stessi temi di L’uovo dell’angelo ritornano anche nelle sue storie, tutte molto personali e altrettanto enigmatiche, con la Natura a regnare sovrana sui protagonisti umani e dove, sulle macerie lasciate da un passato di guerra, la rinascita è sempre possibile. Ma di tutto ciò ne abbiamo più volte parlato recensendo i suoi film (Nausicaä nella valle del vento, Princess Mononoke, Il ragazzo e l’airone) o i documentari sul suo cinema (Miyazaki, l’esprit de la nature).

Ed ora infine, non può non mancare una nostra (ma in rete come dicevamo ne girano in abbondanza) interpretazione della storia che ci obbliga a rivelare più di quanto vorremmo, e trattandosi di un’opera non più giovane ma con quarant’anni di vita, non abbiatecene a male.

Attenzione spoiler!: il film ci porta in un mondo fantastico senza spazio né tempo. Qui una bambina (l’innocenza), svegliatasi, si ritrova custode di un uovo. Ha fiducia nella vita che l’uovo contiene e quindi la identifichiamo come portatrice di speranza e purezza, anche perché sembra in simbiosi con il bosco e la natura incontaminata che attraversa durante il viaggio verso la città. Al contrario, il ragazzo (la maturità) che la incontra nella città abbandonata, in rovina e ormai fossilizzata, sembra arrivare da un passato di distruzione e porta con sé un’arma a forma di croce, strumento con il quale romperà poi l’uovo. È lui che racconta alla bambina una versione alquanto singolare del diluvio universale e dell’Arca di Noè, e cioè senza lieto fine. L’oblio, infatti, come l’acqua, ha invaso ogni spazio e ha portato a far dimenticare che una colombella era stata mandata alla ricerca di terra. La rottura dell’uovo, per quanto dolorosa, apre a nuove possibilità e trasformazioni: la bambina lascia il posto alla donna, così che dalle bolle d’aria del suo respiro nascono e si moltiplicano infinite uova, che vanno a crescere come piante dal suolo. Allontanandoci verso l’alto, con lo sguardo del grande occhio diventato il nostro stesso sguardo, sorvoliamo sul mondo del ragazzo, e man mano che questo si rimpicciolisce scopriamo che esso non è altro che lo scafo dell’Arca che credevamo non esistere.

Una buona visione e tanti auguri d’interpretazione!

In sala dal 4 dicembre.


L’uovo dell’angelo (Tenshi no tamago) – Regia: Mamoru Oshii; sceneggiatura: Mamoru Oshii, Yoshitaka Amano; fotografia: Shigeo Sugimura; montaggio: Seiji Morita; musica: Yoshihiro Kanno; scenografia: Yoshitaka Amano; produzione: Studio Deen, Tokuma Shoten; origine: Giappone, 1985; durata: 71minuti; distribuzione: Lucky Red.

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