6° Festival del cinema tedesco (Roma 19-22 marzo 2026): Schwesterherz (The Good Sister) di Sarah Miro Fischer (Film di chiusura)


Schwesterherz (Cuore di sorella) rappresenta il film d’esordio della cineasta tedesca Sarah Miro Fischer, classe 1993, che ha studiato cinema presso la “Escuela Nacional de Cine di Bogotà” (Colombia), e successivamente presso l’Accademia tedesca del cinema e della televisione di Berlino (DFFB). In effetti l’opera è la tesi di laurea della regista.

Il filo narrativo segue il ritrovarsi di un fratello (Sami) e di una sorella (Rose). L’occasione sta nel fatto che Rose si trova senza casa e va ad abitare dal fratello, e così i due tornato ad “vivere” insieme. Ormai non sono più bambini né adolescenti, i due sono diventati “grandi”. Il rapporto tra i due è molto pieno d’abbracci stretti e intensi, un amore viscerale con un grande feeling. Eppure lo spettatore avverte che qualcosa tra loro non va. E più scorre il film e più ci si rende conto che sono due vite che si conoscono poco. Il banco di prova tra i due è l’accusa di stupro che nel mezzo del racconto delle vicende piomba sulla testa di Sami. La sorella è chiamata a testimoniare e dunque il loro rapporto si complica ancora di più e non poco.

Schwesterherz
     Marie Bloching

Schwesterherz è un’opera che indaga i limiti e le possibilità della chiarezza tra due individui nati dalla stessa madre. Tende a essere da un certo punto di vista claustrofobico, nel senso che s’insinua nelle corde dei sentimenti che di solito rischiano di far intorbidare ulteriormente le acque. Dov’è la verità? Sami immediatamente afferma che ci deve essere un equivoco, che lui non c’entra con l’accaduto. E Rose gli crede e lo segue su questa strada. Eppure, dietro l’apparenza delle cose, che sempre è il primo livello della realtà con cui ci si confronta, si nasconde quello che il sentire il più delle volte non è in grado di rilevare, anzi confonde i pensieri. Ovviamente non si rivelerà il finale.

Ciò che convince davvero è l’uso dei primi piani, molto intensi, di particolari (come alcuni parti del volto e del corpo dei protagonisti, soprattutto di Rose), come anche il procedere relativamente lento dei movimenti di macchina che in fondo simula il cammino tortuoso della ragazza. Lei si deve muovere tra sentimento e ragione, tra l’amore di sorella e l’effettiva realtà concreta di come veramente stanno le cose. E questo itinerario è reso molto credibile dalle scelte estetiche della regista. Rose va fino in fondo, e riesce a “vedere coi propri occhi” liberandosi dei legami dell’affetto che tendono a essere protettivi in modo cieco.

In una recente intervista Sarah Miro Fischer ha dichiarato: “Finché etichetteremo gli stupratori come mostri, sarà impossibile per noi riconoscerli tra di noi, come amici, colleghi o fratelli. Quanto più la persona è vicina a noi, tanto più è difficile vederla chiaramente”. Rose è credibile proprio perché attraversa con tutta se stessa queste due polarità e si trova a rompere l’incantesimo che a volte il cuore improvvisa, ma che spesso ha le gambe corte. 

Presentato nella sezione “Panorama” del Festival di Berlino 2025. 
Di prossima distribuzione anche in Italia.


Schwesterherz (The Good Sister) Regia: Sarah Miro Fischer; sceneggiatura: Sarah Miro Fischer, Agnes Maagaard Petersen; fotografia: Selma von Polheim Gravesen; montaggio: Elena Weihe; musica: Francesco Lo Giudice; interpreti: Marie Bloching (Rose), Anton Weil (Sami), Proschat Madani (Linda), Laura Balzer (Elisa), Jane Chirwa (Lia), Giamo Röwekamp (Noam); produzione: Nina Sophie Bayer-Seel, Janna Fodor per Deutsche Film- und Fernsehakademie Berlin GmbH (DFFB, Berlin); origine: Germania,/Spagna, 2025; durata: 96 minuti; distribuzione: Lucky Red.

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