Se si pensa al concetto di devozione nella sua accezione religiosa esclusivamente in relazione al soggetto verso cui è prevalentemente rivolto, ovvero Dio, si rischia di non coglierne in questo Devozioni il significato più profondo, radicato nelle viscere materiche del paesaggio e in quelle carnali di coloro che lo abitano. Gianfranco Pannone, che da tempo ha cominciato un’esplorazione immersiva tra lo stratificato cosmo del sacro d’ispirazione e di cultura popolare ( emblematico di questo suo interesse per le implicazioni etnoantropologiche e per il valore performativo delle manifestazioni devozionali il dittico Lascia stare i santi/Scherza con i fanti, realizzato con e attraverso la collaborazione con il musicista Ambrogio Sparagna), affronta ancora più direttamente ed essenzialmente la questione con questa nuova stazione, per continuare ad usare una terminologia di derivazione cristologica, del viaggio intrapreso: Devozioni riconferma infatti pienamente la visione dell’ autore nel racconto dei fenomeni e della pratiche del culto cristiano, sentito con particolare veemenza e partecipazione nel Sud Italia, focalizzandosi stavolta sulle vallate della Lucania e seguendo, con il pudore di una distanza frontale e la vicinanza di uno sguardo tarato sull’altezza di un sentire e di un agire prima di ogni cosa tutto umano. Il cordone legato all’ombelico di un legame con la terra che percorre rapsodicamente il film è infatti tenuto dalle storie delle persone che vivono l’esperienza della sacralità, tradotta in comportamenti, consuetudini, raffigurazioni.
L’arte, ancora una volta, è lo strumento transmediale che mette in contatto, e seguire le impronte della memoria diventa un processo che, nello spazio di elaborazione e di creatività della ripetizione e della differenza, accogli l’esplicitazione del sentimento devozionale come atto reale e concreto. I fratelli che vogliono ricostruire la mappatura dei luoghi delle riprese de Il vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, che fu girato in controtendenza su quelle terre all’epoca ancora più selvagge e primitive, non avendo (ri) trovato più lo scenario della natività nella Palestina del 1964, vengono per tanto ripresi nel momento in cui stanno riguardando ed esaminando filologicamente le immagini di quell’eccezionale capolavoro di poetica liturgia audiovisiva, e ne fanno sfumare, dentro le immagini di Pannone, un pezzo della colonna sonora ripresa nel gospel che accompagnava la quieta, piccola Madonna pasoliniana toccata dall’annunciazione e che, con una raffinata soluzione del montaggio curato da Erika Manoni, si collega all’immagine della Statua mariana, principale oggetto di venerazione da parte dei credenti lucani. Il linguaggio della poesia e della musica continuano ad intrecciarsi nelle parole della poetessa e profeta Cristina di Lagopesole, ispirata da un Cristo rivelatosi per lei direttamente nella consistenza di un punto indicato intorno al quale costruire un santuario, e dalle melodie intonate da Caterina Pontrandolfo, una cantante e ricercatrice della tradizione orale sacra; soprattutto quest’ultima, durante una delle scene più emozionanti, crea una melodia ad impronta seguendo la propria intuizione scaturita dalla lettura di alcuni versi, e porta con sé la vibrazione e la spontaneità di una testimonianza che supera la dicotomia tra trascendenza e immanenza. Pannone sembra interessato maggiormente alla luce naturale che tocca i volti e i corpi, e le distese rocciose e boscose che, se da una parte contribuiscono geograficamente a delimitare un contesto sospeso, fuori dal tempo, isolato nella sua eco arcaica, dall’altra avvolgono e custodiscono un’ancestrale senso di comunità e di appartenenza; un territorio che è ancora vivo e partecipato, perfino da quelle generazioni più giovani che si trovano nell’intercapedine spazio-temporale tra il prossimo e il remoto, tra l’esterno centrifugo e l’interno centripeto, come la ragazza e il ragazzo scelti per interpretare la Madonna e Gesù Cristo durante le annuali processioni e rappresentazioni.

