Incuriosito dal nome di Giannandrea Pecorelli, il produttore di Notte prima degli esami e dell’infinito Il paradiso delle signore, ho visto la miniserie in sette episodi che danno su Netflix da qualche giorno. Si chiama: Mrs Playmen, sottotitolo “Ispirato a una storia vera”. La signora in questione, come forse saprete, è Adelina Tattilo (1928-2007), la vigorosa, estrosa e audace editrice che sul finire degli anni Sessanta prese in mano il mensile osé “Playmen”, nato nel 1967 ispirandosi all’americano “Playboy”, e per molti versi lo rivoluzionò rispetto alle indicazioni originarie del marito Saro Balsamo, il quale teorizzava senza tanti giri di parole: «Noi vendiamo tetti e culi agli uomini».
In questo ampio articolo di Sara Sirtori per “Style Magazine”, trovate tutte le informazioni sulla serie diretta da Riccardo Donna e scritta da Mario Ruggeri. Magari il tono della collega è un po’ troppo entusiastico, ma certo la miniserie prodotta da Pecorelli sfodera motivi di notevole interesse, in qualche modo inserendosi nel solco di Diva Futura, il film del 2024 su Riccardo Schicchi di Giulia Steigerwalt, ma in una chiave più distesa nel racconto, quasi “femminista” nel punto di vista, sicuramente più riuscita sul piano del risultato. E di questo vorrei parlare.
Se lo spunto formale viene dal libro-ritratto Adelina Tattilo. Una favola sexy di Dario Biagi (2018), ho la sensazione invece che ad ispirare davvero Mrs. Playmen sia stato un formidabile film francese di François Ozon del 2010, Potiche. La bella statuina, con Catherine Deneuve. Qualcuno forse lo ricorderà. La moglie di un imprenditore di ombrelli prende in mano le redini dell’azienda, quando un infarto mette ko l’arrogante marito dopo uno sciopero operaio, e nel giro di pochi mesi la donna riesce a rilanciare la produzione, in un clima aziendale del tutto nuovo, sottraendosi al ruolo coniugale di «bella statuina».
La definizione torna più volte in Mrs. Playmen e direi che non sia un caso: simili le dinamiche psicologiche, pur nella diversità delle situazioni e del “prodotto” da rilanciare; simile il messaggio positivo di autonomia e indipendenza femminile rispetto a una certa logica patriarcale ancora in voga nell’Italia sessuofoba e bigotta tra fine anni Sessanta e inizio anni Settanta.
Non a caso la serie parte da una mitica copertina di “Playmen” che fece scandalo nel 1970: Brigitte Bardot in reggiseno nero trasparente e copricapo bianco da suora. Gli scatti erano presi dal film Le novizie, stesso anno, e presto BB avrebbe abbandonato il cinema; ma per Adelina Tattilo, fino ad allora considerata solo la moglie paziente e un po’ anodina di Balsamo, così almeno mostra la miniserie, fu l’inizio di una piccola rivoluzione personale e professionale.

Le sette puntate coprono sostanzialmente un arco di quattro-cinque anni, si arriva a un passo dal referendum per il divorzio del 1974, ma dentro il racconto sull’accidentata vita della rivista erotica, oggetto di sequestri, boicottaggi, persecuzioni giudiziarie e minacce dirette a causa degli scoop fotografici, si riflette la storia turbolenta di quell’Italia in bilico tra retaggi del passato e nuove consapevolezze. Insomma, avete capito: Adelina Tattilo, pugliese di Manfredonia, madre cattolica e consorte rassegnata, emerge come una “pasionaria” capace di sovvertire consolidate gerarchie e dare voce alla sessualità, ai desideri, alle paure delle donne.
Fu davvero così? Non saprei dire. Ma Mrs Playmen giustamente ci crede e arpeggia sul tema partendo da una battuta vera messa in esergo: «Quando prendi una batosta, fatti bella: è il modo migliore di ripartire». Naturalmente la ricostruzione d’ambiente, tutta giocata su tonalità cromatiche tra l’arancione e il rosso, tra canzoni di Patty Pravo e serate al Piper, fascisti legati ai servizi segreti e incipienti “anni di piombo”, amori omosessuali e spedizioni punitive contro i primi locali gay, riferimenti al “delitto Casati” e alle foto nude di Jacqueline Onassis. E poi si vedono tante auto d’epoca, piazzate dappertutto, per dare l’idea di una produzione non al risparmio, attenta alla ricostruzione d’ambiente (abiti, arredi, parrucche).
Il problema, se tale è, riguarda lo stile. Rispetto ai vincoli ormai ridicoli imposti dalla fiction Rai, Mrs Playmen, essendo pensata per Netflix, può osare qualcosa di più: mostra qualche seno, dei sederi maschili, dei baci gay voluttuosi, perfino la brava Carolina Crescentini, nei panni di Adelina, fa l’amore col suo affettuoso gigolò senza nascondersi del tutto sotto le lenzuola. Ma l’imprinting resta un po’ quello di una narrazione da tv generalista, con un eccesso di musica inutile, qualche sottolineatura pedagogica di troppo, pure dentro un contesto trapunto di citazioni colte: il film di Paul Mazursky Bob & Carol & Ted & Alice (1969) sugli scambi di coppia, il sottoproletario “Mandrione” di Pier Paolo Pasolini (appare pure in una sequenza incarnato da un attore poco somigliante), addirittura il Paradiso perduto di John Milton.
Direte: però la miniserie l’hai vista tutto, pure di seguito. Vero, infatti la consiglio, se incuriosisce l’argomento, e certo si erge rispetto alla media italiana. Ma permane, in sottofondo, quella vaga aria da “soap” all’italiana, e mi chiedo perché.
In anteprima alla Festa di Roma 2025.
Su Netflix dal 12 novembre 2025.
Mrs Playmen – Regia: Riccardo Donna; sceneggiatura: Mario Ruggeri e poi Eleonora Cimpanelli, Chiara Laudani, Sergio Leszczynski, Alessandro Sermoneta; fotografia: Federico Schlatter; montaggio: Davide Miele; musica: Santi Pulvirenti; scenografia: Marcello Di Carlo; costumi: Maria Luisa “Mary” Montalto; interpreti: Carolina Crescentini (Adelina Tattilo, Filippo Nigro (Chartroux), Giuseppe Maggio (Luigi Poggi), Francesca Colucci (Elena), Domenico Diele (Andrea De Cesari), Francesco Colella (Saro Balsamo), Lidia Vitale (Lella), Giampiero Judica (Don Rocco), Francesco Roder; produzione: Giannandrea Pecorelli per Aurora Tv; origine: Italia, 2025; durata: 7 episodi (45-59 minuti circa); distribuzione: Netflix.
