The Mauritanian

  • Voto

The Mauritanian del regista scozzese Kevin Macdonald, presentato alla Berlinale in anteprima europea (sugli schermi USA è uscito in febbraio, mentre in Italia è annunciato su Amazon Prime Video), è uno di quei film per i quali risulta particolarmente spiacevole che l’edizione del Festival quest’anno si sia svolta online. Siamo certi che nella conferenza stampa e nei vari incontri col regista ci sarebbero stati spunti di discussione, polemica e forse anche qualche proclama politico. Sì, perché il “mauritaniano” di cui si parla ha a che fare con la prigione americana della baia di Guantanamo, a Cuba, luogo di detenzione particolarmente feroce, utilizzato per i sospettati di terrorismo islamico e mai chiuso, nonostante le promesse in campagna elettorale, nel corso degli otto anni di amministrazione Obama. Non è certo il primo film che tratta del tema. Anzi, su Guantanamo si è accumulata già una discreta mole di opere cinematografiche, da The Road to Guantanamo di Michael Winterbottom e Mat Whitecross (2006) a Camp X-Ray di Peter Sattler (2014), passando per Harold & Kumar Escape from Guantanamo Bay di Jon Hurwitz e Hayden Schlossberg (2008) e The Guantanamo Trap di Thomas Selim Wallner (2011). E non è neppure il migliore, a nostro giudizio quello di Winterbottom resta di gran lunga al di sopra. Ma certamente The Mauritanian è un prodotto discreto, un classico thriller politico, ben diretto dall’esperto Macdonald, autore di diversi documentari e non solo (il suo film più celebre è senz’altro il pluripremiato L’ultimo re di Scozia del 2006), e valorizzato dalla presenza di due interpreti di grande valore quali Benedict Cumberbatch Jodie Foster, fresca vincitrice ai Golden Globes 2021 (http://www.close-up.it/golden-globe…) del premio quale migliore attrice non protagonista proprio per questo The Mauritanian .

Alla base della pellicola c’è una storia vera e il libro del 2015 che la racconta, ovvero Guantanamo Diary di Mohamedou Ould Slahi, una sorta di memoriale, divenuto un bestseller, in cui l’autore, detenuto a Guantanamo dal 2002 al 2016, rievoca la propria esperienza di prigionia. La vicenda ha inizio poco dopo gli attentati dell’11 settembre 2001: Mohamedou Ould Slahi (Tahar Rahim, attore francese di origine algerina), un pacifico cittadino della Mauritania che da ragazzo aveva combattuto in Afghanistan contro l’occupazione sovietica, viene arrestato dalle autorità statunitensi perché sospettato di avere sostenuto o addirittura reclutato i terroristi che hanno pilotato gli aerei dirottati sul World Trade Center. Per quattordici anni viene trattenuto prigioniero nel centro di Guantanamo senza mai un preciso capo d’accusa e senza un regolare processo. Inutile dire quanto sia dura la detenzione in quella prigione, dove si viene sorvegliati di continuo, tenuti quasi sempre in catene, senza contatti con altri prigionieri, e sottoposti spesso e volentieri ad atroci torture (waterboarding, finte esecuzioni, umiliazioni sessuali) per estorcere una confessione. L’altra protagonista (secondo uno schema narrativo classico, per non dire banale) è l’avvocato buono e onesto, Nancy Hollander (Jodie Foster) la quale, convinta dell’innocenza del suo assistito, nonostante il clima di ostilità che le si rovescia contro, approfondisce il caso e riesce a tenere testa al procuratore militare incaricato (Benedict Cumberbatch), che alla fine prenderà coscienza dell’errore commesso e rivedrà le sue opinioni.

La chiave del film, forse il suo pregio maggiore, sta nell’ambiguità del protagonista: Slahi è un uomo innocente che ha subito un trattamento umiliante per il quale non potrà mai essere indennizzato, oppure è veramente autore dei crimini di cui è accusato? La sceneggiatura volutamente non risolve l’enigma, e in tal modo evidenzia quanto sia importante esaminare attentamente ogni caso, anche se un’intera nazione è indignata. La debolezza sta, viceversa, nel messaggio troppo “buonista” e perfino melenso che ne esce: alla fine non c’è nessun cattivo, anzi sono tutti buoni ed eroici: l’avvocato, il procuratore pentito, l’islamico imprigionato e torturato per quattordici anni che, dopo la liberazione, accetta il suo destino senza polemiche e senza desiderio di vendetta.


The Mauritanian – Regia: Kevin Macdonald; sceneggiatura: Rory Haines, Sohrab Noshirvani, M. B. Traven; fotografia: Tom Hodge; montaggio: Larry Siems; musica: Tom Hodge; interpreti: Jodie Foster (Nancy Hollander), Tahar Rahim (Mohamedou Ould Slahi), Shailene Woodley (Teri Duncan), Benedict Cumberbatch (Lt. Col Stuart Couch); produzione: SunnyMarch (Londra), Shadowplay Features (Londra), Wonder Street (Culver City, USA); origine: Gran Bretagna 2021; durata: 130’.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *