Acqua e Anice di Corrado Ceron

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Il tempo sembrerebbe essere passato inesorabilmente: le danze e la musica della balera sono forse un ricordo lontano e la parrucca “Milva” probabilmente giace in qualche angolo polveroso di casa. Poi però il richiamo alla vita, la voglia di un abbraccio e di viaggiare prendono possesso della scena emozionando. Una danza liberatoria tra le pozzanghere apre alla gioia e i suoni di una vita si ascoltano per l’ultima volta, con un bel bicchiere di acqua e anice.

Valli di Comacchio, Olimpia è una donna che vive di ricordi anche se il suo registro cognitivo inizia inesorabilmente a fare brutti scherzi, dunque va fatta una scelta. Negli anni Settanta, con la sua orchestra e le sue danze, dominava la scena nelle balere e ancora oggi quel tempo viene ricordato sulle note della canzone “I giorni più felici”. Ora però c’è da affrontare un lungo viaggio per presenziare al matrimonio della sorella e la donna si affida così alla giovane e timida Maria per essere accompagnata e supportata.  Da questo momento a prendere la scena ci saranno i luoghi della memoria, i volti e le sensazioni di un passato che sta per sfuggire.

Il film – passato negli Eventi Speciali delle veneziane “Giornate degli Autori” e ora in uscita in sala  – abbraccia il genere drammatico con la cornice del road movie, quest’ultimo cesellato dal vecchio furgone della protagonista che guiderà, narrativamente e visivamente, le tappe del viaggio. Il personaggio di Olimpia, interpretato da Stefania Sandrelli, vive di atmosfere felliniane ed entra, grazie alla scrittura stratificata, in buona dialettica con il personaggio della giovane Maria, portato in scena dalla talentuosa Silvia D’Amico.

Le due donne vivono il quadro mediante continui contrasti: esuberante, eccessiva, sopra le righe Olimpia quanto timida, scrupolosa e semplice Maria; nel mezzo la regia di Corrado Ceron fa “respirare” le emozioni dei personaggi, con la macchina a mano che si alterna ai quadri fissi, ai campi – controcampi, ai primi piani espressivi e alla testimonianza del paesaggio. Il percorso, la via crucis o semplicemente il grido liberatorio di queste due donne è gestito classicamente, con un finale in cui le traiettorie esistenziali approdano ad un punto fermo di forte impatto emotivo.

Un’opera sincera, una storia drammatica che racconta di sentimenti e situazioni senza ricorrere a versanti retorici, a giravolte stilistiche o a linguaggi eccessivamente strutturati. I dialoghi esplorano l’anima e il focus è totalmente incentrato sulle due protagoniste, che dall’inizio alla fine governano il quadro. Un film pensato, sviluppato e prodotto in piena pandemia che ci riporta ad una dimensione intima, che va ad esplorare il tema della malattia con garbo e poesia.

In sala dal 29 settembre


Acqua e Anice – regia: Corrado Ceron; sceneggiatura: Corrado Ceron, Federico Fava, Valentina Zanella; fotografia: Massimiliano Moschin; montaggio: Nicola Bonaldo, Davide Vizzini; interpreti: Stefania Sandrelli, Silvia D’Amico, Paolo Rossi, Luisa De Santis; produzione: K+, Rai Cinema; origine: Italia, 2021; durata: 99′; distribuzione: Fandango.

 

 

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