Herr Bachmann und seine Klasse

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Non si può negare: 217 minuti sono tanti per un film. Chi scrive non fa mistero del fatto di amare la sintesi. Ma il documentario che Carlo Chatrian ha avuto il coraggio di portare in Concorso alla Berlinale 2021 quei 217 minuti li vale tutti. L’autrice è Maria Speth, bavarese del 1967, con alle spalle una carriera non particolarmente ricca: un corto, un documentario e tre film di finzione, il più celebre dei quali s’intitola Madonnen ed è stato presentato al Forum quattordici anni fa, nel 2007. Celebre, si fa per dire, perché nessuno dei film fin qui girati dalla regista ha mai varcato i confini tedeschi. Né, probabilmente, varcherà i confini della Germania quello di oggi, intitolato Herr Bachmann und seine Klasse (Il signor Bachmann e la sua classe). E che non li varchi è un vero peccato. Perché si tratta di un film che, forse, dovrebbero vedere tutti, in tutto il mondo, in Italia ce ne sarebbe un bisogno tremendo. Proviamo a spiegare perché. Il film è quella che in tedesco si chiama una Langzeitdokumentation ovverosia un documentario che si estende per un lungo lasso di tempo. L’esempio più celebre, di cui si è parlato anche da noi, s’intitola Die Kinder von Golzow (I bambini di Golzow) di Winfried e Barbara Junge, un’osservazione di cui sono stati oggetto dei ragazzini di un villaggio della ex DDR che si è protratta per 46 anni grazie alla tenacia della coppia di registi, e che ha dato vita a una ventina di film, nel nei quali, evidentemente, i bambini sono diventati adulti, vecchi, hanno fatto figli e avuto nipoti.

Anche nel caso di Herr Bachmann und seine Klasse la vicenda si svolge in provincia, questa volta nella cittadina denominata Stadtallendorf, in Assia, non lontano da Marburgo (vedi sotto). Ma qui la durata è quella di un anno, più precisamente di anno scolastico, coordinato dal protagonista, ma no diciamolo pure: dall’eroe Dieter Bachmann. Chi è Dieter Bachmann? È un insegnante sessantacinquenne sempre vestito in jeans con la felpa o con la camicia fuori dai pantaloni e un berretto di maglia a coprire la calvizie. La famiglia di Bachmann è originaria della Prussia Orientale e si chiamava Kowalski, cognome polacco. Durante il Nazismo la famiglia, emigrata nella Ruhr, fu costretta a germanizzare il cognome, di qui Bachmann. L’insegnante ha studiato a Berlino. A Berlino Ovest, alla Freie Universität, subito dopo il Sessantotto, ha studiato Sociologia, e solo all’ultimo tuffo ha deciso di diventare insegnante di scuola media. Al momento in cui è stato girato il film è 17 anni che insegna ed è ormai a un passo dalla pensione. Bachmann è uno stupefacente rappresentante del cambio di paradigma pedagogico avvenuto dai tardi anni ’70 in avanti nella scuola tedesca, soprattutto com’è ovvio nella scuola tedesca occidentale, quel cambio di paradigma che la scuola italiana non ha mai attraversato. Bachmann insegna tutto: insegna musica, matematica, grammatica, insegna educazione tecnica. Ma soprattutto Bachmann insegna vita, insegna civismo, insegna empatia. Valori imprescindibili sempre, ma in modo particolare in una classe dove la stragrande maggioranza degli allievi è composta da ragazzini – come si dice in tedesco – “mit Migrationshintergrund”, ossia che provengono, da un altro paese: Russia o paesi della ex-Urss, Bulgaria, Turchia, ma anche Italia, e anche quelli che sono o si sentono solo tedeschi, a furia di scavare, si scopre che lo sono al massimo da due massimo tre generazioni. Al riguardo, del resto, lo stesso Bachmann, come si è visto, non è da meno. L’insegnante ha dunque a che fare con tutta una serie di pregiudizi, potenziali e non, aumentati dal fatto che i ragazzini stanno attraversando un’età che è piuttosto complicata, essendo in piena adolescenza. Ma questa capacità di mediare le diverse etnie, di imparare la convivenza non rende giustizia a Dieter Bachmann perché rischia di farlo diventare quello che non è affatto ossia un noioso maestrino ipercorretto. Bachmann sprizza una umanità, una simpatia, un’allegria assolutamente impareggiabili. E anche i ragazzi, pur al netto della ciclotimia adolescenziale, lo sono o, fatte le dovute eccezioni, lo diventano, in parte anche grazie all’insegnante spettacolare che si ritrovano.

Un piccolo aiuto nel corso di educazione civica e anche di storia viene fornito a Bachmann dalla cittadina in cui la vicenda è ambientata. A segnare discontinuità col passato, come detto, la cittadina adesso si chiama Stadtallendorf, durante il Nazismo si chiamava semplicemente Allendorf e divenne sede di due famigerate fabbriche di munizioni, la WASAG e la DAG in cui venivano obbligati a lavorare prigionieri politici deportati verso ovest e provenienti in prevalenza dai territori via via conquistati dal Reich, i cosiddetti “Zwangsarbeiter”, i lavoratori forzati. I ragazzini vengono ovviamente condotti a visitare il Memoriale, vengono invitati a riflettere su quell’orrenda fase della Storia che hanno avuto la fortuna di non dover attraversare. Vengono altresì informati su una altra fase della storia tedesca occidentale risalente agli anni ’50, quando gli imprenditori tedeschi andavano in Turchia e nella ex-Jugoslavia e anche in Italia a reclutare operai, li chiamarono “Anwerbeabkommen”, contratti di reclutamento. Peraltro ad Allendorf, ma all’epoca già si chiamava Stadtallendorf ha avuto sede la prima fabbrica, fuori dall’Italia, della Ferrero.

In tutto questo la cinepresa di Maria Speth e del suo direttore della fotografia Reinhold Vorschneider si stenta a vedere, non si ha mai (o quasi mai) la sensazione che i ragazzini si mettano in scena, sembrano totalmente normali. Forse l’unico momento in cui veramente la macchina da presa si vede, è l’inquadratura finale: Dieter Bachmann di spalle con il berretto di maglia appena ricevuto, subito dopo il commiato definitivo dai suoi alunni. È un berretto tricolore, regalatogli da un alunno. Da Hasan, di origini bulgare. Non vediamo il volto di Dieter, ma una mano si avvicina agli occhi, forse ad asciugarsi le lacrime. Chissà.

E lasciatemi concludere così: questo film è un meraviglioso inno alla scuola in presenza. Fuck the Dad. Che non è il padre, evidentemente.


Herr Bachmann und seine Klasse – Regia: Marie Speth; sceneggiatura:Marie Speth, Reinhold Vorschneider; fotografia: Reinhold Vorschneider; montaggio: Maria Speth; interpreti: Dieter Bachmann, Aynur Bal, Önder Cavdar, alunni/e della 6B e della 6F produzione: Madonnen Film, Berlino origine: Germania 2021; durata: 217’.

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