Festival di Locarno 2026 (5-15 agosto): Petrolheads di Emil Langballe (Settimana della critica)

Petrolheads. Voto ***. L’intimo ritratto di due giovani marginalizzati ma legati da una forte amicizia e dalla passione per tutto quello che ha un motore.

Petrolheads

Dopo il più recente Theatre of Violence (2023) che insieme al regista Lukasz Konopa documentava il processo ad un bambino-soldato nel suo contrastante ruolo di vittima-carnefice davanti alla Corte Penale Internazionale, il regista danese Emil Langballe come nel documentario A Married Couple (2019), dove seguiva una coppia sposata di ragazzi affetti da trisomia 21, torna con Petrolheads ad un argomento meno violento, a lui più familiare, del quale si parla sempre troppo poco al cinema: l’autismo. Una tematica che al regista sta molto a cuore, visto che il protagonista del film Martin è il fratello adottivo, affidato alla famiglia quando lui era bambino. Ed è forse proprio grazie alla stretta relazione familiare che Langballe riesce a cogliere la forma più consona per consegnarci, in brevi ma precisi tratti, cosa rende la personalità di Martin così particolare e, inoltre, raccontare del suo legame non comune con Caspar. Legame che altrimenti rischierebbe di passare per una semplice e apparentemente banale storia di amicizia.

Petrolheads

Martin (Martin Jensen) e il suo migliore amico Caspar, detto Manson, (Casper Størner) sono alla ricerca dell’auto dei sogni: un esemplare usato di Honda Civic. Ciò che potrebbe sembrare un facile desiderio da realizzare si dimostra, per i due ragazzi legati dalla stessa passione per i motori, non privo di ostacoli. Entrambi soffrono di ADHD e di disordini dell’attaccamento, con una diagnosi di autismo che li costringe alla marginalizzazione da parte della società e che li limita nelle loro scelte e possibilità quotidiane. I due amici passano ore seduti a discutere di auto, trasmissioni e motori nel garage di Caspar e altrettanto tempo lo investono a cercare pezzi di ricambio di auto fra le discariche della provincia danese. La loro ossessione, il loro ‘fanatismo’, come lo chiama Martin, li tiene attivi e soprattutto li tiene insieme.

Ne esce in Petrolheads l’intimo ritratto di due giovani ragazzi che, esclusi dalla società, lottano per la propria passione, si creano uno spazio e un rifugio sicuro dove metterla in pratica – nel garage di Caspar, con tanto di roulotte- nido all’interno, i due si rinchiudono quando ne hanno abbastanza della società– ; si scontrano con i propri limiti; fanno inevitabilmente degli errori, ma sono pronti a darsi più possibilità e ricominciare da dove si sono persi per strada.

Petrolheads

Martin, infatti, oltre a confrontarsi con il suo svantaggio sociale deve lottare contro la dipendenza dalla droga, che a differenza di come lui sostiene non “cancella i problemi” ma complica la sua vita, e soprattutto mina la sua raggiunta ma labile autonomia dalla famiglia e dalle istituzioni, fino, e questo è ancora peggio, ad allontanarlo dalla realizzazione del suo desiderio di tornare a guidare un’auto tutta sua. Il ragazzo si ritrova con sua grande frustrazione, dopo un primo incidente con la sua utilitaria, senza patente, e sotto osservazione da una psicologa.

Come nei precedenti film Langballe ottiene una forte partecipazione emotiva captando la simpatia del pubblico per i suoi protagonisti senza però mancare di presentarceli con i loro difetti e mancanze, senza quindi cercare di addolcirne la realtà. L’occhio della telecamera in Petrolheads mantiene sì la dovuta distanza, ma osa anche avvicinarsi ai suoi soggetti, cercandone l’intimità nei momenti di calma e silenzio.

Poco più di un anno fa avevamo visto sul grande schermo di un festival una produzione italiana dedicata allo stesso argomento. Si trattava di Quale allegria (2025) del giovane regista Francesco Frisari presentato al Biografilm di Bologna. Il regista italiano era riuscito a presentare un ritratto quasi mitico dello zio, dove, pur definendo a chiare linee le difficoltà dell’autismo con le sue fragilità e le sue problematicità, ne ricavava un sensibile, quasi elegiaco, ritratto.

Emil Langballe non si spinge così in là come Frisari, il suo sguardo sull’autismo del fratello Martin rimane concreto e realista, fino a diventare alquanto severo quando osserva la sua dipendenza dalla cocaina, ma si permette anche lui delle eccezioni creative. Si concede innanzitutto alcune libertà stilistiche, più tipiche del cinema di finzione, che regalano una maggior drammatizzazione al soggetto fino a creare una voluta suspence: primo fra tutti il montaggio, dove alla classica esposizione cronologica il regista danese preferisce l’uso di flashback temporali, così che la narrazione risulti più accattivante e meno piatta. PetrolheadsLa seconda scelta artistica di Petrolheads riguarda la colonna sonora, arricchita dall’energica musica del compositore svedese Björn Olsson, in perfetta e riuscita sintonia con l’intento del regista di rinvigorire di lirismo la descrizione dei fatti e supportare le intense emozioni che i due protagonisti faticano ad esprimere. È la musica d’inizio in particolare ad accompagnare e a sottolineare la voce in off del regista, il quale non manca di introdurre le figure di Martin e Caspar alla stregua di due moderni cowboy della strada. E liriche sono pure le scelte formali di molte sequenze girate, anch’esse ben rafforzate dal sonoro e che contribuiscono a rendere questo documentario particolarmente riuscito in ogni suo aspetto.


PetrolheadsRegia: Emil Langballe; sceneggiatura: Emil Langballe, Christian Einshøj; fotografia: Anders Nydam; montaggio: Christian Einshøj; musica:Björn Olsson; interpreti: Martin Jensen, Casper Størner; produzione: Paloma Productions; origine: Danimarca, 2026; durata: 77 minuti.

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