Era di Vincenzo Marra

Era
Da sinistra a destra: Antonio Venturini, Marini Sabrina Fernando e Dalia Frediani

Avete presente la cifra stilistica di Vincenzo Marra, regista napoletano classe ’72, tutta inscritta dentro un’estetica iperrealistica e una poetica neo-neorealista? Bene, scordatevelo per  Era. Con un coraggio ragguardevole unito a un colpo di genio, a 25 anni esatti dal suo clamoroso lungometraggio di esordio, Tornando a casa, che definisce per sempre il suo stile rigoroso e insieme viscerale; Marra scopre di possedere una vis comica finora insospettabile, compiendo un detour sorprendente che non può non far pensare a quanto accadde nel 1961 a Pietro Germi, fino ad allora regista di drammi cupi venati di melò, poi inventore della commedia all’italiana col titolo che le diede il nome (Divorzio all’italiana) e poi autore di un pugno di simili titoli immortali. Vista l’efficacia del debutto in questo macro-genere (in Italia la commedia tale va ritenuta per un elenco di ragioni che non si ha qui il tempo di ricordare), si ha il sospetto che tale sorte possa toccare anche al regista di Era, questo è il titolo del film della svolta presentato in Concorso al Bif&st 2026, dove ci ha risposto di starci pensando avendo già consegnato nelle mani del produttore Federico Scardamaglia la sceneggiatura di una seconda commedia.
Del resto, si sa, senza scomodare i testi di Henri Bergson e di Pirandello: le regole dell’umorismo sono inesorabili, e i meccanismi grazie ai quali scatenare il riso persino scientifici. E Marra dimostra di conoscerli a menadito, aiutato da un coro di interpreti in stato di grazia. Non ci riferiamo tanto ai mattatori presenti nel cast sui quali a breve torneremo, ma piuttosto al coro di anonimi comprimari non professionisti che sbalordiscono per tempismo e naturalezza. Il prologo con la riffa organizzata dalle “viecchiariell’” per racimolare la somma necessaria a organizzare la gita all’abbazia vale già da sola il prezzo del biglietto: è puro teatro vernacolare con un incredibile coefficiente di verosimiglianza. Il napoletano qui non è semplicemente un dialetto è una langue saussuriana dotata di una incantevole melodia. Contiene, insomma, una mentalità che è il portato di una storia peculiare che ha forgiato nel tempo comportamenti e caratteri: dalla tipica gestualità che l’accompagna (e che è a sua volta un’altra langue con un suo specifico alfabeto di segni) fino a elevarsi a quell’immenso microcosmo semantico che costituisce in assoluto la Weltanschauung partenopea. Innestandosi in una tradizione secolare che risale al teatro di Salvatore Di Giacomo e passando naturalmente per Scarpetta giunge fino a Eduardo De Filippo, il film di Marra, a prescindere dai suoi indubbi meriti, è innanzitutto la rappresentazione di questo mondo dotato di un incredibile fascino ipnotico.

E quei viene il Marra’s touch, il quale a prescindere dal tasso umoristico presente nel suo cinema, si è finora distinto per una cifra para-documentaristica da cinema verité o decisamente documentaristica (si pensi anche solo ad Estranei alla massa) fondata su tematiche sociali e identitarie e su un’estetica dell’essenzialità. Perché altrimenti dovremmo ridurci ad assecondare i triti luoghi comuni secondo cui ogni napoletano è intrinsecamente un attore, assunto senz’altro vero anche in virtù questa lingua che è letteralmente intraducibile non solo nello stretto ambito glottologico (che induce gli autori a ricorrere qua e là all’uso dei sottotitoli in italiano) ma per il portato semiotico che veicola; ma che da solo però non basta (vale l’omologo: i neri hanno la musica nel sangue). No qui c’è come dicevamo sopra il magistero di Marra abituato da sempre a lavorare con i non professionisti su un registro di estremo naturalismo. Lavoro applicato anche agli attori tutt’altro che dilettanti e anzi molto popolari che stanno nel cast: Giovanni Esposito, Maurizio Casagrande e Antonio Gerardi; i quali appaiono qui guidati con misura per l’appunto magistrale.

