Rob Reiner verrà probabilmente ricordato come uno di quei registi perfettamente integrati all’interno dell’industria cinematografica hollywoodiana, della quale è riuscito ad utilizzare al massimo le possibilità estetiche, narrative e produttive, a cominciare dalla frequentazione trasversale dei generi: da This Is Spinal Tap, una specie di precursore del mockumentary su una parossistica band heavy metal, al fantasy intergenerazionale de La storia fantastica; dal revival della commedia declinata in eterogenee forme ed ispirazioni( Harry, ti presento… Sally, Il presidente-una storia d’amore, Non è mai troppo tardi, con rimandi rispettivamente a Woody Allen, Frank Capra e James L. Brooks) al thriller con venature horror (Misery non deve morire, compatto e riuscito adattamento di un autore sfruttato in maniera ipertrofica come Stephen King), fino a quel legal drama d’ambiente militaresco, Codice d’onore, che nella tesa parte finale del processo ricordava molto da vicino L’ammutinamento del Caine di Edward Dmytryk. Sicuramente il gusto per l’ironia anche macabra- il tratto comune del suo cinema potrebbe essere sintetizzato in un calibrato affondo da black comedy- lo aveva appreso dal padre Carl, anch’egli regista e occasionalmente attore, che aveva sfidato e irriso i tabù della religione. della morte, della sessualità , mischiando talvolta i piani ( Bentornato Dio!, Ho sposato un fantasma e Scappatella con il morto tra i suoi titoli più famosi).

Un divertimento, uno stupore, un’attrazione nei confronti della struttura del racconto e di come si può mettere in scena una buona storia, che si sono riflesse nel suo sguardo di bambino cresciuto sotto l’ egida degli studios e dell’immaginario che hanno genealogicamente tramandato. Così, pur avendo coltivato una sensibilità magari scevra dalle macerie e dai tormenti di derivazione più europea, Reiner ha impresso sopra le sue immagini la traccia del grande cinema classico e delle sue successive trasformazioni e contaminazioni, alla ricerca di un equilibrio tra una propria personale visione e le ragioni dello spettacolo. Il suo è stato certo un modo di fare cinema intelligente, che non ha mai rinunciato al sentimento e all’empatia. Nonostante la humor tagliente di una certa comicità americana da stand up comedian, è stato difficile non affezionarsi, se non proprio innamorarsi, di alcuni dei suoi personaggi , a iniziare per interposta proprio la scrittura di Stephen King: in Stand by me-Ricordo di un’estate (1986) fu il primo a scoprire l’acerbo, selvaggio e luminoso talento del sedicenne River Phoenix, offrendogli il ruolo di quel migliore amico che non si può scordare, in quel passaggio così preciso, meraviglioso e lancinante, tra l’età giovane e la maturità, la pulsionale esplosione della vita come ricerca di sé e dell’altro e la struggente rievocazione del passato come presa di coscienza di una perdita e innescamento di un processo di elaborazione che ritorna alla parola scritta. L’aspetto che aveva colpito di più, in questa trasposizione talmente felice e trasparente nella sua quieta intensità da farne uno dei più bei film americani di un decennio per altri versi abbastanza opaco, era stata proprio la capacità della regia di rimane aderente a fior di pelle e di paesaggio alla descrizione degli avvenimenti e alla psicologia in itinere di ogni carattere: un microcosmo divenuto riconoscibile e credibile attraverso la cura per il dettaglio concreto, per il crescendo di un ritmo di sospensione e di suspence, per i risvolti sotto traccia di un romanzo di formazione. Tutti elementi che, mettendo da parte l’evidente risonanza personale di quella storia nello specifico ( intrecciata con i temi dell’ amicizia nel corso del tempo e della scoperta di un evento meraviglioso e terrificante), sarebbero ricomparsi nelle successive messe in scena di altre storie: declamare una pungente, amara riflessione sulle conseguenze di un divorzio intorno a un tavolino conteso dalla coppia di amici futuri sposi in Harry, ti presento…Sally, oppure annunciare lo smascheramento del piano di fuga dello scrittore sequestrato Paul Sheldon da parte della sua aguzzina accortasi della posizione invertita di un pinguino di ceramica in Misery; e, anche quando l’oggetto non è visibile e non appare sulla scena del crimine, percepire durante l’ arringa in tribunale dell’ avvocato idealista la consistenza soffocante di un asciugamano ficcato in gola a un povero soldato semplice vittima di un regolamento di conti interno al corpo dei Marines in Codice d’onore.

L’ azione avvenuta, per essere comunicata nel suo senso prevalentemente funzionale a uno snodo narrativo o alla sua risoluzione/catarsi, è stata sempre affidata da Reiner ai suoi attori, altrettanto amati nel concedere loro lo spazio e la voce per sublimarla in un atto perfomativo. È Billy Cristal/ Harry a ricordarci fino a quali picchi tragicomici può spingersi un divorzio senza comunione dei beni, è Kathy Bates/Annie Willcox a farci capire quanto sia implacabile la mania di controllo di una fan psicopatica, è Tom Cruise a trasmetterci l’ afflato e la passione per la giustizia nel dimostrare un’ innocenza e nel far emergere una colpevolezza. Nella costruzione del monologo attoriale Reiner ha poi trovato una dualità di registro che ha permesso al suo spettatore di stare dentro e fuori ciò che vede e ciò che ascolta. La teatralità accentuata , con ambienti ristretti e limitati a fare da contenimento all’exploit del mattatore di gran classe, se non arriva a produrre uno straniamento, ci avvisa che stiamo assistendo a qualcosa di straordinario, di fuori dal comune; una fiaba , un sogno, un incubo, con l’ attitudine infantile allo stupore e allo spaesamento che rende vivo il meccanismo narrativo, smarcandosi dal rischio dì far scadere la forma in formula e la fattura del buon artigiano nell’ abilità del mestierante.

Allora diventa possibile che ci siano un matrimonio, una salvezza e un’assoluzione laddove le condizioni sembravano completamente avverse, anche se non stiamo parlando del trionfo fuori tempo massimo dell’ American Way of Life. Il segno di una ferita o anche solo di una differenza resta se addirittura la cara Meg Ryan/Sally, raccontando del suo finalmente celebrato matrimonio con Harry, sottolinea come la crema della torta vada comunque messa e consumata “a parte” per lasciare la libertà di una scelta che non è per forza la predestinazione di un happy end. E adesso che la sua vita è terminata in un modo cosi tragico e brutale, distante dalla ricomposizione di qualsiasi quadro familiare gioioso e vitale dietra l’apparenza scombinata e nevrotica (sembra sia stato ucciso a coltellate dal figlio, assieme alla moglie), resta impressa l’immagine sornione e sorridente di un cineasta che, memore dei grandi affabulatori, ha saputo guardare alla commedia umana con la carezza di una risata e il rinculo dello sparo di un fucile.
Perché “quando ti accorgi che vuoi passare il resto della vita con qualcuno vuoi che il resto della vita cominci il più presto possibile”, dice infine Harry a Sally. Ed è proprio a quel “resto” di romanticismo a cui bisogna rimanere attaccati per poter continuare a celebrare la mezzanotte di un capodanno nonsense.