Al contempo, con la stessa lucidità anti celebrativa, viene raffigurata la desolazione di un convento di francescani che rischia la “chiusura” perché abitato da soli due monaci, e che resiste grazie alla caparbia volontà di un anziano del paese che cerca nelle firme di una petizione il gesto collettivo per mantenere il presidio di una residuale spiritualità. Dimostrando quanto la locuzione di documentario sia più che mai labile e riduttiva, Pannone riprende una concezione di messa in scena che, proprio rispetto al documentario, sembra parlare al presente pur risalendo a sessant’anni fa: cita infatti testualmente, introducendo alcuni spezzoni dei suoi film, il lavoro e l’opera di Lugi Di Gianni (nel dettaglio Magia Lucana del 1958 e La Madonna di Pierno del 1965), non limitandosi però all’omaggio o a stabilire un’analogia e una continuità. Quei frammenti interagisco direttamente con il girato di Pannone, lo confrontano, lo riguardano, ne amplificano e fanno risuonare lo spessore, la genealogia, la provenienza. E nella scelta e nella cura della resa estetica delle inquadrature (fotografia di Tarek Ben Abdallah) e della posizione della macchina da presa, che evita l’identificazione e l’immedesimazione con l “argomento”, lasciando anzi un margine di misterioso e di indecifrabile, risiede il legame più diretto con la poetica di Di Gianni: per filmare la devozione è necessaria la conoscenza e la sospensione del giudizio, ma questo presupposto non può essere tradotto nell’orizzonte piatto di un realismo da presa diretta. La flagranza dell’avvenimento o dell’evento si trova nella composizione della messa in scena, che passa per la disposizione di ogni elemento, per l’utilizzo della potenzialità espressiva del colore e della profondità di campo, per il montaggio del suono scandito e formato ritmicamente come una partitura indiretta, una polifonica colonna sonora extra e intra diegetica.

Si tratta dunque quasi di un dialogo audiovisivo con il cinema di Di Gianni che nel lungo momento di smarrimento del pensiero e del senso che c’è dietro all’immagine, intesa come archivio in costante aggiornamento dell’esistenza in transizione, è rigenerante fermarsi a guardare, riappropiandosi, inevitabilmente, anche del piacere della durata. Nonostante la lunghezza piuttosto ariosa di un’ora e venti, si sente però talvolta l’esigenza di approfondire certe vicende (il bambino miracolato ad esempio), ma Pannone vuole svincolarsi dalla dimensione funzionalmente narrativa. La sua regia si concentra nelle micro azioni, nei particolari dei costumi e del trucco dei personaggi evangelici e dei loro simulacri, nei dettagli illuminanti del vissuto quotidiano ( citando Flaubert, “Dio è nei dettagli”, d’altronde…) e in questo richiama a tratti l’atmosfera de Il grande silenzio (2005) di Philip Gröning , il racconto quotidiano della vita dei monaci francesi certosini dei quali viene rispettato il rigore del voto e del conseguente voluto mutismo. Rigore però non vuol dire rigidità o formalismo: al contrario, è una semplicità, una spogliazione che riflette lo spirito delle persone, quello che viene impresso davanti alla Mdp e non collocato nell’aldilà e lasciato a un fuoricampo immaginato e creduto seppur suggestivo. Cosi come l’apertura del prologo e la chiusura dell’epilogo, con l’astronomo che offre un altro punto di vista: anche se esistesse un’entità superiore nell’universo, non sarebbe possibile vederla attraverso questo inquinato cielo stellato sopra di noi.
Devozioni – Regia e sceneggiatura: Gianfranco Pannone; concept originale: Andrea Di Consoli; fotografia: Tarek Ben Abdallah; montaggio: Erika Manoni; musica: Rocco De Rosa; suono: Domenico Rotiroti; produzione: Sandro Bartolozzi per Clipper Media in collaborazione con Rai Cinema, con il contributo di Lucania Film Commission; origine: Italia, 2026; durata: 80 minuti.
