Torino F.F.: Lux Santa di Matteo Russo (Concorso Documentari Italiani)

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Quando ci si accomoda sulle seggiole del cinema Romano, tra il Museo Egizio e Piazza Castello, per assistere all’anteprima mondiale di Lux Santa, presentato al 41esmo Torino Film Festival, si avrebbe voglia di pensarne tutto il bene possibile. Perché si è letto della generosa passione del suo giovane regista, Matteo Russo, che debutta nel lungometraggio dopo una lunga palestra come autore di corti e videoclip, esperienze internazionali e come assistente sui set di già affermati colleghi. Perché, avendo letto il pressbook, si capisce di trovarsi nel solco di una tradizione di “cinema del reale” che ha di recente palesato un autore straordinario come Gianfranco Rosi, il quale è stato capace di vincere di recente, a pochi anni di distanza, Leone e Orso d’oro. Perché la trama ci ha fatto pensare agli studi di Ernesto De Martino sui rapporti tra sud e magia o a quelli sui rapporti tra folklore, religiosità e cultura contadina dell’Italia meridionale dell’antropologo Luigi Lombardi-Satriani, nato a pochi chilometri dal luogo in cui si svolgono le vicende narrate del film: quella regione Calabria poco visitata dai registi nostrani, che ha tuttavia dato i natali (in realtà è nato a Palermo, ma è calabrese d’adozione) al padre del documentario italiano: Vittorio De Seta, che si è dedicato per lo più a narrare i modi di vivere del proletariato meridionale.

Ci autorizzava a pensarlo la biografia del regista e la trama del film, che narra la storia di una tradizione mistico-culturale della città di Crotone che il 13 dicembre di ogni anno onora la memoria di Santa Lucia, ardendo delle monumentali piramidi di fuoco; lo fa non per caso: la legenda vuole che la santa fosse cieca e quel fuoco serve simbolicamente a renderle la luce.

Il regista e il suo cosceneggiatore Carlo Gallo decidono di raccontare questo rituale, seguendo da vicino i ragazzi del quartiere Fondo Gesù, intenti alle prese con questo serissimo cimento, che avviene in feroce competizione con le piramidi arse dagli altri quartieri. Non solo, assumendo la lezione del neorealismo duro e puro – quello per intenderci predicato e praticato da Cesare Zavattini, in storici film a episodi come Siamo donne o L’amore in città – il regista crotonese e il suo sceneggiatore decidono di seguire i protagonisti di questa storia anche nelle pieghe più riposte delle loro vicende biografiche, con un coefficiente di verosimiglianza totale, sceneggiando e drammatizzando le rispettive esperienze di vita vissuta. Si assiste così all’incontro tra uno di questi “figli della violenza” con suo padre, assente da anni perché recluso in carcere; o a quello di un altro ragazzo del gruppo che riceve l’incoraggiamento di un padre fuorilegge in procinto di essere incarcerato. Tutto ciò tra tinelli italiani, strade sgarrupate, madri apprensive e zii pittoreschi.

E fino a qui tutto bene, come si dice ne L’odio di Mathieu Kassovitz, “il problema non è la caduta ma l’atterraggio”; ovvero, fuor di metafora, come tutto questo ingombrante proponimento d’intenti, fatto di nobili retaggi e candide ambizioni, prova a farsi cinema. Perché qui, secondo noi, qualcosa non torna.

Ci è infatti parso che il giovane regista, forse abbacinato dall’azzeramento della distanza con l’oggetto della sua rappresentazione (ha candidamente confessato di essere stato introdotto nelle “vite degli altri”, fino a stringere con loro un rapporto di autentica amicizia) abbia faticato a metterla adeguatamente a fuoco (a proposito di lux). Al di là delle intenzioni insomma (ottime, a giudicare dalle dichiarazioni della vigilia), il film fatica a spingersi oltre una documentazione superficiale del panorama geografico e sociale che sceglie di ritrarre.

In altre parole, ci sembra che Lux Santa indichi il fenomeno senza riuscire ad analizzarlo: lo restituisce pedissequamente sullo schermo, senza riuscire a farsi quasi mai davvero narrazione (a sommesso parere di chi scrive, del resto, ciò accade anche in alcune sequenze del summenzionato e molto – forse troppo – celebrato Rosi). Attenzione, non si vuol dire che un autore debba giudicare i suoi personaggi, per carità; però elevare la narrazione dal grado zero della radiografia sociale invece sì, questo ci aspettiamo che accada. Qui ci vengono invece proposti certi battibecchi belluini che lasciano il posto che trovano, dialoghi registrati in modo inerte e in definitiva irrilevante, scene di vita vissuta che avrebbero potuto caricarsi di senso narrativo (come, ad esempio, quelle nello studio del tatuatore) e che restano invece ferme alla piattezza documentale della riproduzione fotostatica.

Ed è un vero peccato, perché – come non ci si stanca di ripetere – le migliori intenzioni c’erano tutte (“Lux Santa ha l’intento di sollevare il velo dalla cronaca nera – ha dichiarato Matteo Russo nel pressbook – e mostrare spiragli di una bellezza solitamente nascosta. Documentare una tradizione millenaria che possa resistere negli anni e innalzarla a livello spirituale.”), perciò la delusione è stata più cocente.

Però – ne siamo sicuri – il ragazzo si farà, perché come si è dimostrato (tra le altre cose Russo nel 2020 ha fondato il Calabria Movie International short film festival) ha le spalle tutt’altro che strette.


CREDITS & CAST

Lux Santa Regia: Matteo Russo; soggetto e sceneggiatura: Matteo Russo e Carlo Gallo; fotografia: Andrea Manenti; montaggio: Mattia Soranzo; musica: Ginevra Nervi; interpreti: Francesco Vaccaro, Francesco Scarriglia, Enrico Scerra, Antonio Citati; produzione: NAFFINTUSI di Orazio Guarino e Marco Santoro in collaborazione con Rai Cinema; origine: Italia, 2023; durata: 75 minuti; distribuzione: Europictures.

 

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