Seize Moment de ma vie. Voto ***. Un documentario “musicale” dall’autore di Pacifiction – Un mondo sommerso, frutto dell’intensa collaborazione fra due artisti.
Molti ma non proprio tutti sanno chi è Ingrid Caven, nata a Saarbrücken nel 1938. Attrice e poi cantante, entra nella seconda metà degli anni ’60 nella cerchia di Rainer Werner Fassbinder. I due si sposano nel 1970, salvo separarsi due anni dopo, anche se Caven continuerà a recitare per RWF (se ho contato bene ha partecipato a 14 film). Già nel 1978 si trasferisce a Parigi, dove di lì a poco inizia la carriera di cantante, progressivamente abbandonando il cinema.
La collaborazione fra Albert Serra e Ingrid Caven risale al 2018, allorché il regista catalano mette in scena alla Volksbühne di Berlino un progetto intitolato Liberté e incentrato sull’esaltazione e i limiti del libertinismo settecentesco in cui Caven recitava (fra gli interpreti c’era anche Helmut Berger), spettacolo dal quale è nato l’anno dopo il film dello stesso Serra (senza però la partecipazione dell’attrice/cantante).
Quello presentato a Locarno, Seize Moment de ma vie, è invece l’esito ultimo secondo progetto fra i due, un progetto di lunga durata che nasce già nel 2020 e che vede anche la collaborazione del gruppo The Molforts, il gruppo legato a più riprese al cinema del regista catalano. Dopo varie fasi (spettacoli, installazioni etc.), sempre su iniziativa di Serra, Caven pubblica un album che s’intitola Heidschi Bumbeidschi, 16 moments de ma vie, che esce nel 2025: sedici brani concepiti come altrettanti frammenti autobiografici, con Caven ai testi, alle melodie di base e alla voce, mentre l’elettronica è affidata appunto ai Molforts. La prima parte del titolo fa riferimento a una ninna-nanna bavarese.
Autobiografia, dunque, anche se Ingrid Caven non prova a ricostruire ordinatamente la propria vita in Seize Moment de ma vie: procede per immagini, traumi, associazioni e apparizioni. Ci sono l’infanzia nella Germania in guerra, le bombe, i pianoforti, il cinema, Fassbinder, Parigi, la psicoanalisi, la malattia, la vecchiaia. I sedici pezzi sembrano fotografie tirate fuori da una scatola, ma ogni fotografia, appena viene osservata, comincia a deformarsi. Caven ha scritto gran parte dei testi durante il periodo del lockdown, lavorando per più di due anni alla loro registrazione.
Il centro emotivo del disco (e in seguito del film) è inevitabilmente la voce. Non è più la Caven giovane dalla sensualità da cabaret: oggi il timbro è ruvido, consumato, a tratti quasi spezzato. Proprio questa fragilità dà al disco il suo carattere. Caven canta, recita, declama, sussurra; sembra talvolta una narratrice sopravvissuta al proprio stesso racconto. I Molforts a loro volta costruiscono intorno a lei una musica eclettica: elettronica ambient, kraut, rumori e vuoti trasformano melodie apparentemente semplici in qualcosa di inquietante, una musica di per sé fortemente cinematografica, una specie di incubo à la Lynch, una musica sembra provenire contemporaneamente dal passato e da un luogo irreale.
Non è affatto un ascolto immediato quello di Caven. Chi cerca una chanson classica, melodie nette o il fascino cabarettistico potrebbe trovarlo ostico. Ma proprio la sua stranezza, l’assenza di nostalgia e la collisione tra una voce antichissima e un’elettronica quasi spettrale lo rendono un disco molto più vivo di un semplice album-testamento.
Ultima puntata, come si diceva: Serra adesso ha ricavato anche Seize moments de ma vie, un film documentario di 85 minuti incentrato sul concerto al Théâtre des Bouffes du Nord di Parigi. Selezionato fuori concorso al Festival di Locarno 2026, sarà anche il titolo d’apertura della sezione Made in Spain del prossimo Festival di San Sebastián a settembre.
La trasformazione dell’album in film appare quasi naturale, perché già nel disco Caven non si limita a cantare: occupa uno spazio, interpreta se stessa, trasforma il ricordo in presenza fisica. È precisamente il tipo di materia che interessa Serra, un cineasta attratto dalla durata, dai corpi, dalla performance e da ciò che accade quando la macchina da presa smette di illustrare qualcosa e comincia semplicemente a osservare.
La regia di Serra – al suo secondo documentario dopo l’eccellente Tardes de soledad (2024) incentrato sul torero Andrés Roca Rey con cui aveva vinto a San Sebastián – sembra prolungare ciò che i Molforts fanno musicalmente: invece di addolcire o ordinare i ricordi di Caven, li lascia emergere nella loro stranezza e nella loro materialità, con continue, sempre diverse inquadrature. E il cinema, come l’elettronica del disco, diventa così un’ulteriore superficie sulla quale la voce segnata dal tempo della attrice-cantante può depositare le proprie immagini. Serra mette il cinema al servizio della maniera in cui Caven decide di raccontarsi, attraverso le canzoni e attraverso la propria presenza scenica. Ed ecco Seize Moment de ma vie.
Seize Moment de ma vie – Regia: Albert Serra; fotografia: Artur Tort; montaggio: Clément Pinteaux, Albert Serra; interpreti: Ingrid Caven, Ferran Font, Enric Juncà, Joe Robinson, Marc Verdaguer; produzione: Idéale Audience Group; origine: Francia/ Spagna, 2026; durata: 85 minuti.
