Tempismo sbagliato? Knock o il trionfo della medicina di Stefano Maria Palmitessa

Chi è più malato? Il sano o il malato?

Al porto si cerca un medico per un piroscafo. Un medico che però non lo sia per forza, medico s’intende. Un uomo, vedendo che si cerca un medico che però medico non sia, decide, non essendo medico, di diventare medico di quel piroscafo. Risultato? 35 marinai a bordo, 35 malati. Deceduti? Nessuno, ovviamente. L’importante è il sentirsi malati. Loro, quelli della nave. Loro, gli europei di un secolo fa. Al Teatro delle Salette a Roma è andato in scena Knock o il trionfo della medicina, spettacolo che riporta sulle scena l’opera dello scrittore francese Jules Romains (1885 – 1972) e lo fa in modo sperimentale, azzeccando alcune idee, a volte osando troppo e nel cercare l’originale peccando di fruibilità. Rimane curiosa la scelta del piece teatrale, soprattutto, si direbbe, per questioni di tempismo, quello storico.

Vi ricordate il medico che non era medico e che si spacciava medico? Si chiama Knock, dottor Knock, prego, e decide di portare la sua passione dalle acque agitate alla terra ferma, a Saint-Maurice. Il dottor Parpalaid ha infatti deciso di sbarcare in città, Lione, e l’attività è in vendita. Ma il dottor Knock, esimio e novello collega, non si faccia troppe illusioni: nel paesino non si ammala nessuno e nessuno vuole spendere per curarsi. Buco nell’acqua quindi? Non crede così Knock: sono soltanto «pretesi stati di salute». Prende così avvio una girandola di eventi nel quale farmacisti e albergatori si alleano con lui, l’oratore dalla lingua lunga, e il paese intero finisce malato perché evidentemente non vedeva l’ora di essere malato. È sufficiente che qualcuno glielo suggerisca, all’orecchio, e l’auto inganno è presto realizzato. Qualcuno si può salvare da questo propagarsi di finta malattia? No, nessuno. Neppure loro, i medici. In gioco c’è il denaro, o forse il potere, quello di controllare le menti delle persone.

Stefano Maria Palmitessa fa scelte registiche a tratti azzeccate a tratti sovrabbondanti che vanno a toccare dalle fondamenta la resa scenica. Preso come riferimento il teatro dei burattini, la scenografia gioca su quattro colori – verde bianco arancione nero – a ruotare sui visi e corpi dei protagonisti nonché su “quinte mobili”, pannelli con teli colorati mossi all’occasione per creare spazi scenici delimitati e nuovi.

L’idea è buona, fa di necessità virtù, e permette di diversificare l’azione di personaggi estremamente caratterizzati. Il difetto vince sul personaggio, e questi come macchiette agiscono movendosi sul palcoscenico a mo’ di quinta scoperta, preparando e disturbando lo spettacolo. Personaggi senza guinzaglio, insomma: si riuniscono, fanno gruppetto, si fanno dispetti, scappano, ritornano, intonano cori e ballano. La quinta è quindi palcoscenico e il palcoscenico è quinta, tuttavia alla lunga, quello che era un buon spunto, rischia di diventare macchinoso, soprattutto nella resa dei dialoghi che subiscono rallentamenti e perdono di efficacia.

Alcune scene sono così adeguate, altre fanno fatica, e l’aggiunta di citazioni e richiami appesantisce lo spettacolo rendendolo meno godibile di quanto potrebbe essere. Rimane comunque un buon cast con alcune eccellenze, capace di rendere il senso di angoscia generale che avvolge l’opera e consegnarlo così agli spettatori, a volte riuscendo a creare mezzi sorrisi a volte breve parentesi di buon andamento.

Knock o il trionfo della medicina è una piece scritta nel 1923, prossima dunque a compiere cent’anni. È un lavoro denso, con richiami al grottesco guidati da riferimenti alla dimensione corporale e sessuale, ai suoi tempi s’innestava all’apertura di un’epoca che avrebbe visto un’ipnosi delle masse dilagare per il Vecchio Continente in lungo e largo. Le masse, le persone pronte a sentirsi malate e a seguire il dottore di turno. Si chiamasse Hitler, Mussolini, Stalin o Franco. La medicina non era la medicina, la malattia non era la malattia. Se l’Uomo di quel tempo fosse malato o meno non può dirsi, certamente voleva una farmaco pronto e credeva ciecamente in colui che glielo propinava. Fosse realmente dottore, o meno.

Si può quindi dire che Knock ovvero il trionfo della medicina sia invecchiato male? Sì, forse no, probabilmente ancora l’Uomo non aspetta altro che qualcuno lo convinca della sua malattia. Certamente proporlo ora rischia di confondere lo spettatore per il tempismo storico nel quale della medicina, quella vera, si è avuto stringente bisogno e di coloro che la confutavano se ne avrebbe fatto a meno. Dal fuori tempo al fuori tema, dopotutto, è un attimo, e lo spazio del teatro è spazio di fraintendimento. È sua peculiarità, come sua bellezza. A fronte di una scelta curiosa, rimane il tentativo di ringiovanire lo spettacolo con idee semplici ma innovative, a volte ridondanti nell’insieme a volte azzeccate, spunto per lavorarvi ulteriormente.

Presentato al Teatro Le Salette


Knock o il trionfo della medicina di Jules Romains – compagnia: Paltò Sbiancato; adattamento: Alida Castagna; regia: Stefano Maria Palmitessa; coreografie: Mara Palmitessa; drammaturgia musicale: Giovanna Castorina; assistente alla regia: Viola Creti e Massimo Barbieri; interpreti: Alessandro Laureti, Maria Laura Familiari, Alfonso Brescia, Arina Cazontova, Diana Lenoci, Ezio Provaroni, Lucy Catalano, Mary Fotia.

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