Lo sceriffo, il giudice e il tennista. A proposito di Novak Djokovic

Park Hotel

Tra gli abitanti del minuscolo pianeta Tennis, il giorno in cui è stato somministrato il primo vaccino anti Covid, ha iniziato a circolare una domanda che come un Giano Bifronte si divideva tra spontaneità e tendenziosità: che cosa farà Novak Djokovic, il numero uno del mondo, il giocatore che sta riscrivendo la storia di questo sport, l’atleta dalle scelte non convenzionali, quello che suscitava tanta innocua ilarità per alcune credenze che lo rendevano un personaggio perfetto in un film come The Master di Paul Thomas Anderson? Si arrenderà all’idea così banale che un semplice vaccino possa contrastare con più efficacia la pandemia? Oppure, continuerà per la via che, a suo dire, lo ha condotto a così tanti successi, quella dei santoni, delle capsule pressurizzate per rigenerare il sangue, delle preghiere per purificare l’acqua, della kinesiologia, la disciplina attraverso la quale ha scoperto l’intolleranza al glutine, in altri termini il turning point che lo ha elevato miracolosamente allo stesso livello di Roger Federer e Rafa Nadal, le due divinità del pianeta che fino al 2011 sembravano intoccabili?

Domande alle quali il diretto interessato non ha mai risposto in modo limpido, anche perché chi avrebbe dovuto pretendere dei chiarimenti, l’ATP innanzitutto, non ha particolarmente insistito per riceverli. E così si è arrivati a Melbourne e a una specie di farsa con un hotel dove transitano decine di richiedenti asilo, di invisibili sepolti con la pala dell’indifferenza e della burocrazia. Dalle stanze del Park Hotel di Melbourne, improvvisamente, si sentiva un insolito baccano. Qualcuno avrà pensato che non tutto fosse perduto, che finalmente fosse giunta l’ora della visibilità. In realtà, si trattava di un altro straniero, di uno che si era presentato in città, strattonato da uno sceriffo che lo voleva cacciare e da un giudice che cercava di trattenerlo per dargli una seconda opportunità.

Dopo aver contratto una prima volta il Covid, disputando un torneo da lui stesso organizzato (l’Adria Tour, giugno 2020) senza particolari precauzioni, quando ancora in tutto il mondo erano in vigore forti misure restrittive, ed essere espulso dagli US Open per aver tirato (di proposito?) una pallata alla gola di una giudice di linea (settembre 2020), lo stesso campione serbo ha sfiorato nel 2021 la più incredibile delle imprese, quella definitiva che avrebbe messo fine alla questione del più grande di tutti i tempi o, sarebbe meglio affermare, del passato e del presente: il Grande Slam. Operazione sfumata a New York nella finale persa nettamente contro il russo Daniil Medvedev (settembre 2021). Insomma, un anno e mezzo vissuto sempre in trincea, contro i suoi demoni e affrontando il pubblico che immancabilmente gli preferisce l’avversario di turno. Mesi trascorsi sollevando pochi ma prestigiosi trofei, sminuendo il virus che stava uccidendo milioni di persone, fondando un’associazione giocatori alternativa all’ATP, frequentando personaggi del nazionalismo serbo con un curriculum, per tenerci stretti, pieno di ombre.

Per chi segue le gesta del personaggio Djokovic, per chi ad esempio ha letto anche distrattamente il libro autobiografico Serve to Win (Il punto vincente), senza entrare nel merito di ciò che pare legittimo o irragionevole (ognuno è libero di scegliere il percorso di crescita che preferisce, se non è dannoso al prossimo), tutto può risultare sorprendente, tranne ciò che ha messo in moto gli eventi ormai celebri di questi ultimi giorni a Melbourne. Era abbastanza ovvio che Djokovic si sarebbe presentato in Australia senza vaccino per conquistare il decimo titolo e, soprattutto lo Slam numero 21, operando il sorpasso ai danni di Federer e Nadal. Col piglio del combattente che si dà i pugni sul cuore e che, nonostante tutto, è pronto a dispensare amore in ogni direzione (doverosamente nei confronti di chi vaccinandosi ha fatto in modo che il torneo si tenesse).

Al di là delle stranezze che contraddistinguono la carriera del serbo e delle posizioni ambigue dei dirigenti che organizzano gli Australian Open, ciò che desta sincero stupore è l’impreparazione con la quale, in un certo senso, i protagonisti sostengono di aver approcciato questa vicenda. Si può realmente pensare che Djokovic e il suo team abbiano atteso inermi un segno dal cielo, apparso poi il 16 dicembre sotto forma di positività al Covid? È credibile che persone maniacali nella preparazione di ogni dettaglio, non avessero elaborato una strategia che, peraltro, sarebbe tornata utile anche per alcune competizioni future? E poi, dopo non aver comunicato immediatamente la propria positività al Covid (violando persino la quarantena), Djokovic e chi gli sta vicino ha mai potuto ragionevolmente immaginare che nessuno avrebbe sollevato dei dubbi sull’esenzione al vaccino e sul modo in cui aveva ottenuto il visto per l’Australia? In altre parole, ha creduto che fosse veramente possibile varcare i confini, unico tra i primi cento tennisti al mondo senza vaccino, dal momento che gli altri due dell’esigua truppa avevano già rinunciato alla spedizione?

