Terezin di Gabriele Guidi

  • Voto

Terezin, o come la chiamavano i tedeschi Theresienstadt, è stato, nel variegatissimo universo concentrazionario nazi-fascista, un campo assolutamente anomalo.
Nato per ospitare gli ebrei “di cui si sarebbe sentita la mancanza”, il lager ospitò soprattutto artisti: cantanti, musicisti, attori, registi; persone, insomma, che, prima dell’approvazione delle leggi razziali (dapprima in Germania, successivamente in Italia) erano famose e di cui qualcuno avrebbe potuto chiedere le sorti.
Vi arrivarono anche i primi ebrei tedeschi a essere deportati, quelli che si erano addirittura pagati il biglietto del treno, convinti di aver acquistato una piccola abitazione di una ridente cittadina costruita tra un monte e un lago. Ma vi arrivarono anche gli ebrei che non erano riusciti a partecipare alla rocambolesca fuga in peschereccio che aveva salvato la vita alla stragrande maggioranza della piccola comunità ebraica danese (e approdarono lì, solo perché il governo, a deportazioni avvenute, continuò a interrogare la Gestapo circa il destino di quelli che continuava a ritenere propri cittadini).
A Terezin arrivò anche Kurt Gerron, mitico attore ebreo-tedesco di L’angelo azzurro (Der blaue Engel, 1930, di Josef von Sterneberg). Internato, fu costretto a girare un finto documentario su quanto era stato bravo Hitler a regalare addirittura una città agli ebrei, rimanendo successivamente nei pressi per assicurarsi che i giudei fossero in grado di autogovernarsi.
Ma nel Lager cecoslovacco (siamo, infatti, a due passi da Praga) c’era anche una scuola dove i bambini imparavano a disegnare con matite e pastelli l’orrore (i disegni sono conservati gelosamente come una delle testimonianze più toccanti dell’infanzia nei campi di concentramento) e c’era un’orchestra la cui formazione variava (anche numericamente) in base agli arrivi di nuovi detenuti e alle partenze (verso Auschwitz) di chi non meritava di restare (alcuni convogli contavano anche 20000 partenze al giorno).
Terezin era sostanzialmente una città ghetto, dominata da un castello con celle destinate prevalentemente a internati militari, la cui parte bassa, fatta di case e cortili, praticamente non esiste più. In quanto vera e propria città, essa era sede ideale per le visite della croce rossa internazionale che chiedeva a gran voce di poter vedere coi propri occhi cosa le SS facessero agli ebrei.

In breve la prassi era questa: i delegati della croce rossa arrivavano in città dopo che questa era stata ripulita dagli ebrei in esubero, per non dare un’impressione di sovrappopolamento. Venivano portati in una rapida gita nella scuola a vedere i bambini che studiavano le tabelline. Infine erano ospiti di un concerto preparato dall’orchestra (l’ultimo fu il Requiem di Verdi, poi l’intera compagine strumentale e il coro salirono sul treno).
Erano, i giorni delle visite della croce rosse, quelli migliori per i detenuti che avevano avuto la ventura di non essere inseriti nelle liste per la partenza verso lo sterminio: si mangiava un po’ di più e anche i musicisti che suonavano erano esentati (anche per il periodo delle prove) dai lavori pesanti che toccavano un po’ a tutti nel campo.
Quando si parla di Terezin si parla quindi del campo dove le condizioni di vita erano relativamente migliori e dove, anche per questo, fu possibile dedicarsi all’arte, dove i musicisti potevano suonare, i compositori comporre e i pittori disegnare.

Tutto questo è raccontato nel film Terezin, di Gabriele Guidi, una coproduzione Rai Cinema, Minerva Pictures, Three Brothers, OvePossibile dal respiro internazionale cui hanno messo mano anche i cechi, dando il permesso di filmare, sui luoghi, alcune esterni.

O meglio: quasi tutto questo, perché nel film del pur volenteroso regista italiano, in realtà, poco o niente si parla del film di Gerron o degli ebrei danesi e molto, invece, si concentra l’attenzione sul racconto degli artisti che, fantasmi grigi per la maggior parte della loro lenta inedia, si animano di nuova luce ogni volta che possono rimettere mano su un violino o un clarinetto.
Sta tutto in questo eccesso di esemplificazione, il vero grande inciampo dell’intera operazione, in questa visione manichea di tedeschi nazisti cattivi che amano l’arte e la musica, ma odiano i giudei, e in questi giovani e meno giovani ebrei che guardano il cielo e non hanno più paura.
Dell’orrore concentrazionario resta poco: qualche marcia composta verso un treno o un pezzo di spartito che scompare sotto le ruote di un convoglio. Anche le fucilazioni avvengono fuori campo, ridotte a indizi sonori, mentre la macchina da presa, per lo più intenta a comporre geometriche inquadrature di adamantina bellezza fotografica, si avventurano in dolly solo quando sono sulle ali della musica, quel tanto che basta a farci lasciare il piano delle squallide esistenze dei poveri internati per avventurarsi verso un cielo dal quale contemplare la fortezza su cui, per dirla con Resnais, è cresciuta già l’erba degli anni.

Perso l’orrore nelle pieghe delle inquadrature, di Terezin resta solo il detto di una sceneggiatura didascalica come altre mai, dove ogni cosa è spiegata proprio quando te lo aspetti, e dove la vocazione al melodramma, che certo piace a Rai cinema, ha la meglio sia sulle ragioni della storia (di due che si amano e si perdono), sia su quelle delle Storia che è raccontata senza essere davvero investigata.

Per un film in cui parlano tutti in italiano, tranne i nazisti cattivi, in barba alle indicazione di Primo Levi che raccontava, dei Lager, prima di tutto l’incubo babelico, il risultato complessivo, lodevole nelle intenzioni di portare Memoria, è più vicino alla fiction che al Cinema. Il che, quando si parla di Shoah, rischia di diventare un limite imperdonabile.

In sala dal 26 gennaio 2023


Terezin  –  Regia: Gabriele Guidi; sceneggiatura: Gabriele Guidi, Ennio Speranza, Alessandro Zannoni; fotografia: Maura Morales Bergmann; montaggio: Luigi Mearelli; interpreti: Mauro Conte, Dominika Zeleníková, Alessio Boni, Cesare Bocci, Antonia Liskova, Jan Révai, Marián Mitaš, Petr Vanek, Marek Lambora, Maia Morgenstern, Karel Dobry; produzione: Minerva Pictures, Rai Cinema, Three Brothers, OvePossibile; origine: Italia, Repubblica Ceca, 2022; durata: 110′; distribuzione: Lo Scrittoio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *