Torino F.F.: La Palisiada di Philip Sotnychenko (Concorso – Miglior Film)

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Finestre offuscate, telefonate al padre, improvvisi omicidi. Di immagini ridondanti è costellato La Palisiada. Ripetizioni tautologiche, si dice nel film stesso, che non aggiungono nulla, come se non contassero più nulla. È tutto così chiaro, evidente, lapalissiano secondo chi vive dentro un sistema, chi lo controlla, chi, anche attraverso le immagini, lo manipola. Si necessita di un gioco, per quanto brutale, un meccanismo che smonti e rimonti tutte queste proposizioni tautologiche per far fuoriuscire in loro il rimosso, la singolare manipolazione sistematica, la singolare crisi esistenziale dei soggetti.

Due linee temporali (1996 e 2021), due figli, due padri, due Ucraine, due omicidi. Prima assistiamo, nel prologo, a quella del figlio: un futile litigio di coppia in ambiente borghese, un improvviso colpo e un ironico stacco netto che fa scaturire più ilarità che inquietudine. Solo successivsamente si comprende come in questo gioco c’è ben poco da ridere. Ora è il 1996, le riprese dal digitale passano a un’estetica da Mini DV, siamo forse entrati in un mockumentary filmato da un poliziotto durante l’indagine per l’omicidio di un colonnello.

La Palisiada è anche una «poliziade», un’epopea poliziesca, ma la vertigine la subisce, suo malgrado, solo lo spettatore. Le immgini tautologiche si moltiplicano in un continuo rimando tra ciò che è filmato e ciò che è reale: durante l’indagine i poliziotti rimettono in scena il crimine anche grazie a dei manichini. Il reenactment dell’omicidio si accosta agli schermi in cui questa scena viene rivista. Ma non c’è nulla in realtà da vedere: il colpevole è già preso, la condanna (a morte) praticamente sicura. Un set messo in scena solo per provare un fatto già acclarato, almeno secondo la loro versione.

Ma qualcosa sfugge alla messa in scena, all’autofiction del sistema. Così, nelle pause del set, assistiamo anche all’autoritarismo, alla corruzione e alla brutalità perpetrata dagli ufficiali ucraini, al regime di tortura cui sono sottoposti i prigionieri. Lo spettatore è accompagnato in questo mondo dagli sguardi interlocutori dell’investigatore Ildar e dello psichiatra forense Alexander, due outsider la cui innocenza rende ancor più orrorifica la visione per lo spettatore. Un’innocenza che s’accosta a un vuoto esistenziale: una telefonata disperata di Ildar alla figlia non la salverà dal destino che la porterà a fare fuori 25 anni dopo il suo ragazzo, il figlio di Alexander.

La singolarità nella struttura drammaturgica del film di questa telefonata, che chiama a sè le colpe di tutta una generazione per aver prodotto le disgrazie del presente, si scontra con la sua inutilità, il suo statuto tautologico. L’esordiente Philip Sotnychenko imbastisce un meccanismo calcolatamente confuso che giustappone tempi e spazi diversi per disorientare lo spettatore e al tempo stesso distanziarlo dall’autofiction del sistema. Ma si apre anche ad attimi in cui ricalibrare il suo sguardo, ritrovare un legame perduto, con lo spettatore, con i figli, con l’Ucraina. Una finestra offuscata, la singolarità di un’immagine per nulla inutile.


La Palisiada Regiasceneggiatura: Philip Sotnychenko; fotografia: Volodymyr Usyk; montaggio: Philip Sotnychenko; musica: Serhii Avdeev; scenografia: Marharyta Kulyk; interpreti: Andrii Zhurba, Novruz Hikmet Pashayev, Valeria Oleinikova, Olena Mamchur, Oleksandr Parkhomenko, Oleksandr Maleev, Vyacheslav Turyanytsya; produzione: Halyna Kryvorchuk per VIATEL, Valeria Sochyvets e Sashko Chubko per Contemporary Ukrainian Cinema; origine: Ucraina, 2023; durata: 100 minuti.

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