Teatro: I giganti della montagna per la regia di Claudio Boccaccini

  • Voto

I giganti della montagna per la regia di Claudio Boccaccini rappresenta una sfida per qualsiasi regia e compagnia a prescindere dall’investimento produttivo, sia per quanto concerne il numero dei personaggi, sia rispetto alla complessa struttura dell’opera stessa. Luigi Pirandello ne iniziò la stesura tra il ’30 e il ’31; il primo atto, con il titolo I fantasmi, fu pubblicato nel dicembre del ’31 sulla Nuova Antologia, il secondo atto nel novembre del ’34 sulla rivista Quadrante. L’autore non riuscì a scriver per esteso il terzo atto che fu trascritto brevemente, su indicazione del padre morente, dal figlio Stefano.  La prima rappresentazione si ebbe nel giugno del ’37 nel giardino di Boboli a Firenze.

La trama è ricca di suggestioni e narra di una compagnia di attori, guidata dalla contessa Ilse, la quale decide di  mettere in scena  un’unica grande opera La favola del figlio cambiato, – opera anch’essa di Pirandello-, ma non trovando accoglienza favorevole presso i normali teatri, così pensa di rivolgersi alla villa degli Scalognati.

Il luogo si rivela essere misterioso, e assurdi prodigi vi hanno luogo: il regista Cotrone (ben interpretato da Felice della Corte) è infatti in realtà una specie di mago. Celebri, nonché chiave di decodifica linguistica del dramma sono le parole del demiurgo regista «Siamo qua come agli orli della vita, Contessa. Gli orli, a un comando, si distaccano, entra l’invisibile: vaporano i fantasmi. E cosa naturale. Avviene ciò che di solito nel sogno. Io lo faccio avvenire anche nella veglia. Ecco tutto. I sogni, la musica, la preghiera, l’amore… Tutto l’infinito che è negli uomini, lei lo troverà dentro e intorno a questa villa». 

Con queste parole Cotrone invita Ilse (interpretata  da un’intensa Silvia Brogi) a recitare per la sua compagnia, ma lei non accetta vuole, infatti, desidera che  l’opera possa creare una reazione nel pubblico, portandolo poi una riflessione.  L’uomo le propone, allora, di portare la sua favola tra i Giganti della montagna, potenti signori impegnati sempre in opere grandiose.

I giganti hanno però, completamente rinunciato alle ragioni dell’interiorità e dello spirito per dedicare la loro esistenza solo a una dimensione materiale, quindi non accolgono la proposta, non hanno tempo per l’arte. L’unica azione che concedono è che la rappresentazione si allestisca per il popolo.  Ilse, pur consapevole del rischio di mettere in scena un’opera così profonda per chi è avvolto dalla volgarità, accetta.  Il popolo, rozzo e crudele, non riconosce il livello dello spettacolo, e offende ferocemente Ilse e gli attori; infine decide di ucciderli brutalmente.

L’ultima opera del mito, rappresenta la summa poetica del drammaturgo agrigentino, nonché una sorta di testamento letterario, in cui lo scrittore fa confluire le sue idee e visioni tardive, sospinte da un moto antifascista e da idee libertarie. Non è  un mistero che i personaggi siano emblematici e in maniera piuttosto identitaria della società del tempo: la Compagnia della contessa Ilse evoca inequivocabilmente la società degli artisti italiani,  mentre i Giganti della Montagna e la loro arroganza il potere Mussoliniano, infine gli Scalognati e le loro modalità grevi e cialtrone, il pubblico ineducato nei confronti del teatro e delle arti in generale.

Come non associare l’uccisione di Ilse e della Compagnia a quella dell’arte nella società contemporanea di Pirandello?

La finezza della tragedia pirandelliana rimane costante nel tempo e nonostante le evoluzioni ideologiche di un Pirandello senile, ci confrontiamo sempre con la caratteristica che coinvolge inesorabilmente gli spettatori e li inoltra in un mondo onirico che poi tanto onirico non è, visto che rimanda comunque alla realtà politico-sociale degli anni Trenta.

Il metateteatro pirandelliano di cui è intrisa tutta  l’opera è ciò che riesce a trasmettere di più  in assoluto la regia di un elegante e intuitivo Boccaccini, fedele al testo seppur traslando la drammaturgia in napoletano. L’operazione è stata rischiosa, ma la riuscita è di un buon livello, infatti il regista romano ha volutamente tralasciato la scenografia, che avrebbe potuto essere solo una spesa esosa, e lavorato in modo impeccabile sulle caratterizzazioni dei personaggi, soprattutto degli Scalognati, che ci divertono, impressionato e ci inducono a riflessioni mai banali grazie ad un metalinguaggio, accompagnato da una mimesi adeguata, peculiare per ognuno dei personaggi.

La regia e la recitazione degli attori sono ben correlate, creando un osmosi di input e rimandi, che sono in grado di riprodurre una pièce molto complessa e difficile da non svilire, a causa della drammaturgia stratificata e di un linguaggio metateatrale.

In scena al Teatro Marconi di Roma fino al 10 dicembre 2023


I giganti della montagna di Luigi Pirandello – Regia: Claudio Boccaccini; interpreti: Felice Della Corte, Silvia Brogi, Marina Vitolo, Marco Lupi, Fabio Orlandi, Titti Cerrone, Marco Pratesi, Andrea Meloni, Anastasia Ulino, Michele Paccioni, e Joele Attianese; produzione: Compagnia Ass. Cult. Pex.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *