“Costruzione dal basso” – sì o no?

Aggrappati alla rete o in piedi sulle gradinate, aleggia sui poveri genitori il fantasma di una minaccia: vedere sui campetti di quartiere, erba sintetica di ultima generazione, il portiere della propria squadra rinviare la palla calciandola in aria con i piedi e spedirla il più lontano possibile!

La mente corre subito a immagini di oratori degli anni Cinquanta e campi polverosi in pozzolana al grido di “palla lunga e pedalare”, sale in gola un retrogusto amaro di calcio preistorico e stantio, quel catenaccio all’italiana che a pensarci bene altro non è che lo specchio dei peggiori difetti del carattere nazionale, cinico e opportunista, legato al risultato a tutti i costi, nemico del bel gioco.

È un sentimento pervasivo, che viene da lontano. E che effettivamente si inserisce all’interno di un’evoluzione del calcio che ha visto premiare negli ultimi anni un gioco finalmente offensivo, basato sul possesso palla e sulla partecipazione di tutti i giocatori, portiere compreso, allo sviluppo dell’azione. Un’evoluzione lunga e complessa, che parte dalla lezione del calcio totale olandese rivista alla luce dell’esperienza spagnola di Cruyff allenatore, e che passa attraverso il tiki taka di Xavi e Iniesta e il calcio posizionale di Guardiola, fino ad arrivare all’intensità delle squadre inglesi, al Gegenpressing e alla tecnica ad altissima velocità di Klopp e delle migliori squadre del calcio europeo. E che in Italia ci fanno apprezzare, ad esempio, il gioco ultra-offensivo e coreografato di De Zerbi o la regia difensiva che ha imparato a fare un portiere come Handanovic, o ancora la tecnica con i piedi che ha portato Simone Inzaghi a preferire un Pepe Reina al giovane Strakosha.

Si parla di costruzione dal basso. Ovvero della tendenza a organizzare il gioco a partire dal portiere con una rete di passaggi calcolata e studiata al fine di conquistare porzioni di campo alle spalle degli avversari, in maniera tale da sviluppare le azioni di attacco secondo logiche meno improvvisate. È una tendenza oramai in atto da anni, ben visibile e favorita tra l’altro dalle recenti innovazioni di regolamento introdotte dalla Fifa, che hanno reso possibile giocare la palla all’interno dell’area in caso di rimessa dal fondo.

E tuttavia, se pensiamo al calcio dei grandi e alla serie A, nel momento stesso in cui la costruzione dal basso è diventata un principio condiviso, adottato da un numero crescente di squadre e sostenuto da dati e statistiche, si è fatto strada nell’opinione pubblica – nei tifosi da bar, come nelle parole di molti giornalisti, telecronisti e di ex calciatori riciclatisi in seconde voci e opinionisti talent – un sentimento contrario. Sulla scia di alcuni casi clamorosi, di errori tecnici grossolani e imbarazzanti gol subiti, ha preso forza un movimento ostile, alla cui testa ci sono anche tecnici autorevoli – pensiamo a Max Allegri – che si professano antimodernisti, nostalgici del gesto individuale del campione, e contro il gioco organizzato che renderebbe i calciatori dei soldatini nelle mani di scienziati pazzi.

La costruzione dal basso porta con sé un paradosso. Perché sia i sostenitori che i detrattori di questo principio – siano essi navigati commentatori o giovani allenatori di scuola calcio col mito di Pep Guardiola – hanno in comune il fatto di considerare questa variante tattica una specie di dogma, un principio da cui non si può tornare indietro una volta adottato, e che non ammette eccezioni nel bene e nel male.

In realtà stiamo parlando di una strategia tattica tra le altre, un’opzione che richiede grande applicazione e che risulta tanto più efficace quanto più è rischiosa e quanto più obbliga la squadra avversaria a pressarti in zone pericolose. Auspicare una costruzione dal basso in sicurezza, come fanno in molti, è una contraddizione in termini: significa semplicemente non sapere di cosa si sta parlando. E anche se è più facile mettere in risalto i gol subiti che dimostrare l’incidenza nelle azioni da gol create, le statistiche mostrano che i vantaggi superano i rischi.

Allo stesso modo – anche nelle scuole calcio in cui si sostengono i principi di un calcio moderno e universale – troppo spesso il complesso gioco strategico della costruzione dal basso si traduce in un principio in larga parte frainteso e seguito più per compiacere un luogo comune alla moda che per convinzione. Non è raro vedere squadre di bambini che giocano un’intera partita rinchiusi dentro la propria area, incapaci di uscirne e pressati dalla squadra avversaria, davanti allo sguardo smarrito di poveri portieri che hanno l’obbligo tassativo di non calciare lontano, costretti a passare la palla, meglio se in orizzontale e con un passaggio corto, al compagno più vicino impaurito e a sua volta abbandonato al proprio destino.

In collaborazione con Luca Gennari

 

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