Un sogno italiano di Fausto Caviglia

Un sogno italiano. Voto ***(*)

Nel periodo del secondo dopoguerra e in particolare dal 1955 al 1975 giunsero dall’Italia circa 4 milioni di abitanti, tutti lavoratori provenienti dalle regioni a più alto tasso di occupazione.

“L’amicizia tra Italia e Germania ebbe inizio con il famoso viaggio di Goethe in Italia, questo è il mito che ha dato vita a tutto. Goethe viene in Italia per vivere il mondo dei sensi, il mondo dell’arte classica, viene da una Germania che non ha quello che l’Italia ha, una flessibilità e spontaneità nel reagire alle circostanze, e questo prende forma non per i cliché bensì per la forza di interazione che è nata in quegli anni”. Queste le parole dello scrittore Daniel Speck, autore del libro Volevamo andare lontano (Sperling&Kupfer, 2019). E aggiunge: “L’America promise ai suoi nuovi arrivati che se avessero lavorato sodo, avrebbero potuto diventare parte del Paese e del suo sogno collettivo, la Germania ha detto ai suoi lavoratori ospiti di lavorare sodo e stare zitti e poi scomparire, questo era l’accordo”.

Con questo incipit, comincia il nostro viaggio, attraverso l’opera di ricerca di Fausto Caviglia, autore del documentario Un sogno italiano, in un’epoca delicata, amara, a tratti sfuggente ma inesorabilmente necessaria da conoscere e apprendere.  È straordinario poter pensare a quanto argomenti di questo tipo raggiungano una dimensione più che attuale.

Gastarbeiter”, il “lavoratore ospite”, un concetto che si arroga il diritto di guardarti dall’alto al basso, un linguaggio che nasconde neanche troppo velatamente, un contenuto profondamente violento, in un rapporto di oppressore-oppresso. Un rapporto di sudditanza ora divenuta una condizione quasi accettata, nell’incredulità dei sensi, dell’istinto al reagire, all’agire.

La Germania del post Seconda guerra mondiale, veniva da una situazione di crisi e distruzione senza precedenti, e questi “lavoratori” rappresentavano la suppellettile urgente alla ripresa dell’economia e delle fabbriche, così come delle miniere. Nella maggior parte dei casi senza sapere dove sarebbero stati smistati.

Un sogno italiano

Il linguaggio che la Storia assume in Un sogno italiano è alimentato da episodi, racconti, aneddoti, paure e gioie di giovani del nostro paese che emigrarono alla ricerca di un lavoro, di cambiare vita, trovarsi in una realtà completamente inedita. Lavoratori che magari non avevano potuto studiare a causa della “maledetta guerra” e partire significava anche possibilità di mantenere le proprie famiglie. Fausto Caviglia parte dunque dall’umano, dalla sensibilità palpabile di pelli durissime e orgogli massicci. Lorenzo Annese, ad esempio, primo italiano “Gasterbeiter” alla Volkswagen, così come Angelo de Mitri, Vito Gaetano Nigro e Biagio Licata, condividono il viaggio, la separazione, il dolore e il sacrificio soprattutto di chi per condizioni obbligate ha abbracciato un sogno, una condizione, una dimensione che portava con sé anche la ghettizzazione o comunque la circoscrizione della comunità italiana e non solo. Sin dal primo giorno, quello dell’arrivo, ci si rende conto che le cose in Germania non saranno affatto semplici, bensì, la precarietà in cui si ritrovarono fu anche marchio permanente di persone divenute strumenti pronti all’uso e pronti anche a ripartire; questo per lo meno nella idea della società tedesca.

Come ricorda Antonio Ricciò la maggior parte di migranti si ritrovò ai margini della comunità locali, senza rappresentanti, considerati “lavoratori ospiti”, con il destino di andarsene. “La Germania parla di reclutamento di manodopera e non di emigrazione” come racconta Gino Chiellino e aggiunge: “La Germania non è paese di immigrazione”, questo il motto che venne adottato.

Lorenzo Annese tra un ricordo che “fa male” e un altro testimonia quanto un blocco di cemento da 20 kg valesse quanto un centesimo, una chiamata costava due marchi e quindi valeva almeno duecento blocchi. Così come nell’episodio del 1962 quando morì un lavoratore a causa della scarsa presenza dei medici e di possibili cure; ne nacque una protesta che vide molti italiani manifestare la forza e consapevolezza dell’unione, specialmente nelle lotte per la dignità dell’individuo, ottenendo la possibilità di cure mediche all’interno dei loro stabilimenti

A Wolfsburg, città dove risiedevano molti italiani e la Volkswagen, si decise per l’ordine pubblico, e per un’idea di un parroco, di creare una squadra di calcio: la “Lupo”. Fu un momento di unione e presa di coscienza della propria identità, quella tanto frammentata e riconquistata, e della potenza della collaborazione. Inoltre, contro tutte le squadre del campionato, era come se giocasse costantemente Italia contro Germania. Deve essere stata una libidine, dal racconto dei protagonisti.

Un sogno italianoAmpio spazio anche al mondo interno alle comunità italiane dove solo a Kästorf, un quartiere di Wolfsburg, si contavano tremila italiani; alle donne e al loro ruolo importante e delicato, nonostante vivessero isolate, ciò che restava – ricorda Daria Balestreri e Daniela cavallo, primo presidente del consiglio di fabbrica Volkswagen – era il rapporto con le altre famiglie e i contatti con le scuole e il medico, ma soprattutto la ferma volontà a creare le basi per un vivere comune e per una autonomia. ”Vedere che quei padri e quelle madri hanno raggiunto di crescere oltre sé stessi, e di dare ai figli le possibilità che non avevano avuto loro all’epoca”.

Il racconto, i ricordi, le testimonianze, in Un sogno italiano, lasciano tracce indelebili, restituendo vita ad una storia che così lontana non è, e non tanto da un punto di vista temporale, quanto nell’istinto, nella paura di come il linguaggio possa cambiare un’etica, una presenza reale all’umano e necessità legate alla dignità del vivere – non in quanto strumenti o macchine, bensì come collettività in grado, con la collaborazione, di donare un moto al risveglio della Germania.

Da quel momento generazioni di “stranieri” hanno contribuito alla percezione di una realtà mai ferma e sempre in trasformazione, nella sintesi a volte beffarda di sentirsi ”europei” e nel desiderio di tendere, aldilà della definizione, alla visione. Un sogno italiano tende in questa sua didascalica e ideale funzione, a raggiungere la presa di coscienza e l’avvincente sguardo mobile e interattivo, rende l’incontro con i diversi protagonisti di quel momento storico, come una catarsi, una forma di esorcismo dalla culla dell’oblio e all’appiattimento del ricordo; testimoniare come forma di liberazione.

“La vita era molto dura, però noi Gastarbeiter avevamo la volontà di lottare al massimo per ottenere qualcosa in più”

In sala dal 7 maggio con una serie di proiezioni speciali.
A Roma, Cinema Nuovo Sacher – 14 maggio ore 20,45 con la partecipazione del regista Fausto Caviglia


Un sogno italianoRegia e sceneggiatura: Fausto Caviglia; fotografia: Sonja Madani; montaggio: Marco Rovetto; produzione: Cristiano Bortone, Antonio Padovani per Orisa Produzioni in collaborazione con Latteplus; origine: Italia/Germania, 2025; durata: 74 minuti; distribuzione: Piano B Distribuzioni.

 

 

 

 

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