Era
Dalia Frediani (a destra) e Rosaria D’Urso

 Ma stiamo divagando, il film parla d’altro. Parla di Lina, un’anziana signora napoletana che non ha alcuna intenzione di farsi definire dalla data impressa sulla carta d’identità, come recita il comunicato stampa. Lina è energia pura: instancabile, presente, ostinatamente viva. Dirige con piglio deciso una rumorosa associazione cattolica di vecchiette borghesi, si prende cura della sorella e di un nipote mai davvero cresciuto e, soprattutto, continua a esercitare con determinazione il suo ruolo di madre “vecchio stampo” nei confronti dei tre figli sessantenni, eternamente in crisi. Economica, psicologica o sentimentale che sia, per ogni problema Lina ha sempre una soluzione. È interpretata dalla luminosa Dalia Frediani un’attrice napoletana con una lunga carriera divisa tra teatro, cinema e televisione, avendo debuttato giovanissima con la compagnia di Tato Russo; e che ha circa 80 anni come la protagonista del film, ma non li dimostra. Tanto che ogni spettatore di qualunque età osservando la sua grazia furente e ironica non può che solidarizzare con Don Eduardo, lo stimatissimo vicino di casa, che non perde occasione per concupirla continuamente, teneramente. Non basta: in seguito a un malore avvertito dalla protagonista, il film dopo l’inizio scoppiettante che si è sin qui descritto, vira verso le corde di una comicità melodrammatica più segnatamente eduardiana, nel solco della tradizione della nostra commedia cinematografica popolare, oggi praticata più convintamente nel cinema d’oltralpe; grazie all’ingresso nel plot di Amilà, una donna dello Sri Lanka che vive da tempo a Napoli ma non conosce né la lingua né le tradizioni culinarie locali. Almeno così pare, perché nella commedia quasi mai è quel che sembra. Da questo incontro forzato nasce un rapporto inatteso, destinato a trasformare profondamente la vita di entrambe e quella di tutti gli altri protagonisti. Ed è qui che Erasi fa compiutamente “film del presente sul presente”, come ci informano le note di produzione del pressbook. Ovvero un film sulle fragilità della terza età (che oggi però è “una nuova fase della vita”, come arrischia ancora l’adorabile Don Eduardo), e sulle meravigliose scoperte di quello che la cattiva politica ebbe a definire, spregevolmente “meticciato sociale”. Oltre che, soprattutto, l’ennesima prova d’amore del suo regista per la città di Napoli, le sue ricchezze e le sue povertà.
Poi c’è il titolo, vagamente misterioso, su cui rischiamo lo spoiler: deriva dalla notissima canzone portata al successo da Roberto Murolo, Era de maggio, basata sui versi di una poesia di Salvatore di Giacomo. Col che – forse – tutto torna.

Presentato in Concorso al 17° Bif&st (Bari, 21-28 marzo 2026).

In sala dal 26 marzo 2026.

In programmazione fino all’8 aprile al Cinema Azzurro Scipioni di Roma;  sarà  Martedì  7 aprile Torino Cinema Massimo ore 20.30 – Marra ed Esposito in sala, Mercoledì 8 – Milano Citylife Anteo ore 21-15  Marra ed Esposito in sala; Giovedì 9 – Vicenza Ara Celi ore 20.30 – Marra ed Esposito in sala


EraRegia: Vincenzo Marra; soggetto e sceneggiatura: Vincenzo Marra; fotografia: Gianluca Laudadio; montaggio: Luca Benedetti; musica: Pasquale Catalano; scenografia: Flaviano Barbarisi; costumi: Rossella Aprea; interpreti: Dalia Frediani, Marinì Sabrina Fernando, Giovanni Esposito, Maurizio Casagrande, Antonio Gerardi; produzione: Federico e Francesco Scardamaglia, Compagnia Leone Cinematografica con Rai Cinema; origine: Italia, 2026; durata: 100 minuti; distribuzione: Compagnia Leone Cinematografica.


 

 

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