Maria e l’amore di Lauriane Escaffre, Yvonnick Muller

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I francesi sanno raccontare con grazia sopraffina storie banali e semplici, d’amore, che non producono altro che sollievo nello spettatore. Così è Maria e l’amore: Maria è una donna di mezza età che fa le pulizie nelle case private e si ritrova, per caso, a accettare un lavoro nell’istituto di Belle Arti a Parigi. Lei abita nei sobborghi, si muove col treno la mattina, si guarda attorno con lo stupore di un Tati e prende appunti per delle poesiole a penna su un quadernetto che tiene in borsa. Non ha velleità, non porta rancore, semmai qualche rammarico, primo tra tutti quello di aver rotto i rapporti con la figlia, Charlotte. La scuola di Beaux arts è un luogo strano, diverso: i giovani sono eccentrici, si baciano sulle labbra tra loro con disinvoltura senza distinguere tra sessi diversi, la preside ridacchia contenta dell’atmosfera artistica quando conduce la neo-dipendente per la prima volta nei labirintici corridoi delle aule di pittura, scultura, disegno dal vero. Chi regge la baracca è tal Hubert, custode factotum che danza con mosse del bacino (in carne) alla Elvis davanti allo schermo di un tutorial su YouTube. L’incontro tra i due – impalpabile, poco parlato, sempre nel rispetto delle regole – muterà il percorso di due vite banali, appiattite sulla monotonia, poco coraggiose.

La logline della trama rasenta l’ovvietà eppure la bravura degli attori – Karin Viard e Grégory Gadebois – fa empatizzare con il graduale coinvolgimento dei personaggi tramite l’apertura mentale che può produrre la bellezza dentro cuori disposti a vederla: i due, entrambi colti da spirito genitoriale protettivo, aiutano di notte Naomi, una giovane studentessa in crisi con la realizzazione di un’opera d’arte per una verifica scolastica, un vestito bianco da sposa appeso al soffitto, con aggiunta di fili di lana rossa a cui sono legate delle piccole sculture raffiguranti delle vulve e del sangue finto che si raggruma sul pavimento attorno a calzature decolleté da donna di plastica trasparente. Salvare la ragazza dalle sue stesse insicurezze diviene terreno per Maria e Hubert di dimostrare l’un l’altra l’attrazione sotterranea che li ha colti alla sprovvista.

L’edificio, nella sua immensità, con sotterranei e soffitte, diviene il luogo segreto della conoscenza tra Maria e Hubert in un gioco di porre lo sguardo su qualcosa e, di contro, di venire guardati (due scene ne sono l’esemplificazione: quando Maria sta posando nuda per gli studenti apre la tenda giusto un po’ nella consapevolezza che l’uomo passerà di lì e la vedrà; ribaltato il meccanismo quando si ritrovano ad ascoltare due altri adulteri, più fattivi di loro, la preside e il professore d’arte di origine americana, che fanno l’amore tra gli stucchi).

Le gag sull’arte contemporanea sono spassose ma già viste. Lo script lascia cadere, cadenzati a tono, tutti gli indizi (la torta, il poster, la scultura) che mano mano, nello svolgimento della storia, sciolgono gli ultimi nodi che vincolano dall’evoluzione i personaggi e, a tratti più felicemente a tratti meno, la regia conduce generosamente per mano i protagonisti verso un gioioso lieto fine: aspettato, anelato, ricevuto.

In sala dal 3 novembre


 Maria e l’amore  – Regia e sceneggiatura: Lauriane Escaffre, Yvonnick Muller;  fotografia: Antoine Sanier; montaggio: Valérie Deseine; interpreti: Karin Viard, Grégory Gadebois, Philippe Uchan, Muriel Combeau, Noée Abita; produzione: Quad; origine: Francia, 2022; durata: 93’; distribuzione: Europictures.

 

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