Una película de policías

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Questa è la storia di María Teresa Hernández Cañas e di José de Jesús Rodríguez Hernández (detto Montoya). Professione: poliziotti. Luogo: Città del Messico. Ma riavvolgiamo per un breve istante la pellicola: questa è la storia di Mónica Del Carmen e di Raúl Briones. Professione: attori. Luogo: Città del Messico. Nel corso di soli 107 minuti, il regista e drammaturgo Alonso Ruizpalacios ripercorre le strade sconnesse della capitale messicana, uno dei centri nevralgici della criminalità odierna. Una película de policías è il titolo che l’autore dona alla sua ultima opera (meta)cinematografica, inserendo le immagini su negativo all’interno di una complessa architettura romanzesca e al contempo documentaristica. Sfiorando (non senza un’amara ironia) tutte le sfaccettature del cosiddetto Polar, Ruizpalacios mette in scena ipotesi e realtà di un mondo suburbano ancora in gran parte oscuro.

Le domande sono in fondo sempre le stesse: cosa si prova a convivere con la morte, la droga, la povertà, la corruzione? Fino a che punto questo genere di routine è in grado di permeare la quotidianità dei suoi protagonisti? Cosa spinge l’uomo comune ad abbracciare il bene laddove bene e male non solo coesistono, ma giungono abitualmente a spiacevoli compromessi? Che distintivo bisogna possedere per riportare l’ordine – e, già che siamo, cosa si intende per ordine? A queste domande, come possiamo intuire fin dalla prima inquadratura, non esiste una risposta precisa. Ruizpalacios gioca con le aspettative di un’intera classe sociale, sovrapponendole con quelle dello spettatore che sceglie di condannare o assolvere i personaggi per partito preso. Togliamoci dalla testa, dunque, i telefilm americani da cui siamo solitamente bombardati – ma anche i finti reportage sul narcotraffico, ormai ridotti a moda perversa del terzo millennio. Lo sguardo sarcastico e provocatorio della cinepresa ci pone di fronte ai nostri limiti, impedendoci di provare vera empatia nei confronti di guardie e ladri.

La linea narrativa, suddivisa in tre capitoli, spezza e sovverte con fastidiosa costanza il proprio continuum cronologico: quasi volesse mettere alla prova la nostra capacità di comprensione (e, insieme ad essa, anche la nostra disponibilità a lasciarci sorprendere), il regista accumula un colpo di scena dietro l’altro. Il punto di vista di Teresa, introdotto sul palcoscenico all’esordio del film, s’incrocia e si mescola con quello di José, che si rivela essere suo marito. Appena iniziamo ad affezionarci a questa rude e tenera coppia, scopriamo la sua natura fittizia: Teresa e José non sono che ruoli attoriali. Dietro a queste maschere si nascondono Mónica e Raúl, impegnati a vestire i panni estranei dei loro alter ego cinematografici. Che tali non sono: i due interpreti vengono dunque trascinati fra le mura dell’accademia di polizia e costretti a tenere un diario delle proprie esperienze (un’attività che, fra l’altro, il più scettico Raúl non ama affatto). Una volta terminato questo strano apprendistato teatral-militare, i due sono pronti per riprendere il filo del discorso. Ma attenzione: a dieci minuti dalla fine, veniamo assaliti da una sorta di déjà-vu. Il vaso di Pandora è ormai pronto a scoperchiarsi del tutto: Teresa e Montoya esistono realmente; essi possiedono un volto, una storia, un passato, un presente e perfino un futuro che il lungometraggio ci mostrerà soltanto alla fine.

L’intricata rete tessuta da Ruizpalacios annoda fra loro nastri di varia natura e consistenza – tanto umana, quanto diegetica: gli agenti vengono intervistati, e con essi anche i loro sosia, le voci e gli scenari si sovrappongono fino a confonderci le idee. Il palco della strada diventa quello del film, e viceversa. L’uniforme si fa costume. I giudizi si sprecano e si annullano a vicenda, le parole girano di bocca in bocca perdendo significato e pregnanza. Il racconto narratoci dai protagonisti risuona a più riprese nelle nostre orecchie e ci sembra prima vero, poi falso, poi vero, poi falso, poi di nuovo vero. A mano a mano che si procede verso l’epilogo, attraversiamo vari stati emotivi – quasi l’autore volesse metterci in guardia da ciò che l’obiettivo decide di mostrarci o di occultare. La finzione ci mette a nudo più di quanto possiamo immaginare, la realtà dei fatti non esiste e ogni domanda posta all’inizio è, in fondo, inutile e perfino un po’ ridicola. Di fronte ad un telefilm d’azione, così come di fronte ad un documentario dalle fonti incerte, ciò che rimane è semplicemente una película de policías.

Ps. Il film di Ruizpalacios è targato Netflix, quindi molto probabilmente anche lo spettatore italiano avrà la possibilità di giudicarlo presto.


Una película de policías – Regia: Alonso Ruizpalacios; sceneggiatura: Alonso Ruizpalacios, David Gaitán; fotografia: Emiliano Villanueva; montaggio: Yibrán Asuad; interpreti: Mónica Del Carmen (Teresa), Raúl Briones (Montoya); produzione: No Ficción; origine: Messico 2021; durata: 107’.

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