Ed è altrettanto inverosimile che Tennis Australia non abbia cercato di adoperarsi per ricevere lo scomodo ospite. Possibile che gli organizzatori dell’evento non abbiano chiesto al numero uno, alla leggenda, a quello che vincendo avrebbe scritto una pagina indelebile dello sport, le sue intenzioni, i suoi piani? E, invece, ignari delle regole del proprio paese, hanno semplicemente dato luogo a un malinteso sulla positività al Covid e alla conseguente esenzione, per poi consegnare Djokovic al ministro dell’Immigrazione Alex Hawke, lo sceriffo. All’apparenza, un caso di incompetenza piuttosto allarmante su cui la classe dirigente del tennis internazionale dovrebbe riflettere.

Ad ogni modo, mettendo da parte ogni forma di ulteriore illazione, che vi sia stata ingenuità o spregiudicatezza, è evidente che col passare dei giorni le cose siano decisamente sfuggite di mano. Come in ogni affare umano, l’imprevedibilità ha preso il sopravvento. E, a questo punto, ponendo tutto sempre nella giusta prospettiva (il virus e la pandemia sono il dramma autentico), la decisione della Corte Suprema di non concedere il visto in via definitiva, non scioglie affatto i nodi di una trama che si è ingarbugliata in modo irrevocabile: è in gioco non solo il senso di un torneo (e dei prossimi) di cui tutti sembrano ormai essersene dimenticati (così, ad esempio, hanno denunciato Nadal e Rublev, il tennista russo che eredita il tabellone di Djokovic), ma anche il possibile epilogo della carriera di un tennista che potrebbe diventare il più grande di ogni epoca e che, invece, rischia una sospensione molto simile a una fine amara.

D’altro canto il tennis, e il suo essere praticato in modo itinerante, si presta più di altri sport a casi del genere. Viaggiare di stato in stato, significa affrontare giurisdizioni diverse, interpretazioni più o meno restrittive della lotta al virus. Non appena in Australia giudici e governo sono entrati in conflitto sulla legittimità della posizione di Djokovic, in Francia si sono affrettati a dire che per il Roland Garros non esistono problemi di sorta e che il tennista di Belgrado è ospite graditissimo.

E non è una coincidenza che l’altro caso eclatante sia accaduto nella NBA, con Kyrie Irving che ha rifiutato il vaccino e che, per questa scelta, è stato bandito da tutti i campi di New York, città nella quale si può partecipare a eventi pubblici solo se vaccinati. Da una settimana, alla superstar dei Brooklyn Nets, che detto per inciso ha messo in dubbio alcune nozioni accettate persino dalla chiesa cattolica come la Terra sferica che gira intorno al Sole, è concesso di giocare in trasferta, cioè negli stati dove la vaccinazione non è considerata una conditio sine qua non.

La differenza tra le istituzioni del tennis (ATP e organizzazioni degli Slam sono entità distinte) e la lega professionista che governa la pallacanestro statunitense è nel silenzio imbarazzante delle prime che hanno preferito aspettare il corso degli eventi evitando una presa di posizione salda, scaricando sul governo, la Corte suprema e sullo stesso Djokovic il peso di ogni responsabilità. Non che nella NBA abbiano affrontato il problema con intatta coerenza, se oggi Irving gioca è solo perché con l’aumento a dismisura dei contagi, le squadre sarebbero disposte a far entrare pure Magic Johnson e Larry Bird per arrivare al numero legale di atleti in campo. Però, intanto, sin dall’estate 2020, cioè dal campionato giocato nella “bolla” di Orlando, tutti si sono sforzati di creare e condividere delle regole, consapevoli della loro fallibilità.

A questo punto, il timore è che da stanotte, inizierà una stagione tortuosa nella quale la competizione sarà secondaria rispetto a questioni di natura extra-sportiva. A confrontarsi saranno egoismi e meschinità individuali contro il benessere di tutti. Perché ormai appare evidente che nel minuscolo pianeta Tennis come in qualsiasi altro ambiente, il fine principale è di ripristinare lo spasmodico consumo di merci ed eventi, non certo di garantire la salute pubblica.

Nel futuro immediato si potrebbe anche decidere di eliminare la diffusione dei pericolosi vaccini e di sospendere ogni attività. Di restare chiusi dentro casa a leggere a loop Serve to Win, in attesa che il campione serbo e i suoi profeti con la sola imposizione della mente convincano il virus a trasformarsi in acqua santa.

Una grande opportunità per superare ogni dissidio e volerci più bene.

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